Nel 1388 a Ripabianca, un piccolo borgo vicino a Deruta, nacque Matteuccia di Francesco, da tutti ricordata come Matteuccia da Todi o come la strega di Ripabianca.
Matteuccia, conosciuta da molti grazie alla sua conoscenza nell’uso delle erbe, era “Domina Herbarum”, cioè esperta nella preparazione di unguenti e infusi, che utilizzava per guarire malanni, lenire dolori, portare conforto chi aveva l’anima addolorata o più comunemente, come molti dicevano, per compiere malefici.
Veniva interpellata spesso per questioni di cuore, o per dare consigli, che la donna elargiva con grande generosità. Ma si sa che spesso alla benevolenza di alcuni corrisponde l’invidia e il sospetto di altri. Il suo agire era frequentemente considerato come stravagante e non sempre i rituali che accompagnavano le sue pozioni venivano compresi da chi li ascoltava. Parole oscure, malefiche, che molto si discostavano dal linguaggio comune.
Era una donna potente, conosciuta, tanto che fra i suoi protettori ci fu anche Braccio Fortebracci, condottiero e signore di un territorio che comprendeva Perugia e, per un breve periodo, anche Todi. Ma sembra proprio che fu questa sua celebre amicizia a metterla nell’occhio del mirino delle malelingue.
La prima questione in cui si fece il nome di Matteuccia risaliva al 1425 e riguardava una giovane di Collemezzo che si era rivolta a lei per risolvere alcuni problemi con il marito: la donna, per risolvere il suo problema, ricevette un uovo e dell’erba cavallina che, mischiati insieme, avrebbero dovuto risvegliare la passione dell’uomo verso la sua consorte. Come può sembrare scontato a noi che leggiamo questa storia ora, il rimedio non ebbe alcun effetto. Matteuccia, visti gli insoddisfacenti risultati, insistette nel voler dare alla giovane altri rimedi, per i più svariati motivi, e così fece anche con altre donne che si rivolgevano a lei con la stessa richiesta o con altre, come quella di piegare la volontà di un uomo sposato con un’altra donna. Il questo caso il rimedio era diverso: consisteva in cenere ricavata da rondini bruciate che doveva essere mescolata ad acqua e poi somministrata ai malcapitati. Ma mentre in precedenza Matteuccia se l’era cavata, questa volta le accuse a suo carico erano più pesanti; dal tribunale dell’inquisizione venne definita come una donna di malaffare, un’incantatrice, una fattucchiera potente e temuta, capace di oscuri sortilegi. Davanti al giudice del “Tribunale dei Malefici”, arrivarono diversi testimoni, tutte persone di “buona fede”, che raccontarono di come Matteuccia si fosse servita di oggetti incantati, come cinghie e sopravvesti, per causare infermità, malattie e dolori a coloro i quali le indossavano. Secondo loro, la donna era solita praticare il rito della “misurazione dei panni”, con il quale era in grado di liberare uomini e donne posseduti da spiriti maligni. Altri sostenevano che praticasse la fascinazione, mediante diversi rituali da eseguire singolarmente, come quello che consisteva nel nutrire un rondinino con dello zucchero per poi servirlo come cena alla persona che si voleva legare a sé. Le accuse a suo carico aumentavano di giorno in giorno, “aggiungendo male a male”, arrivando a parlare di infanticidio. La donna aveva ucciso, senza ombra di dubbio, numerosi bambini, succhiando il loro sangue; quei poveri innocenti erano di Todi e di Benevento, luogo che le era facile raggiungere dopo essersi accuratamente cosparsa con del grasso di animale e con il sangue degli innocenti.
Matteuccia venne trattata come ogni donna accusata di stregoneria: dopo l’arresto, venne incarcerata, accuratamente privata di tutti i peli corporei, mediante un ferro arroventato, e poi sottoposta al rigoroso esame. Le torture a cui fu sottoposta le sciolsero la lingua, spingendola a raccontare che era una “mutaforma”, abile a tal punto da essersi trasformata in mosca e di aver cavalcato un caprone nero per compiere azioni mostruose e indicibili.
In alcuni mesi dell’anno, aprile, maggio, agosto, settembre, marzo e dicembre, Matteuccia confessò che partecipava con altri ai Sabba notturni, unendosi carnalmente ai demoni insieme ad altre streghe come lei. Il lunedì, il sabato e la domenica era solita recarsi sotto la noce di Benevento, per compiere malefici.
Trenta furono i capi di imputazione a suo carico; tra questi c’era anche l’accusa di aver convinto un faccendiere di Fortebracci a recuperare le carni di un uomo morto annegato per realizzare un olio con cui avrebbe curato le ferite di un malato. Il verdetto era scontato: condanna al rogo dell’inquisita in quanto “membro marcio, iniquo e cancrenoso”.
Il 20 marzo 1428, a 40 anni, Matteuccia di Francesco, la strega di Ripabianca, venne bruciata viva a Todi, in Piazza del Montarone, poco distante da Piazza del Popolo.
Ancora oggi la vicenda di questa “Domina Herbarum” rappresenta un chiaro esempio dell’accanimento della Chiesa verso tutto ciò che veniva ritenuto non conforme all’ordine ecclesiastico costituito.




