Sonia Amf: «A Villa Triste i cani mi rosicchiavano le ginocchia…»

Tempo di lettura: 7 minuti

Io ero con le mani legate, mi son presa per le corde ed essendo agile ho alzato su le gambe ma quei cani erano così grandi che mi hanno rosicchiato le ginocchia, anche qui, ho ancora tutti i segni, con i canini mi hanno fatto un buco così!....

C’è chi dice che si sopravvive a tutto nella vita.
Credo sia vero… vista la tenacia e la forza con cui alcune persone restano aggrappate alla vita.
Leggo le storie delle donne Partigiane sempre con grande rispetto. Quello che mi porto delle loro vicende è il dolore fisico e morale che hanno dovuto patire, la forza con cui hanno affrontato le incertezze del loro cammino, il coraggio con cui hanno scelto la Resistenza per fare dell’Italia un paese libero, dai fascisti e dai tedeschi.
Il nodo in gola è sempre lo stesso, ma il desiderio di raccontare le loro storie di madri, mogli,  crocerossine, combattenti, combattenti, Partigiane è più forte di qualsiasi altro sentimento, perché abbiamo il dovere di conoscere le brutture della storia d’Italia, le mostruosità che 20 anni di fascismo si sono portate dietro. Raccontare… leggere… ricordare… ma soprattutto raccontare.
E così sono arrivata a leggere la testimonianza resa da Sonia Amf.
Sonja, il cui vero nome è Paola, è nata il 20 gennaio 1927 a Smarje, provincia di Trieste.
Suo padre era ingegnere, progettava ponti e gallerie ma in quel periodo era senza lavoro perché non voleva iscriversi al partito fascista. Sua madre poetessa, scriveva contro il regime. Erano di origini ebraiche.
Quando aveva solo 3 anni rimase orfana di padre. Un giorno, lui e un paesano si incontrarono per strada e si salutarono in sloveno. I fascisti che li avevano sentiti, li aggrediscono con ferocia: calci, pugni, schiappi, poi il papà di Sonja venne legato a un gelso moro e costretto a ingoiare 3/4 di litro di olio di macchina, perché, come dissero, avevano finito l’olio di ricino, ben distribuito in tutto il Carso. Tornato a casa, mise i suoi piccoli a letto, suonò loro la ninna nanna e poi crollò a terra con lo stomaco perforato. Morì tre giorni dopo, non aveva ancora 30 anni, lasciando nello sconforto la famiglia.
Passarono gli anni, non senza difficoltà. Sonja aveva solo 15 anni quando fu oggetto di pesanti attenzioni da parte di un uomo del paese. Scoperto una sera nella camera della giovane, nel tentativo di violentarla, la mamma di Sonja lo affrontò senza timore, minacciandolo di raccontare tutto alla moglie. Appena l’uomo ebbe l’occasione di vendicarsi, denunciò le due donne per avere dato asilo ad alcuni soldati sloveni in fuga. Arrestate, vennero portate a San Daniele dai carabinieri per essere interrogate. Rimasero rinchiuse per giorni, senza la possibilità di vedersi. Dopo 5 giorni, senza cibo e senz’acqua, Sonja venne rilasciata, affamata e malconcia, mentre la madre venne fucilata.
Da quel giorno rimase sola, perché suo fratello era stato costretto ad andare a combattere in Russia.
A causa delle sue origini e dell’aiuto che dava ai soldati in fuga o ai partigiani, fu arrestata altre due volte. L’ultima venne portata in carcere a Trieste, nelle cantine dei gesuiti.
In quel luogo nascosto stavano in 8 in uno spazio di circa quattro metri quadrati. A pranzo ricevevano una zuppa maleodorante, che brulicava di vermi. Le condizioni igieniche erano inesistenti. Ammassate come bestie, attendevano il loro turno di torture. Sonja veniva condotta ogni giorno Villa Triste, dove finì nelle mani della banda Collotti.  Il loro capo era Gaetano Collotti, un uomo distinto che andava a messa ogni mattina prima di iniziare il “lavoro”. Per non far sentire le urla di quelli che finivano nelle sue mani, in gran parte sloveni del Carso e altri antifascisti, faceva mettere intorno alla casa musica ad alto volume.
In quella villa, lontano da occhi indiscreti, rimase per giorni.
Le ruppero i piedi, le strapparono le unghie, le ruppero le dita delle mani chiudendole nelle porte. Subì una lesione permanente alle vertebre, le ustionarono la nuca e i capezzoli con le sigarette. Per interrogarla la appendevano legata mani e piedi a una fune, la issavano e poi la lasciavano andare. La picchiarono con tale forza da renderla quasi cieca da un occhio. Un giorno mentre era in cella in attesa di essere portata nella sala interrogatori, fu morsa dal cane di uno dei sui aguzzini, che le lascò addosso cicatrici indelebili. Di quei giorni disse: «In carcere mi iscrissero nel registro dei detenuti. … Eravamo così come le sardelle, testa – piede – testa – piede e di giorno si stava su questi pagliericci arrotolati, si stava sedute, poi son venuti a prendermi e mi hanno torturata. Mi chiudevano non tutte le dita perché sono diverse, ti chiudevano quelle tre tra le porte, dopo quella, questa. Vede che è tutto storto? C’era un fascista che con altri mi ha legato le dita con delle strisce di stoffa e mi hanno rotto le dita non legate. Ti dicevano: “Parla!” e se non parlavi ti rompevano le dita. Non mi sono neanche guarite poi, e quando svenivo era una manna, perché non sentivo. Poi mi hanno presa, mi hanno portato su in “Villa Triste” … E là poi… Se non sono morta quella volta non so, non morirò mai più. La cosa più terribile che mi è toccata era la cassetta. Era una cassa: ti mettevano in modo che la testa e i piedi venissero fuori insieme e siccome io ero una ginnasta mi piegavo; dopo però ti infilavano un tubo in gola, aprivano l’acqua e, finché non diventavi blu in viso l’acqua scorreva; allora chiudevano l’acqua, ti giravano e saltavano sulla pancia per espellere l’acqua. Tre volte mi è toccata questa tortura. Un’altra volta eravamo in quattro in una stanza appese al soffitto e c’era un sistema di carrucole per tirarci su e giù a loro piacimento e c’erano due grandi cani, cani lupo, tedeschi, “Ecco, se non parli ti faccio sbranare dai cani”. Io ero con le mani legate, mi son presa per le corde ed essendo agile ho alzato su le gambe ma quei cani erano così grandi che mi hanno rosicchiato le ginocchia, anche qui, ho ancora tutti i segni, con i canini mi hanno fatto un buco così! Poi mi scottavano con le sigarette dietro le orecchie e sui capezzoli, non solo a me, però a me è costata più cara perché mi ribellavo».
Sonja tornò libera il 25 luglio 1943, miracolosamente viva, quando l’arresto di Mussolini portò un generale scompiglio. Un carceriere le aprì le porte della cella e lei fuggì. Venne nascosta da un contadino, che la aiutò a superare quelle prime ore drammatiche e poi si rifugiò da una parente, portando con sé tutto il dolore delle torture subite da lei e dai suoi compagni di prigionia.
Sonja non ha mai dimenticato, è sopravvissuta alla cieca furia fascista. Le cicatrici emotive, fisiche e psicologiche accompagnano ogni giorno della sua vita, ma nonostante questo ha vinto la battaglia più dura verso chi la voleva annientare con la voglia di vivere e il sorriso.

BIBLIOGRAFIA

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