Elsa Pelizzari, la partigiana Gloria, staffetta a 14 anni

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 Avevo lottato assieme ai partigiani lassù sulle montagne, circondata da tanti uomini, e quando tornai a casa la gente mi guardava come fossi una poco di buono. Fu l’umiliazione più grande che abbia mai dovuto sopportare...

 «Avevo lottato assieme ai partigiani lassù sulle montagne, circondata da tanti uomini, e quando tornai a casa la gente mi guardava come fossi una poco di buono. Fu l’umiliazione più grande che abbia mai dovuto sopportare».
Queste solo le parole della Partigiana Elsa Pelizzari, nome di battaglia Gloria, rilasciate durante un’intervista.
Elsa è nata a Roè Volciano, in provincia di Brescia, il 4 aprile 1929.
Vive e cresce in una famiglia antifascista, con i genitori, una sorella e un fratello.
Le leggi del governo fascista a quel tempo vietano qualsiasi tipo di associazione, tranne Azione Cattolica, che può continuare la sua attività.
Ed è proprio grazie all’iniziativa del parroco di Gazzane, Don Angelo Bianchi, che Elsa, comincia a sentire parlare di libertà. Con la scusa di riunirsi come iscritti ad Azione Cattolica, Don Angelo parla ai giovani, di Dio, del Vangelo, ma anche di come si vive in paesi in cui il fascismo non esiste. Li lascia liberi di farsi un’idea, mandandoli ad osservare gli abitanti di Salò, Gavardo, Vobarno. I ragazzi vanno e poi parlano con lui delle impressioni che hanno avuto. Don Angelo li ascolta interessato e poi decide: sceglie fra loro 12 ragazzi e una ragazza, Elsa, che all’epoca ha 14 anni e si reca a Brescia in biciletta ogni giorno per frequentare la scuola di stenodattilografia.
Così nasce il gruppo Nico Fiamme Verdi, brigata Tito Speri, che poi diventerà Perlasca. All’epoca Elsa è soprannominata la Nigrina.
Don Angelo crea una rete ben organizzata di informazioni, in cui i suoi ragazzi occupano posizioni strategiche nelle fila del nemico: Elsa va a lavorare ai sindacati dell’agricoltura della Repubblica di Salò, quattro di loro presso una polveriera a Tormini, due al ministero degli interni come impiegati, uno alla Xª Mas e due presso un’officina delle SS. Due mesi dopo aver iniziato la sua attività, Elsa viene contattata dal comando del CLN che le chiede di diventare staffetta a tempo pieno. Lei accetta senza timore, prendendo il nome di Gloria, spinta dalla convinzione incrollabile di stare dalla parte giusta e inizia la sua attività prima per la Perlasca, poi per la 122ª Garibaldi e per la VIIª Matteotti. Elsa porta i messaggi nascosti nell’orlo della gonna, passa inosservata grazie alla sua aria innocente, al suo viso pulito. È talmente giovane che nessuno sospetta di lei.
All’inizio le danno una paga, ma ben presto i soldi finiscono e lei continua la sua attività come volontaria. Insieme alla mamma e alla sorella patiscono la fame, ma non pensa mai di lasciare il suo incarico di staffetta.
Tutto sembra andare per il verso giusto, fino al 22 aprile 1945. Una lunga colonna di circa 80 automezzi tedeschi si prepara per ritirarsi dalla Valsabbia. Nel farlo sono pronti allo scontro, armati con mitragliatrici pesanti e armi di vario genere. Il comando del CLN autorizza ad offrire un salvacondotto fino al Brennero in cambio della resa. A trattare con i tedeschi va proprio Elsa, armata del suo aspetto innocente, del suo coraggio e di 4 panini che mangia lungo il tragitto. Tremante arriva a Tormini, dove incontra gli ufficiali della Wehrmacht e delle SS presso un’osteria. La giovane, che parla un po’ di tedesco, espone la sua proposta, ma in tutta risposta, uno degli ufficiali delle SS spara un colpo di mitra che la sfiora per poco. La trattengono per 7 ore, in cui i suoi compagni, compreso il fratello, la credono spacciata e in cui Elsa resiste, non rivela nessuna informazione. Continua a ripetere di essere stata costretta a portare quel messaggio, che l’hanno presa fuori da un negozio e che la sola cosa che sa con certezza è che la valle è piena di Partigiani. Dopo quelle interminabili ore, viene caricata su uno dei pochi camion che ancora non si sono ritirati. Alla guida c’è un soldato, a cui la ragazza rivolge alcune parole: «Assomigli a mio padre», gli dici anche se non è vero.
Lui la guarda con tenerezza e le risponde: «… tu mi ricordi mia figlia che non vedo da tre anni…».
Partono, sembra tutto perduto, il camion svolta per la valle e il soldato apre la portiera, e le grida «Raus!». Elsa corre, non si volta mai e torna dai suoi compagni, provata da quella terribile esperienza. Se non fosse fuggita probabilmente l’avrebbero deportata in un campo di sterminio.
La guerra finisce, Elsa ce l’ha fatta e con lei tutto il suo gruppo.
La vera delusione arriva dopo la guerra, quando trovare un posto di lavoro diventa difficile, a volte impossibile: nessuno la vuole assumere perché è stata in montagna con i partigiani e chissà cosa ha fatto…
«Molte partigiane come me sono state discriminate. Dopo la guerra la mia amica Maria Boschi, nome di battaglia Stella, dovette cercare lavoro in Svizzera perché qui nessuno la assumeva, e io a 18 anni mi vergognavo a uscire di casa per come mi guardavano. Per molto tempo l’Italia ci ha dimenticate. Ma è a questo che servono le giornate come il 25 aprile. La politica oggi dimostra di aver disimparato ciò che ci ha lasciato la Resistenza, ma è ai giovani che dobbiamo guardare. È a loro che dico tenete le mani e la faccia pulita, solo così potrete difendere la vostra libertà».
Elsa Pelizzari, la partigiana Gloria, si è spenta il 28 giugno 2022 all’età di 93 anni. Della sua esperienza come staffetta ha detto: «… due anni sono lunghi, ne sono capitate tante. Ma non ho rimpianti… Delusioni sì».
A lei va il nostro ricordo e il nostro grazie per aver combattuto per la nostra Libertà.

BIBLIOGRAFIA

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