La storia che vi sto per raccontare è accaduta quando avevo 13 anni e una visione del futuro completamente diversa da quello che poi è stato. Ero in seminario e in quel periodo ero davvero convinto che, la mia scelta di vita, sarebbe stata quella di diventare sacerdote. Poi gli accadimenti successivi mi hanno fatto cambiare visione delle cose. Adesso sono felicemente sposato con Paola da 35 anni e ho due figli, Sebastiano e Marta, di cui sono estremamente orgoglioso… come penso lo siano molti papà dei loro ragazzi.
Mi preme sottolineare una cosa.
La mia scelta non è stata fatta quando mi sono accorto del dono prezioso che sono le donne in generale, anche perché la mia prima e unica donna è stata mia moglie e di questo ne sono molto felice e fiero. Ho cambiato idea perché mi sono reso conto che seguire certe regole, in primis l’obbedienza senza fare troppe domande, fondamentale per un sacerdote, non avrebbero mai fatto parte del mio vivere. Ma torniamo alla storia…
Il vicerettore e il direttore spirituale del seminario di Lodi in cui ero, i due don Antonio, un’etate di tanti anni fa ci hanno portati in val di Fassa a vedere, e ammirare, uno degli spettacoli più belli e indimenticabili che un ragazzino come me potesse mai immaginare di tenere nel cuore: la magia delle torri del Vajolet, un capolavoro della natura che, mi piace pensare, e lo scrivo e racconto in un mio libro, siano “un sospiro di Dio”.
Se la leggenda racconta che il Pelmo è il “Cadregon” dove Dio si è seduto per ammirare le Dolomiti appena create, a me piace pensare che un suo sospiro di soddisfazione si sia trasformato in queste torri, lame verso il cielo come a voler innalzare, con la loro meraviglia, una lode infinita.
A parte lo stupore davanti a tanta bellezza, col fiato mozzato dall’emozione, la stessa che provo ancora oggi guardandole, la cosa che mi aveva colpito quel giorno era vedere, per la prima volta, dei puntolini rossi e blu che sulle varie vie arrampicavano, seguendo piccoli e grandi sogni. Mi ricordo nitidamente il pensiero che avevo fatto: “…se potessi un giorno farlo anche io…” e la settimana dopo col Piz Boè, mia prima cima – adesso sono, credo, oltre 200 – è cominciata la mia nuova vita, la mia nuova passione, il salir montagne, l’amore dell’aria sottile che ancora oggi colora il mio vivere di nuove e bellissime sfumature.
Passano 10 anni esatti da quel lontano giorno, arriviamo al 1986. Con una corda in spalla, sto salendo per la gola di Gartl, dal rifugio Vajolet al rifugio Re Alberto, per salire forse la via che, ancora oggi, esalta di più il mio personale orgoglio di alpinista, appassionato di arrampicata su roccia: lo spigolo vertiginoso che dalla Val Tires, in esposizione assoluta, arriva in cima alla torre Delago. Credo che sia la via di Tita Piaz e la torre è quella che, guardando le torri del Vajolet, rimane a sinistra. Mi sono legato, ho guardato in alto e sono diventato anche io uno di quei puntini rossi e blu: ho iniziato ad arrampicare su appigli e appoggi grandi ma lucidi per i troppi passaggi.
Il primo tiro è stato obliquo, verso sinistra, in direzione dello spigolo e forse perché ero ancora freddo o per scarsità di appigli, l’ho trovato più difficile degli altri. Del resto, non è che io sia stato un grande rocciatore, ho realizzato tanti sogni, arrampicato tante vie, ma sono sempre stato uno nella media, però felice e appagato da ogni uscita. Tornassi indietro rifarei tutto come allora.

Quando sono arrivato sullo spigolo, ho toccato con mano, o meglio con occhi, il senso della profondità e dell‘ esposizione di queste rocce e guardare i boschi e i prati della Val Tires 600 metri sotto i tuoi piedi, credetemi, è stata davvero un’emozione indimenticabile. Il resto della salita posso dire che sia proseguita tranquillamente, se non ripenso al vuoto sotto di me, con appoggi per i piedi e appigli per le mani che mi sembrava creassero una scala verso le meraviglie di una natura che non si stanca mai di riempirti l‘anima di bellezza e gioiosa soddisfazione.
L’arrivo in vetta è stata emozionante e spettacolare, anche se ancora oggi ho il cruccio di non aver goduto appieno le meraviglie di quegli scorci panoramici, forse perché troppo inebriato dall’euforia di un sogno realizzato. Un ricordo ancora nitido di quel momento è il mio saluto urlante ai miei amici Carlo e Paolo che questa volta erano puntini lontani che mi stavano salutando dal rifugio Re Alberto, e anche io per loro ero un puntino emozionato e al settimo cielo, che aveva trasformato un sogno in realtà e in un felice e indimenticabile ricordo.
La discesa in doppia, prima con la sosta su un masso incastrato tra la Delago e la Stabler, poi con due calate sempre nella fessura fra le due torri, è stata tranquilla e il giro di birra al rifugio, offertomi dai miei compagni di scalata, è stato la degna conclusione di una giornata entrata, di diritto, fra le più belle della mia esistenza di uomo innamorato delle montagne.
Poi ci sono state tante altre salite, tante altre emozioni e tanti altri amici , ma festeggiare dove tutto è iniziato, dove i sogni sono nati, credo sia stato un momento indimenticabile e impagabile. Se quel giorno qualcuno avesse detto a quel ragazzino di 13 anni, che guardava trasognato quelle rocce, che le avrebbe salite, sicuramente, quel ragazzino, gli avrebbe riso in faccia.
Invece…. mai dire mai e mai mettere un freno ai bei sogni.
Emiliano Ardigò





