Che io sia un angelo o un demone… sta a voi deciderlo.
Che io meriti questa sofferenza o la salvezza… sta a voi deciderlo.
Che io sia un uomo giusto, retto, dagli incrollabili principi che mi hanno portato a questo scontro perso in partenza, oppure un pazzo, sanguinario, in cerca di una chimera… sta a voi deciderlo.
Quel che so, senz’ombra di dubbio, è che non saranno ancora molti i giorni in cui io, Fra Dolcino, vedrò l’alba.
Nel mio domani c’è la morte per mano di un aguzzino, perché solo così può finire chi ha avuto, come me, l’ardire di gridare a gran voce che questa chiesa corrotta e dissoluta, deve smettere le vesti del peccato per tornare a curare le anime dei poverelli. E come me ha imboccato la strada della sofferenza.
La mia vita comincia in una notte di vento, in un tempo che nessuno conosce con certezza.
Quali siano i miei veri natali nessuno lo sa. C’è chi mi vuole nato a Prato Sesia, chi invece in una torre in un paesino sperduto nell’alta Ossola, a Trontano.
Il mio nome è Davide Tornielli o Torrielli… anche qui la storia si divide.
Che la mia nascita sia stata una tribolazione lo sostengono in molti e forse dentro di me la sofferenza della donna che ha dato la vita per mettermi al mondo, è rimasta, come un fuoco sopito. L’illustre e malvagio Bernardo Gui mi vuole figlio illegittimo di un prete, che approfittò dell’innocenza di una povera ragazzina che pascolava le capre. Mia madre non aveva ancora 15 anni quando mi ha messo al mondo…
«Strega…» le diceva mentre faceva i propri comodi, «… ti ha mandato il Demonio per tentarmi…».
Ma il Demonio era lui…
Quel che è certo, e che mette tutti d’accordo, è che ho abbracciato il pensiero degli Apostolici, facendolo mio. I miei “fratelli”, gli Apostolici, credono come me che sia necessario tornare a vivere come le prime comunità cristiane, mettendo in comune tutti i beni e vivendo in sostanziale povertà.
Può mai il nostro pensiero essere concorde con quello della chiesa? La risposta la sapete già…
Anche se non c‘è certezza alcuna che io abbia preso i voti, inizio la mia predicazione, andando là dove la gente comune è pronta ad ascoltarmi. Nel mio peregrinare tra la folla, scorgo il viso di colei che con me condividerà gli ideali, l’amore, la battaglia e infine la morte, Margherita. Da quel momento, occhi negli occhi, la nostra strada sarà una. Quando la mia predicazione, e il fatto che abbia un seguito, giunge all’orecchio del vescovo, il nostro ordine, come molti altri, viene presto messo fuorilegge e la chiesa scatena su di noi l’ira divina. Ci danno la caccia, per valli e per monti e noi ci difendiamo come possiamo, bastoni contro spade, spinti dalla nostra incrollabile fede. I nostri seguaci crescono grazie alla mia predicazione, che incanta chi mi ascolta. La chiesa corrotta del nostro tempo deve essere fermata, distrutta, con ogni mezzo, per poi essere riedificata e avere nuovo fulgore.
La Valsesia diventa teatro del nostro viaggio di fede, tanto che decido di aiutare gli abitanti di queste terre a riscattarsi dalle condizioni di infinita povertà in cui sono costretti a vivere. Nel 1306, grazie al sostegno di Matteo Visconti, riesco a conquistare queste zone di montagna, per alcuni inospitali, per me il luogo dove il mio pensiero assume concretezza. Ma le cose cambiano velocemente, come le stagioni, e quando il Visconti ci abbandona, il 10 marzo 1306 decidiamo di rifugiarci sul Monte Rubello, nel Biellese, per cercare di resistere all’attacco degli uomini di Raniero degli Avogadro, vescovo di Vercelli, che mi dà la caccia come si fa con il peggiore dei fuorilegge. L’esercito che ci manda contro è di molto superiore a noi, ben armato, ben addestrato. Noi siamo solo un gruppo di disperati che condividono un ideale comune.
Gli uomini del vescovo sono spietati, razziano tutto quello che trovano, per affamarci… e ci riescono. Passa un altro inverno, duro, difficile.
Sento i miei fratelli lamentarsi per il freddo che ci entra nelle ossa, che ci ferma il cuore.
Sento i feriti spegnersi, come candele consumate.
Alcuni restano indietro durante la nostra fuga, altri siamo costretti ad abbandonarli.
I soldati incalzano e la speranza è ormai svanita. Chi ci aiuta viene punito, duramente. Attorno a noi solo morte e disperazione.
Il 23 marzo del 1307, le truppe di Raniero riescono a penetrare nella piccola fortezza che abbiamo costruito fra le montagne. Alcuni raccontano che lo spettacolo che i nostri assalitori trovano è scioccante: per lottare e sopravvivere, siamo arrivati al punto di doverci cibare dei resti dei nostri compagni morti. Verità o menzogna?
Ancora una volta sta a voi decidere, valutate se la disperazione ci ha resi più bestie ancora di quello che già eravamo.
Ci hanno presi e per la prima volta la mia strada si divide dalla tua Margherita.
Ti guardo mentre ti allontani, fra le lacrime, avvolta da quell’ultimo barlume di resistenza. Ti trascinano via, senza grazia, senza cura, non vali nulla per loro, sei la peccatrice che ha vissuto fra le montagne con me. Il nostro destino è scritto già da tempo, è solo per il piacere dei nostri carnefici che viene rimandato.
Passano dei giorni… infiniti… bui… freddi… passano le notti, col pensiero a te Margherita. I nostri compagni muoiano, uno dopo l’altro, restiamo solo noi e l’amico Longino, fedele compagno nella battaglia.
E il giorno tanto temuto arriva.
Mi vengono a prendere in cella, penso sia la mia ora, ma non è così. È la tua Margherita, tocca a te e io devo assistere, al tuo strazio, al fuoco che ti mangia le carni.
Ci portano sulle rive del Cervo, fra la gente attonita e spaventata, e là due pire aspettano, una per te, una per Longino.
Margherita non ti lascio sola, occhi negli occhi come ogni giorno. Non ti lascio, non distolgo lo sguardo. Tra poco toccherà a me, ma non ho paura perché so che tu mi aspetterai, non all’inferno come pensa Avogadro, ma in paradiso, perché siamo giusti e Dio lo vede.
Le tue vesti bruciano, il tuo corpo si contorce e si consuma… e io muoio con te.
E poi viene il mio momento.
La mia esecuzione è pubblica, deve essere un esempio: mi portano per le vie della città su un carro, mi torturano con tenaglie arroventate, più volte, mi strappano il naso e il pene.
Ma non gli do la soddisfazione di sentimi urlare. Nel silenzio soffro, affronto il mio destino. Alla folla che mi guarda rivolgo il mio ultimo sguardo, so che fra loro c’è chi crede in me e nel mio predicare. E a voi che mi strappate a questo mondo terreno, a voi uomini di chiesa dico questo: «… il tempo finale in cui finalmente l’ordine e la pace saranno ristabilite sta arrivando… oggi uccidete un uomo ma non il seme delle sue idee che continuerà a camminare su questa terra…».




