Giorgio da Valeggia e la costruzione dell’immagine

Tempo di lettura: 7 minuti

Il presente articolo è tratto dalla presentazione della mostra Arte in cerca di spazio in programma presso Laborart e dedicata al pittore Giorgio da Valeggia.

Iniziamo raccontando qualcosa del protagonista di questa mostra: Giorgio Da Valeggia. La sua carriera artistica è senza dubbio stata molto importante: tutti, almeno tra le persone qui presenti, conoscono il suo percorso artistico che è passato per vari “periodi” molto fruttuosi. Ad esempio uno di quelli che sinceramente preferisco è quello degli hometti, uno dei progetti che resero noto il suo nome al grande pubblico. La mia vena un po’ nostalgica, tipica di noi Millenials, mi fa pensare anche alle sue opere sul passare del tempo, con delle bellissime strisce di luce, delle particelle di tempo, che si dipartono da questi bei primi piani o da particolari inanimati.

La costruzione del colore

La sua pittura è difficile da descrivere, e qui ne abbiamo una serie di esempi tratti da varie collezioni private che racchiudono tutti i periodi della sua lunga carriera artistica. Ci sono ad esempio i quadri del primo periodo, maggiormente raffigurativi, ma dai quali emerge l’aspetto molto importante della resa cromatica e dell’utilizzo del colore. Già perché Giorgio da Valeggia utilizzava il colore in maniera molto interessante, un modo che, nonostante fosse autodidatta e non avesse frequentato prestigiosi istituti di formazione, sottintende uno studio sistematico della teoria dei colori. Giorgio, infatti, soprattutto nei suoi paesaggi più onirici (e fortunatamente ne ho qualcuno a casa!) non si limitava a prendere il colore e a spremerlo sulla tavolozza, come fanno troppo spesso i principianti, ma lo creava armonizzandolo con il resto dell’opera. Inserendo note di arancione per valorizzare i blu, giocando con i contrasti tra i vari complementari, in una perfetta armonia cromatica e – permettetemi di dirlo –  sensoriale. Nei quadri di Giorgio ti puoi immergere, ti puoi perdere, ed anche dopo anni riesci sempre a trovarci qualcosa di nuovo da analizzare, qualche nuova sensazione che riesce a trasmetterti.

E sono sensazioni terribilmente umane: la disperazione, il sentirsi dispersi nel mondo e senza un proto sicuro, ma anche la beatitudine del mondo bucolico, con la sua mitizzazione di eden incantato dove potersi riposare e ritrovare la propria identità, troppo spesso perduta in questo mondo postmoderno fatto di virtualità e incorporeità.

Il corpo dell’artista

Ed a proposito di corpo sfrutto la polemica che, attraverso il mondo virtuale dei social network, dove ognuno ha diritto di esprimere la propria opinione e dove, come diceva Eco, diventa molto difficile nascondere la propria “essenza”,  vorrei porre una riflessione sul corpo dell’artista.

La polemica verteva sull’uso della fotografia del pittore per pubblicizzare questa mostra: è lecito e non è lecito usarla? A chi appartiene questa immagine? L’immagine, per evitare polemiche, è stata tolta.

Io, da giornalista e scrittore, fervente sostenitore dei diritti di copyright, penso che i diritti di quella foto incriminata appartengano al fotografo che l’ha scattata. Giorgio si è messo in posa, quindi il fatto stesso di essersi messo in posa è un consenso. Poi Giorgio, purtroppo, non c’è più. Mi ricordo una puntata dei Simpson dove Homer veniva incaricato da un gruppo di pubblicitari di uccidere, in cambio di soldi, altre celebrità per poter sfruttare gratuitamente la loro l’immagine. Perché il diritto di immagine, per personaggi reali, non appartiene ai parenti.

Ma io propongo un passo successivo: Giorgio era un personaggio pubblico e proprio grazie al suo corpo ha costruito la sua carriera artistica. Anzi, ha costruito il suo corpo in base alla carriera artistica. O forse viceversa, poco importa. 

Non è raro che gli artisti lavorino sulla costruzione della propria corporeità: il fisico ed il corpo diventa esso stesso opera d’arte, performance. Abbiamo tutti in mente Maria Abramovich che sti staglia nuda di fronte ad una porta impedendo il passaggio ai visitatori.

Ma abbiamo anche tutti in mente le immagini di Salvador Dalì, con i suoi iconici baffi. Cosa sarebbe stato Dalì senza di questi? O Andy Wharol, con i suoi capelli bianchi, o andando indietro nel tempo l’immagine di Leonardo Da Vinci o di Raffaello Sanzio… Giotto è diventato icona per un noto marchio di pennarelli. 

La costruzione della propria fisicità, il modellare il proprio corpo, è una cosa molto antica, che noi esseri umani facciamo sin dai tempi dei primi ominidi. Pensiamo ai tatuaggi, agli orecchini o ad altri interventi di antropopoiesi più invasivi quale ad esempio l’allargamento dei lobi delle orecchie.

Il pittore che diventa “uomo selvatico”

L’artista ha capito che la costruzione del suo corpo è fondamentale, che la sua carriera passa proprio da questa identificazione tra corpo fisico, corpo “materiale”, e corpo “artistico”. Giorgio Da Valeggia ne è un valido esempio. In tanti anni che lo conosco ha costruito la sua immagine come una sorta di eremita, di uomo selvatico – che è un personaggio molto positivo del folklore locale -. Non l’ho mai visto una volta in giacca e cravatta, nemmeno alle presentazione delle sue mostre più importanti. La barba lunga a coprire il viso, il tono della voce sempre calmo e pacato, sembrava quasi l’archetipo del vecchio eremita, una sorta di Nonno di Heidi dai capelli rossicci e non bianchi. 

Con questo suo look – e soprattutto con la sua ferrea volontà di cambiare il proprio nome utilizzando il toponimo del luogo in cui ha ritrovato se stesso, Valeggia, la frazione disabitata di Montescheno dove ha preso residenza – è iniziato il suo lungo percorso artistico.

Ed un passo successiva nella sua costruzione artistica e della sua corporeità è stato proprio il suo cammino di Santiago, dove il corpo, ancora una volta, è protagonista sin dalle prime pagine, quando cioè decide di intraprendere il percorso sacro non tanto per motivi religiosi quanto perché un medico gli aveva detto che i suoi polmoni erano invecchiati precocemente. 

Giorgio Da Valeggia con i suoi sandali, simbolo della fatica di quel cammino di un migliaio di chilometri portato a termine per sfida personale e che ha dato origine alla sua carriera letteraria, aiutato da un accurato lavoro di revisione portato avanti da Laura, compagna di una vita.

Giorgio che abbandona il cognome Sartoretti a favore della sua frazione di adozione, Giorgio che abbandona le scarpe a favore dei sandali, come una sorta di frate penitente, Giorgio che abbandona le comodità della vita con il riscaldamento automatico a favore di un ritorno alle origini con un rapporto più diretto con la terra, come i nostri antenati. Giorgio che artista contemporaneo capace di comprendere e rendere su tela la complessità delle ansie della contemporaneità che costruisce la sua immagine come quella di un vecchio che proviene da quel passato mitizzato che è il mondo della “Tradizione”. 

Giorgio da Valeggia era, ed è ancora, la sua immagine. Una immagine costruita accuratamente e dettagliatamente così come dettagliatamente dipingeva e scolpiva le sue opere, prestando attenzione ai minimi dettagli.

BIBLIOGRAFIA

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