Quanto sono importanti le radici! Senza radici non saremmo quello che siamo oggi! Siamo nani sulle spalle di giganti…
Parlare di “radici”, soprattutto viste come strumento “di sopravvivenza” per stare al mondo, su cui fondare (o spesso ri-fondare) la propria identità, per un antropologo, è quasi banale. Negli anni ho infatti avuto modo di studiare e di documentare l’importanza delle “tradizioni” e del termine in vari campi, compreso quello del marketing. Come amo dire: “senza una fiaba non compriamo nemmeno un pacchetto di biscotti. E deve essere una fiaba che sa di tradizione!”.
Volevo iniziare questa mia breve relazione in modo più originale, con tre brevi quadri da cui far partire un ragionamento più complesso.
Le radici per cercare se stessi
Inizio da uno spunto artistico: Rosella Biscotti è un’artista visuale italiana formatasi all’estero, in Olanda e Belgio. Quella che potremmo chiamare, con una frase che sinceramente non mi piace per niente, un “cervello in fuga”.
Le sue opere si basano su un lavoro di ricerca e di riscoperta del passato, è quasi una etnografa non so fino a che punto involontaria: studia, ricerca e trasforma in opere d’arte, molto apprezzate, queste tradizioni.

Una artista che – perdonate la battuta – andrebbe odiata perché porta via il lavoro a noi antropologi! Ed il fatto che sia una persona che per varie vicissitudini ha lavorato lontano dall’Italia e dal suo paese natio, che è diventato quasi il suo luogo originario mitizzato, è molto interessante e le permette anche di avere uno sguardo da lontano. Come dicamo sempre noi antropologi: non sono stati i pesci a scoprire l’acqua! Ma il suo interesse per le radici, per quello che siamo, altro non è che la reazione della nostra generazione, quella dei Millenials, degli anni ’70 ed ’80, caratterizzata da uno smarrimento delle grandi certezze della modernità: quando avevamo l’età per tentare di capire il mondo del bipolarismo perfetto questo è crollato insieme ad un muro. E dopo il muro sono crollate due torri, e con esse il mito dell’inviolabile suolo sacro, che hanno polarizzato ulteriormente il mondo tra noi – i buoni – e gli altri – i cattivi, terroristi che non sopportano la nostra democrazia, che va esportata (anche con la forza!).
Una situazione che difficilmente, anche psicologicamente, si potrebbe sopportare: l’homo sapiens è, ancora oggi, un animale impaurito alla costante ricerca di certezze. Ed ora che queste certezze non ci sono più siamo proprio noi Millenials che ci aggrappiamo, con le unghie e con i denti alle tradizioni. Siamo noi che in un mondo sempre più globalizzato e dalle distanze quasi annullate cerchiamo chi eravamo per capire chi siamo.
I boomer confidavano nel futuro, hanno abbandonato il dialetto e la campagna alla ricerca dell’illusione di un progresso economico e di un welfare state che è drammaticamente crollato.
Noi millenials abbiamo capito, pur con i nostri metodi trasognanti, fatti di una mitizzazione di quel passato felice che è la nostra infanzia, di essere l’ultimo anello di una catena. E ci aggrappiamo al nostro passato, rispolverando le vecchie tradizioni o creandone di nuove, senza alcun timore reverenziale. Il cosplay di Gesù che trovo ai comicon ne è forse l’esempio più lampante.
Citando Inside Out 2: nel cervello di noi Millenials la consolle è spesso comandata da Nostalgia.

Quella stessa nostalgia che ha dato origine ad un mercato incredibile di “prodotti della nostalgia”, che occupano quasi tutti i settori merceologici. Ci sono architetti e geometri che, per venire incontro al bisogno di ri-appaesamento dei “turisti delle radici” offrono ricostruzioni delle case dei propri antenati, evoluzione personalizzata dei tanti musei che propongono la “tipica abitazione del passato”. Non dimentichiamo i vari dolci “tradizionali” inventati pochi anni fa e che rimandano volutamente al rustico, ad esempio tramite l’uso di farine integrali o semi-integrali. O addirittura la nostalgia che ci porta ad andare al cinema per rivedere un Indiana Jones ottantenne, l’ennesimo film di Alien, dei Ghostbusters riesumati dagli anni ’80 con uno Slimer sempre più obeso o l’ultimo (speriamo) remake de Il corvo o il sequel de Il gladiatore. Quando poi non si tratta di riedizioni “da collezionisti” dei nostri giocattoli: esiste un vero e proprio mercato, molto florido in tutto il mondo, di collezionisti dei Master of the universe, di cui hanno fatto recentemente persino un nuovo cartone targato Netflix (con protagonista She Ra).
Le radici per creare identità
Secondo spunto: Expo 2015. A Milano ho avuto modo di tornarci più e più volte (se non ho fatto male i conti dovrei esserci andato circa una ventina di volte, di cui almeno 5 a fare conferenze!). Ed uno dei padiglioni che mi aveva colpito di più era quello degli Usa.

Ecco, in quel magnifico padiglione, multimediale, si raccontavano storie dei piatti tipici americani. Vedo già le facce schifate: ma cosa ne sanno gli americani di cucina, visto che fanno solo schifezze stile hamburger e patatine di MacDonald’s? Ecco, in realtà hanno raccontato, in questi brevi video molto belli, la storia di alcuni “confort food”, dei loro cibi delle radici. E sapete uno dei primi qual era? Spaghetti and meatballs, spaghetti con le polpette. Una ricetta che trasuda italianità già dal nome: gli spaghetti, simbolo dell’italia (che in realtà provengono dall’oriente), unito con il pomodoro (che proviene dalle Americhe) insieme alle polpette, eponimo della concezione contadina – ed alpina – del “non si butta via niente!”. Che meraviglia! Una trasformazione incredibile che rende omaggio alle comunità italiane che hanno contribuito a creare il paese. Pensiamo alla Little Italy newyorkese: un vero e proprio polo di attrazione turistica! Chi, andando a Manhattan, non ha fatto un giro per Little Italy? Che poi gli italiani non ci vivano più – già una ventina di anni fa si erano trasferiti nel più lussuoso quartiere di Tribeca – poco importa!
Pensiamo anche alla pizza, altro piatto tradizionale ed iconico: nel World’s best pizza del 2023, dal 6° al 10° posto erano occupati da pizzerie non italiane. Barcellona, Usa e persino Giappone. Ed i nomi dei pizzaioli sono Rafa Panatieri & Jorge Sastre, Daniele Cason (Giappone), Dan Richer della Razza pizza artigianale (USA), Matteo Martinenghi – Baest (Danimarca), ma ancheYuki Motokura della Pizza Marumo (Giappone). Cosa voglio far notare? Che le migrazioni, il tanto amato ethnoscapes di Appaduraj, fanno parte di noi ed aiutano a costruire l’identità non solo del paese di origine, ma spesso anche del paese di arrivo. E tanto la pizza quanto gli spaghetti and meatballs ne sono un fulgido esempio.

Ma allora noi italiani siamo sempre stati benvisti ovunque andavamo? Eravamo veramente gli Italiani brava gente ben voluti da tutti? Come di consueto la risposta non è mai semplice, né univoca. Ma ricorderei gli utili colpevoli Sacco e Vanzetti, o gli operai delle miniere belghe come Marcinelle.
Storie di migrazione, le nostre, che hanno dato origine anche a fake news, a narrazioni volte ad evidenziare l’aspetto di diffidenza verso il nostro popolo. Tutti abbiamo letto quel brano, molto controverso e diventato virale tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, ottobre 1912, in cui noi italiani venivamo definiti «Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano in 2 e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano 4, 6, 10. Parlano lingue incomprensibili, forse dialetti».
E ancora: «Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali». Ecco, quella citazione, ripresa anche da grandi giornali quali la Rai sembra essere la citazione di una citazione di un articolo apparso su un giornale locale, pubblicato da un avvocato che l’ha trovata in un libro di cui non ritrova il titolo. Una fonte, tecnicamente di terza mano. Ma questo atteggiamento non è una invenzione, sia chiaro. Molti studiosi riportano condizioni degli immigrati italiani non propriamente ottimali: Gian Antonio Stella, Gene Veronesi, Marco Aime. In sintesi se la citazione non è vera – sembra non ci siano tracce di un “Inspectorate for immigration” nel 1912 – per lo meno è verosimile e fa vedere l’atteggiamento che gli Usa avevano nei confronti dei migranti italici.
Le radici per creare il futuro
L’ultimo quadro che voglio delinearvi è relativo al futuro.
E vi parlo di un caso personale: mia figlia, 12 anni, inizierà tra pochi giorni la seconda media: tra i suoi compagni ha una ragazzina cinese, una originaria del Bangladesh ma nata in Italia, romeni e sudamericani. Poi si aggiungono i “mezzosangue”, ovvero persone che hanno madre francese o tedesca. Un bel melting pot per essere una classe di solo 19 bambini!

Noi antropologi diciamo sempre che la diversità è una ricchezza e permette di stimolare la reciproca conoscenza dell’altro. Come detto noi esseri umani siamo molto complessi ma il nostro cervello ragiona ancora come quello dei nostri antenati, ovvero catalogando ed escludendo. Io sono io perché esistete voi che siete fortemente diversi! La mia identità si costruisce in contrapposizione alla diversità. Noi ci accorgeremo di essere umani solo quando arriverà un’alterità aliena.
Nel 2010 il Ministero dell’Istruzione emana una circolare che regolamenta il numero di alunni stranieri con una ridotta conoscenza della lingua italiana: massimo 30%. Da docente di italiano dico che, purtroppo, non sono solo gli stranieri ad avere grossi problemi con la nostra lingua (ho visto acca ed accenti in posti che non potete nemmeno immaginare!). Ma quali sono questi dati? Nel 2021/22 in Italia il 18% di scuole non aveva nemmeno uno straniero in classe, mentre il 57,6% di classi si attestava con una presenza di persone di nazionalità estera entro il 15%: solamente il 3,3% superava il 40% di studenti non italiani. Il Piemonte risultava in linea con le statistiche nazionali, mentre l’Emilia Romagna aveva l’8,1% di classi con oltre il 40% di stranieri, e dal lato opposto la Sardegna aveva quasi il 40% di classi composte interamente da italiani.
Ma ha senso questa statistica? La presenza di stranieri è opportunità o rallentamento? Difficile rispondere: la scuola deve rispondere alle esigenze del mondo contemporaneo. La mia generazione ha iniziato a studiare inglese alle medie, quella di mia figlia lo “studia” già dall’asilo. Ma una classificazione di questo genere – italiano / straniero – risulta sotto alcuni aspetti arbitraria. La cittadinanza è solo un foglio di carta, è attenersi a determinate regole sociali o è riconoscersi in quella identità? Con l’Italia che vinceva alle olimpiadi il nostro orgoglio nazionale si è ripreso, ci siamo sentiti vincitori, appartenenti ad una nazione di vittoriosi. Una identità, la nostra di Italiani, complessa, fatta di differenze che ci portiamo avanti dal Medioevo. Pasta vs riso, olio vs burro, carne vs pesce… Già dalle abitudini alimentari è difficile definire un archetipo di “cucina Italiana”, quella stessa “cucina italiana” che stiamo tentando di far diventare patrimonio dell’umanità Unesco e che è un po’ sulla bocca di tutti. Persino il caffè è enormemente differente tra nord e sud!
Ripeto: ci sono madrelingua che parlano un italiano pessimo e figli di migranti, magari di seconda o terza generazione, che si esprimono in un idioma ottimo e mettere l’accento sulla cittadinanza forse non è la soluzione a tutti i problemi.

Anche perché per capire chi non è italiano bisognerebbe capire molto bene chi lo è. Ma ormai l’identità italiana è sempre più difficile da definire: nella classe di mia figlia i bambini che hanno fatto la cresima sono molto pochi, una percentuale terribilmente bassa rispetto al 90% di trent’anni fa. La perdita della leva obbligatoria ha contribuito non poco a “destrutturare” il nostro concetto di patria. In molti, come aveva capito Gaber a inizio anni 2000, non si sentono italiani, ma per fortuna o purtroppo lo sono. Io per primo.
Conclusioni
Tentiamo ora di tirare le conclusioni di questo ragionamento. Abbiamo visto le migrazione nel passato, presente e futuro. Abbiamo visto come l’uomo, da sempre ricerchi le proprie radici, a cui aggrapparsi per sopravvivere alle tempesta che ha colpito l’umanità, soprattutto negli ultimi decenni. Le radici sono quindi un elemento di sopravvivenza che potrebbe essere valorizzato anche economicamente: se tutti gli 80 milioni di discendenti di emigrati italiani all’estero tornassero contemporaneamente in Italia non avremmo neanche posto per ospitarli. Ma di questo ne parlerà di certo meglio Samuel.
Le migrazioni sono un fenomeno insito nell’essere umano, così come l’incontro – e scontro di culture -: in epoca preistorica sono proprio stati gli homo sapiens che hanno dato origine all’out of africa 2, colonizzando tutto il mondo partendo dall’Africa e incontrando altri ominidi, quali ad esempio i Neandhertal.

Quindi migrare è nel nostro DNA e queste migrazioni sono da leggere come delle importanti occasioni di crescita: economica, sociale e culturale. I Romani sono stati il primo grande impero cosmopolita, che ha assorbito fin che ha potuto l’alterità, crollando quando non è riuscito a far fronte alle istanze dei popoli che premevano ai confini per entrare nel sacro suolo romano.
Le migrazioni, in conclusione, costruiscono sempre identità e ne sono alla base. E l’identità la costruisco o per contrasto, o per similitudine o, ancora meglio, mescolandosi. Perché, quando facciamo una buona carbonara, vogliamo che uovo, guanciale, pecorino e pasta siano perfettamente amalgamati tra di loro, ognuno esaltando le proprie caratteristiche in un piatto equilibrato.
