Sonia Brownell, la seconda signora Orwell

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BIBLIOGRAFIA

Sembra incredibile, ma proprio nel libro più adatto a trattare la sua storia, non trova spazio. Si tratta del monumentale Storia delle altre di Elizabeth Abbott, dedicato a “concubine, amanti, mantenute, amiche” di uomini celebri, che però non si sono limitate a fare le belle statuine. Lei ne è fuori perché, tutto sommato, è stata una moglie legittima, sia pure per sole quattordici settimane, e una vedova in carica per trent’anni. Ma nella percezione di tutti quelli che conoscono la sua storia è più “un’altra” che una moglie. La vera moglie è quella che la precedette e lei la terza incomoda della situazione. Anche se quella che la precedette era già morta quando lei comparve in scena.

Strano destino, quello di Sonia Brownell. Non solo le tocca in vita il ruolo di figura destinata a restare nell’ombra di un uomo importante, George Orwell, ma anche quello postumo di figura destinata a restare nell’ombra della prima moglie di Orwell, Eileen O’Shaughnessy.

Capita, quando si frequentano troppi talenti e non si passa alla Storia per niente altro.

La critica, soprattutto quella di stampo femminista, quando si parla di 1984, non perde occasione per sottolineare il ruolo che, nella genesi del romanzo, fu rivestito dalla geniale Eileen. Eileen forse ispirò il romanzo con una poesia, dedicata alla scuola da lei frequentata, The End of the Century, 1984, in cui immaginava pessimisticamente un futuro lontano, ma non troppo. Sebbene sia stata scritta nel 1934, un anno prima dell’incontro tra i due, è pressoché certo che Orwell la conoscesse e che ne abbia ripreso qualche immagine per dar vita alla cupa cornice del romanzo.

Si dà anche per scontato che il personaggio fondamentale di Julia sia ispirato proprio ad Eileeen, che fu una donna libera e indipendente come poche altre del suo tempo, nonostante la sua impressionante devozione al marito.

In realtà, nonostante tutto il notevole peso di Eileen nella vita e nell’opera di Orwell, è probabile che a ispirare Julia non sia stata proprio lei.

In questo senso, si contrappongono tra loro le biografie delle due mogli dello scrittore: Eileen, the Making of George Orwell di Sylvia Topp e The Girl from the Fiction Department di Hilary Spurling. Purtroppo nessuna delle due è mai arrivata in Italia. Inutile dire che per Sylvia Topp Julia è Eileen e per Hilary Spurling Julia è Sonia.

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I testimoni, quelli che hanno frequentato Orwell durante la stesura del romanzo, sono più inclini alla teoria per cui Julia sarebbe Sonia.

Indiscutibilmente, Orwell aveva un gran gusto nello scegliersi le donne, o quanto meno quelle con cui mantenere relazioni stabili, perché pare che ne abbia avute moltissime ed è piuttosto improbabile che siano state tutte all’altezza di Eileen o di Sonia. Eileen fu la moglie che scelse di dividere con lui la difficile esistenza di un autore non disposto ad accettare alcun compromesso con le proprie idee. Psicologa laureata a Oxford con la prospettiva di una brillante carriera accademica davanti, nel 1935, non ancora trentenne, mollò tutto per seguirlo in una casa di campagna dove mancava anche la corrente elettrica e dove entrambi si arrangiarono a fare di tutto intanto che lui scriveva articoli e libri destinati a essere letti da pochi. Come se non bastasse, l’anno dopo Orwell decise di andare a combattere da volontario nella difesa della democrazia spagnola minacciata dal golpe militare di Francisco Franco, e dopo un poco Eileen lo seguì. Più tardi entrambi si ritrovarono coinvolti in quella versione di purghe staliniane passata alla storia come “giornate di maggio” o “giornate di Barcellona”, quando la fazione filosovietica del fronte democratico regolò i conti con le milizie anarchiche e socialiste, eliminando tutti i suoi personaggi di spicco e, di fatto, spalancando le porte alla vittoria dei nazionalisti di parte nemica. Poiché Orwell e Eileen appartenevano proprio a queste milizie anarchiche, dovettero riparare precipitosamente in Francia. Lui era stato anche ferito in combattimento, poco prima, e dalla conseguenze della ferita non si sarebbe mai completamente ripreso.

A quest’esperienza data l’inizio dell’antistalinismo di Orwell, che fino alla morte fu un feroce critico dell’Unione Sovietica e del suo dittatore. Eileen lo seguì anche in questo, contribuendo alla stesura di La fattoria degli animali.

Lo scoppio della guerra mondiale, paradossalmente, migliorò la loro condizione. Con gli uomini abili inviati al fronte, si liberarono molti buoni impieghi per quelli inabili e per le donne. Eileen finì a lavorare all’annona, ossia alla gestione dei generi alimentari, e Orwell alla BBC. Stavano a Londra sotto i bombardamenti, c’era il razionamento, la vita era dura, ma rispetto alla media della popolazione inglese se la cavavano molto meglio. Però nessuno dei due stava bene. Orwell soffriva di una tubercolosi che non accennava a migliorare, Eileen di emorragie che la rendevano anemica. Il vizio del fumo ampiamente coltivato da entrambi e l’abitudine di riscaldare le case con combustibili molto inquinanti non migliorò di certo la situazione. Però erano abbastanza ottimisti da desiderare un figlio, anche se non erano più giovanissimi. Nel maggio 1944 adottarono un neonato, Richard, che sembrò illuminare la loro esistenza. Ma le emorragie di Eileen peggioravano. Nel marzo 1945 entrò in ospedale per sottoporsi a un’isterectomia. In quel periodo il lavoro aveva portato Orwell in Germania e fu qui che lo scrittore ricevette la notizia della morte improvvisa della moglie, che non si era risvegliata dall’anestesia. Eileeen aveva 39 anni.

È solo a questo punto che Sonia entra nella vita di Orwell. Ma facciamo qualche passo indietro, perché anche Sonia aveva alle spalle una sua storia, tutt’altro che trascurabile.

Sonia era nata il 25 agosto 1918 a Calcutta, perché anche suo padre lavorava nell’amministrazione coloniale britannica, così come quello di Orwell (nato a Motihari, nel Bengala quindi sempre in India, il 25 giugno 1903). Il padre morì probabilmente suicida quando lei era bambina, ci fu poi un patrigno, ma i rapporti con lui furono sempre pessimi. Fu presto inviata in Inghilterra per iscriversi a un collegio di suore cattoliche, dove si trovò malissimo: anche questo è un tratto in comune con Orwell, che scrisse saggi pieni di rabbia contro i sistemi educativi delle scuole inglesi del suo tempo, tra cui l’importantissimo Giorni felici. Ma, come Orwell, riuscì comunque a completare buoni studi: lui si diplomò alla prestigiosa scuola di Eton (anche se, non potendosi permettere l’università, finì per arruolarsi nella polizia imperiale e trasferirsi in Birmania, dove sarebbe rimasto alcuni anni), mentre lei si qualificò come segretaria con una perfetta conoscenza del Francese.

A 17 anni visse un’esperienza che l’avrebbe segnata per sempre. A quell’epoca si trovava in Svizzera per studiare il Francese. Una domenica andò a fare una gita in barca su un lago, insieme a tre amici. Il tempo peggiorò improvvisamente con un violento temporale e, dato che nessuno dei quattro sapeva manovrare bene l’imbarcazione, questa si ribaltò nel tentativo di tornare a riva. Sonia era l’unica del gruppo a saper nuotare. Due degli altri andarono subito a fondo, il terzo annaspava. Sonia lo afferrò e cerco di portarlo in salvo ma il ragazzo, preso dal panico, cominciò a sbattersi in modo inconsulto, rischiando di far annegare anche lei. Sonia dovette dunque abbandonarlo al suo destino. Esiste però un’altra versione dei fatti, riportata da Michael Shelden, un biografo di Orwell molto ostile a Sonia. Shelden avrebbe saputo dalla sorella e dal fratellastro di Sonia che questa si sentiva molto in colpa perché non solo aveva lasciato andare il ragazzo, ma lo aveva tenuto deliberatamente con la testa sott’acqua quando si era aggrappato a lei trascinandola di sotto.

Fin dalla giovinezza l’interesse di Sonia si sarebbe incentrato su due grandi passioni che l’avrebbero accompagnata per tutta la vita, una per la Francia e l’altra per la pittura contemporanea. Amica e probabilmente modella (per gli standard del suo tempo era considerata una donna bellissima) dei pittori appartenenti alla “Euston Road School” quando nessuno li aveva mai sentiti nominare, si ritrovò poi a lavorare come segretaria del critico Cyril Connolly alla rivista culturale “Horizon”, che si affermò rapidamente presso il pubblico più colto ed esigente.

Sonia era intelligente e aveva un gran fiuto per riconoscere gli artisti validi e presto divenne il braccio destro di Connolly, rendendosi in tal modo odiosa agli occhi di tanti snob che non sopportavano l’idea di essere giudicati da una dattilografa senza laurea prima di essere pubblicati. Quelli che non erano snob, invece, approfittarono della sua voglia di vivere senza rinunciare a nulla. Uno dei suoi amanti più noti di questo periodo è Arthur Koestler, proprio l’amico cui Orwell rimproverava di mettersi troppo spesso nei guai per questioni di donne.

Orwell, che scriveva anche lui per “Horizon”, finì anche lui per notarla ed essere attratto da lei. Poco dopo la scomparsa di Eileen i due si conobbero, uscirono insieme, finirono a letto e poi rimasero amici. Poiché Orwell era rimasto da solo con il bambino di un anno e non aveva la minima intenzione di separarsi da lui, qualche volta Sonia si propose come baby-sitter del piccolo Richard nei giorni in cui la tata Susan Watson era libera. Orwell la apprezzò molto anche in questa veste e le chiese di sposarlo, chiedendole (non si sa quanto seriamente) di imparare a fare la pasta in casa se voleva davvero conquistarlo.

In questa prima occasione, Sonia rispose di no. Era giovane, vivace, corteggiatissima e soprattutto in quel momento era innamorata di un altro uomo, il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty. Allora Orwell se ne andò sull’isola scozzese di Jura a scrivere 1984 e si portò dietro l’arcigna sorella minore Avril, una donna poco incline alle tenerezze che però era anche una infaticabile lavoratrice (la sorella maggiore, Marjorie, era morta a 48 anni nel 1946, lasciando tre figli in età tra i 23 e i 15 anni) e a quell’epoca era ancora nubile, nonostante fosse prossima alla quarantina (si sarebbe poi sposata con un certo William Dunn, ma non avrebbero avuto figli).

A Jura, un’isola piuttosto selvaggia e quasi disabitata, Orwell visse felicemente portando avanti il progetto di una fattoria, come aveva sempre sognato. Tuttavia, gli sforzi richiesti sia dall’impegno di completare il libro (che batté a macchina due volte da solo, senza ricorrere a nessuna dattilografa) sia da quello di sovrintendere ai lavori dei braccianti nei campi (che aiutava spesso e volentieri) finirono per dare il colpo di grazia alla sua salute. Fu ricoverato inizialmente al Cranham Sanitoriun di Stroud, nel Gloucestershire e successivamente all’University College Hospital di Londra. Durante la degenza scrisse molte lettere, a quanto pare presentando proposte di matrimonio a quattro donne che conosceva. Una di queste quattro era Sonia, appena tornata in Inghilterra dopo aver trascorso un periodo in Francia accanto a Merleau-Ponty. Sonia aveva cercato in tutti i modi di convincere il francese a lasciare la moglie per sposare lei, ma Merleau-Ponty non aveva voluto saperne.

Sonia finì per accettare la proposta di Orwell perché lui le aveva scritto di essere molto depresso e rassegnato alla morte, ma con la speranza che un nuovo grande amore potesse dargli la forza di affrontare la malattia e combatterla fino alla guarigione. In effetti, a quel punto, Orwell era gravemente malato ma non irrimediabilmente condannato. Sonia ci credette veramente e affrontò il suo matrimonio come una missione, determinata a salvare la vita di un uomo che comunque ammirava senza riserve.

La cerimonia nuziale fu celebrata il 13 ottobre 1949 nella stanza d’ospedale dello sposo. Erano presenti come invitati alcuni artisti e intellettuali che subito dopo accompagnarono Sonia al bar dell’hotel Ritz, poco distante, per bere qualcosa a mo’ di festeggiamento (Orwell si era comunque goduto una coppa di champagne a letto).

Anche se non fu decisivo per la sua salute, il matrimonio fece molto bene all’umore di Orwell, che trascorse le ultime settimane di vita in un’allegria e una serenità che gli mancavano dai tempi di Eileeen. Sonia prese il suo ruolo di moglie molto seriamente. Le malelingue che avevano pensato a un matrimonio di convenienza per garantirsi l’eredità di uno scrittore ormai famosissimo restarono allibite davanti alla sua devozione al marito.

Tra l’altro Sonia lo convinse che i medici inglesi non erano molto bravi ad affrontare una malattia come la sua (alcuni amici erano riusciti a fargli arrivare dagli USA degli antibiotici appena prodotti che risultavano molto efficaci nel trattamento della TBC, ma i medici esagerarono con i dosaggi provocandogli dei forti effetti collaterali, al punto che Orwell rinunciò alla terapia e cedette il resto del farmaco a due giovani donne bisognose) e che il clima di Londra gli faceva molto male. Il posto ideale per curarsi sarebbe stato la Svizzera, che lei conosceva bene. Attivando una fitta rete di contatti, riuscì a trovargli un posto in un prestigioso sanatorio. Restava da organizzare il viaggio, ma era più semplice, perché ormai Orwell disponeva perfino dei mezzi per pagarsi un volo privato.

Orwell era così entusiasta della prospettiva che acquistò addirittura una nuova attrezzatura da pesca, per quando si fosse rimesso in piedi, visto che aveva sempre sentito parlare dei pesci dei fiumi svizzeri. Mancavano ormai pochi giorni alla partenza, ma il Destino aveva deciso diversamente.

Orwell trascorse con Sonia accanto la giornata del 20 gennaio 1950 ma, nelle prime ore della notte, ebbe una grave emorragia polmonare, una complicazione frequente e spesso imprevedibile della sua malattia. Nonostante i tempestivi soccorsi, morì nel giro di pochi minuti. In quel momento Sonia si trovava in un bar di Soho, dov’era stata condotta dal pittore Lucian Freud, grande amico sia suo sia di Orwell, e dalla compagna di questo, Anne Dunn: i tre stavano appunto dandosi da fare per organizzare il volo che avrebbe portato Orwell in Svizzera. Anni dopo, due biografi americani (il solito Shelden e Jeffrey Meyers) avrebbero scritto che al momento della morte del marito Sonia era a ballare in discoteca con il suo ex-amante (in effetti, in passato, aveva avuto anche una relazione con Freud). Appena tornata a casa, come sempre, chiamò in ospedale per sapere come stava Orwell e ricevette la ferale notizia.

Natasha Spender (musicista, seconda moglie di un altro amico di Orwell, il poeta Stephen Spender, e amica di Sonia) ricordò successivamente che Sonia fu devastata da questa perdita e che gli amici dovettero tenerla incessantemente sotto controllo per evitare che mettesse in atto propositi suicidi. Sonia aveva creduto davvero che sarebbe riuscita a salvare Orwell e, nelle settimane in cui gli era stata accanto come moglie, si era affezionata moltissimo a lui.

In seguito, gli amici la convinsero a farsi un viaggio in Francia per rimettersi in salute, soprattutto psicologicamente, dopo la dura prova affrontata. Qui rivide Merleau-Ponty, ma senza riprendere la loro relazione.

Orwell aveva stabilito di portare con sé e Sonia anche il piccolo Richard, se fossero riusciti a partire per la Svizzera. Ma aveva anche deciso che, se fosse morto prima, il bambino sarebbe stato affidato alla sorella Avril, mentre Sonia avrebbe ereditato tutte le sue carte. In realtà, Sonia finì per essere una presenza regolare nella vita di Richard, perché andava spesso a trovarlo a casa di Avril, anche se finiva per litigare con il marito di Avril, William Dunn, su questioni politiche.

Molto più difficile era gestire l’eredità culturale di Orwell. Lo scrittore aveva chiesto espressamente che non fosse scritta alcuna biografia sul proprio conto e, finché fu in vita, Sonia si impegnò affinché questo intento fosse rispettato. Anche se significava litigare con gli amici di Orwell, a cominciare da Bernard Crick, che in seguito avrebbe parlato malissimo di lei.

Nel 1960, insieme a David Astor e a Richard Rees, fondò il George Orwell Archive, presso l’University College di Londra. Poi lavorò per otto anni alla prima collezione in volume delle opere di saggistica di Orwell, uscita nel 1968.

Nel 1959 Sonia si risposò con Michael Pitt-Rivers, un proprietario terriero ed ex-militare che quattro anni prima era finito in carcere per omosessualità. Il matrimonio durò fino al 1965, fu pieno di liti, riappacificazioni e tentativi di suicidio da parte di entrambi, e le lasciò anche il tempo di intrattenere relazioni con alcuni artisti, come William Coldstream e Victor Pansmore. Di altri, come Pablo Picasso, fu solo amica. Nello stesso tempo si affermò come talent scout di giovani artisti, che la ricordarono sempre con affetto, e aiutò economicamente l’anziana scrittrice Jean Rhys, che aveva seri problemi finanziari. Fu amica anche di altre scrittrici, ad esempio di Mary McCarthy, con cui però ad un certo punto litigò. Quello della McCarthy è solo uno dei nomi di grandi autori americani del ‘900 che Sonia fu la prima a proporre al mondo culturale inglese: anche Saul Bellow e Norman Mailer sono arrivati in Inghilterra grazie a lei. Cercò per qualche tempo di fare della sua casa una sorta di salotto culturale aperto agli artisti di ogni risma, ma finì essenzialmente per attirare ogni sorta di scrocconi. Perciò, dopo qualche anno, tornò a vivere in Francia, a Parigi, dirigendo svogliatamente una rivista.

Questa tendenza a dare fiducia alle persone sbagliate la portò a rovinarsi. Il contabile Jack Harrison, era stato l’amministratore dei guadagni di Orwell quando questo era vivo e Sonia si era sempre fidata di lui. Nei decenni successivi alla morte dell’autore, i libri di Orwell vendettero benissimo, anche grazie all’attivismo di Sonia, ma Harrison si limitò a versare modesti quote di diritti d’autore agli eredi, intascando il resto. Quando Sonia se ne rese conto, erano già gli anni ’70: trascinò immediatamente Harrison in tribunale, ma la causa era destinata a durare a lungo e le spese legali finirono per erodere il modesto patrimonio che Sonia era riuscita a mettere insieme. Fu costretta addirittura a traslocare in un monolocale a Parigi, per riuscire a rimanere nelle spese. A un certo punto non poté permettersi più neanche quello e tornò in Inghilterra per essere ospitata da qualche amico.

La sua salute declinava da un po’, la depressione e il frequente ricorso all’alcol nei momenti difficili l’avevano sfinita: il colpo di grazia arrivò con la diagnosi di un tumore al cervello. La malattia, comunque, non le impedì di ritornare il possesso dei diritti delle opere di Orwell, che però cedette immediatamente al figlio di questi, Richard. Due settimane dopo, l’11 dicembre 1980, morì in casa di amici a Chelsea, ormai talmente povera che toccò all’amico Francis Bacon saldare i suoi debiti e pagare il suo funerale.

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