«Staccia stacciola / chel bordlac’ en vol gì a scola! / Staccia minaccia / La strega i da la caccia! / Staccia mineta/È la strega de Farneta! / De Farneta e d’ Farnetella / Cerca sempre na bordella / Na bordella bruna e bella / Da buttè ‘nt la padella / ‘nt la padella scura scura / per avè la Bonaventura / la Bonaventura de San Gvan / quand tutt’ le stregh s’ne van. / Lor van giò, lor van sò: / ‘ste bordel buttle giò, giò, giò …».
La nostra storia riguardante una donna accusata di essere la strega di Farneta, inizia con una filastrocca, un tempo recitata ai bambini poco ubbidienti per spaventarli.
In realtà, donna Laura, era una “domina herbarum”, una guaritrice di campagna che conosceva le proprietà delle erbe, sapeva quando raccogliere e come utilizzarle, soprattutto per guarire i bambini.
Laura era nata a nata a Cagli intorno al 1520. Si era sposata giovane con Marco di Luchino della villa di Santa Croce del castello di Farneta.
Come molte delle vicende di donne che ho già raccontato, anche questa ebbe inizio con un’accusa infamante. L’indagine a suo carico ebbe inizio il 1° agosto 1587, per mano della Curia Arcivescovile di Urbino, che voleva accertare se le voci che insistentemente circolavano sulla donna fossero fondate. Come puntualmente accadeva, i testimoni non tardarono a comparire: ventisei persone, sotto la minaccia di imminente scomunica, affermarono senza dubbi che Laura da Farneta era una strega malefica. Era responsabile di eventi atmosferici che avevano distrutto tutti i raccolti nel ducato di Urbino, aveva fatto ammalare e poi morire il bestiame, aveva provocato, con il solo sguardo, la morte di chi si era opposto a lei, aveva scatenato tempeste terribili, con fulmini e saette. La macchina dell’inquisizione si era messa in moto tanto velocemente che il 10 agosto la presunta strega fu arrestata e condotta in prigione in Urbino. La poveretta cercò di difendersi con ogni mezzo, ribadendo con fermezza di aver solo usato gli insegnamenti della tradizione erboristica che i frati cappuccini le avevano assicurato essere leciti, purché usati per portare benefici ai bambini malati.
Dal canto suo donna Laura non faceva mistero delle sue abilità, vantandosi durante il processo, di come avesse salvato alcuni bambini maleficati da “vere streghe”, con un procedimento che pochi conoscevano e che consisteva nel lavare tre volte il bambino ammalato in un “pignatto d’acqua” in cui erano sciolte le ceneri delle palme, dell’incenso e delle candele benedette insieme ad alcune erbe di San Giovanni raccolte tra il 23 e il 24 giugno, la notte considerata delle streghe.
Alle orecchie degli inquisitori, al sua posizione si aggravò e come se la sua situazione non fosse già abbastanza complicata, il parroco, don Micalori, confessò di averle fornito alcuni oggetti benedetti, e alcune donne del paese sostennero di temere donna Laura e di cercare in ogni modo di non scontentarla per paura dei suoi “sortilegi”, ma anche per poterla chiamare in caso di bisogno: le sue erbe erano potentissime, avevano aiutato molti, ma durante il processo, tutto il bene fatto dalla donna in buona fede, le si ritorse contro, come il peggiore degli accadimenti.
Qualche giorno dopo in tribunale arrivò una testimone, donna Giulia; sosteneva di sapere con certezza che prima di fare qualsiasi magia, le streghe erano solite cospargersi il corpo con unguenti dai poteri misteriosi e fra loro c’era, senza ombra di dubbio, donna Laura.
L’accusatore, Paolo Pagani, rappresentante della chiesa di Roma, ascoltate queste pesanti parole, si volse verso la presunta strega e disse: «…an sciat aestate aliquando imbribus, grandinis, tempestatibusque seu fructus frugesque dicti loci consummi […] in dicta villa Farnetae animalia frequenter vel pereant vel steriles fiant, nempe vaccae, oves, jumenta alioque id generis animalia» , che significa: «… forse lei sa se in estate talvolta con acquazzoni, con grandine e turbini siano stati distrutti i prodotti e i raccolti di detto luogo […] e nella suddetta Villa di Farneta gli animali frequentemente muoiono o diventano sterili, come vacche, pecore, giumente e altro genere di animali?».
Ovviamente Laura rispose di non saperne nulla, ma le sue parole non servirono perché già dal giorno dell’arresto il suo destino era scritto e quelle testimonianze, non avevano altro scopo se non quello di dimostrare senza ombra di dubbio che lei fosse una potente strega. Le credenze popolari fecero il resto, come in ogni processo per stregoneria: quell’unguento era maleficato, ottenuto dal grasso dei bambini uccisi apposta, serviva per trasformarsi in un animale notturno oppure per volare lontano da occhi indiscreti, in luoghi in cui la strega e Lucifero si potevano unire carnalmente, e là il demonio poteva far diventare ancora più potente la sua concubina, tanto da renderla in grado di scatenare terribili catastrofi, morie di persone e animali, anche solo con il tocco di una mano.
Quella donna era sicuramente una terribile strega, responsabile delle carestie, della moria di bambini e di tutte le catastrofi che fra il 1575 e il 1576 si susseguirono nel Ducato di Urbino.
Donna Laura era senza dubbio una delle amanti del Demonio, era una donna e pertanto debole e assoggettabile al volere del suo signore, che la usava come mezzo per diffondere miseria e dolore sulla terra. La donna tentò in ogni modo di spiegare il suo agire, a fin di bene, era herbaria, non strega, anzi le aveva combattute tutta la vita.
Quale fu il suo destino di preciso non si sa, quello che è certo è che fu visitata da due medici che la dichiararono “torturabile”, nonostante l’età avanzata per una donna dell’epoca, e perciò venne condotta nella stanza del supplizio il 12 febbraio 1588, spogliata e rasata con un ferro cardo, che le passarono in tutto il corpo, per impedire al diavolo di nascondersi fra i suoi peli. La sottoposero al supplizio della corda, una due, tante volte, volevano che confessasse per poterle poi comminare la giusta pena, il fioco purificatore. Donna Lura non confessò mai. Del suo destino non c’è certezza, il manoscritto che riporta il racconto dettagliato del suo processo e dei suoi lamenti durante le torture si interrompe improvvisamente. Possiamo immaginare la sua fine, senza bisogno di aggiungere altro. Di lei resta la filastrocca che ho riportato all’inizio del racconto e il nostro ricordo per impedire che ancora una volta l’oblio e il fuoco purificatore distruggano le tracce degli omicidi e delle torture a cui per secoli sono state sottoposte donne innocenti, accusate dall’ignoranza e dalla superstizione, che voleva vedere il male nelle donne che sapevano utilizzare le erbe e non si sottomettevano al volere degli uomini.




