Il grembiule ed il mantello (parte II)

Tempo di lettura: 9 minuti

Continua il discorso sulle analogie tra cosplay e costume rituale. Qui trovate la prima parte.

3 – Due atteggiamenti diversi: sacralizzazione ed esibizione

Si può dire che oggi esistano almeno due linee filosofiche riguardo l’utilizzo del costume. Da una parte troviamo la frangia conservatrice, che “sacralizza” l’abito o, se vogliamo, vede il costume come un oggetto rituale, e che, come tale, deve essere utilizzato solo in determinate occasioni; dall’altra una visione più “esibizionista”, che vede il vestito come un valore aggiunto “spendibile” anche in ambito turistico. Ecco quindi che le “uscite” dei vari gruppi e la loro partecipazione agli eventi performativi possono essere una valida cartina di tornasole per scoprire la filosofia del gruppo e la concezione del vestito. 

Se vogliamo estremizzare le due scuole di pensiero, da una parte troviamo l’abito/feticcio usato solo in occasioni “sacre”, dall’altro l’abito/travestimento, utilizzabile anche a fini turistici o carnevaleschi. 

Esporsi a giudicare quale sia la strada migliore è molto difficile. Se da una parte, infatti, “l’integralismo” consente, quando funziona, di preservare l’apparato folk, dall’altro questa chiusura rischia di “fossilizzare” e standardizzare ancora di più gli abiti tradizionali, che, invece, facendo parte di una cultura viva, possono – e mi permetterei di dire devono – modificarsi in risposta alla contemporaneità.

Il secondo atteggiamento, da una lato ha certamente il vantaggio di mantenere vivo l’uso del costume e di riproporlo come simbolo di aggregazione, ma dall’altro rischia di snaturarlo drasticamente. Viviamo in un mondo dove l’usanza del “vestito della domenica” si è persa – in molti casi il week end è proprio l’occasione per mettersi in libertà, vestendosi con bruttissime ma comode tute, quasi in risposta all’abbigliamento giacca e cravatta o tailleur che si indossa per lavoro – e sarebbe forse il caso di mantenere l’uso del vestito tradizionale limitato a poche occasioni durante l’anno, di forte valenza rituale e simbolica: sì alla festa patronale, no al ballo in maschera o alla sfilata carnevalesca.

4 – Dal vestito al cosplay

Molto interessante ed intrigante è accostare il costume tipico ad una sua nuova forma, una sorta di evoluzione del costume tipico, ovvero il fenomeno dei cosplay. Si tratta, sotto molti aspetti, della risposta della generazione dei cosiddetti Millenials alla globalizzazione, frutto se vogliamo del media-scape (ed in parte del techno-scape, che ha permesso la diffusione “worldwide” del fenomeno) e della crisi identitaria e delle tradizioni. Avendo perso, infatti, il senso di appartenenza, declinato in co-discendenza, co-residenza e co-trascendenza, le nuove generazioni si ricreano una cultura di massa completamente scollegata al modello tradizionale, reinventando mitologie (le famose saghe, quali ad esempio Star Wars [cfr Guglielmino, 2018] o Il signore degli Anelli) e modelli in cui riconoscersi, attraverso anche – e forse soprattutto – il travestitismo sotto forma di cosplay. Ma in che cosa consiste? Semplicemente nel “mascherarsi”, o meglio nell’impersonare, i propri beniamini, provenienti soprattutto dal mondo degli anime, dei manga, dei fumetti o delle serie tv.

Sono moltissime le analogie tra chi indossa il costume tipico e chi fa cosplay, soprattutto per la sapienzialità coinvolta e per la ritualizzazione. Una ritualizzazione che prevede persino un vero e proprio calendario rituale molto forte dove indossare il proprio costume. In Italia l’evento più importante, una sorta di “La mecca” laica e postmoderna, è senza dubbio il Lucca Comics & Games, che si svolge ogni anno tra fine ottobre ed inizio novembre, per una durata di cinque giorni. La cittadina toscana, in quell’occasione, viene letteralmente invasa da un esercito di figuranti.

Oggi si è arrivato a sdoganare completamente la figura del “nerd” (in italiano la traduzione “secchione” non rende abbastanza) e del “geek” (il nerd ancora più tecnologico), stigmatizzata a suo tempo e motivo di esclusione sociale. Oggi “nerd” e “geek” sono forse quelli più attivi a creare comunità, soprattutto in ambito dei grandi raduni, quali i Cartoomics o i Comicon (leggermente diversi dalle classiche fiere del fumetto). La figura del nerd è diventata protagonista di sit-com di successo quali The Big bang theory, un caposaldo dell’intrattenimento seriale che ha a tutti gli effetti sdoganato la figura del nerd togliendo loro la patina di “looser”, di perdenti che li aveva contraddistinti fino ai primi anni Duemila.

Anche in questo caso possiamo catalogare i due atteggiamenti con cui il vestito viene portato, come nel caso del costume tradizionale

Da una parte troviamo il “cosplayer duro e puro”, che utilizza rigorosamente un costume fatto artigianalmente, magari facendosi consigliare da altri appassionati su forum e gruppi Facebook appositamente dedicati per gli aspetti maggiormente tecniche, quali la giusta modellazione del foam o dove acquistare alcuni materiali di consumo. 

Lo studio di questi gruppi è interessante perché sono delle vere e proprie comunità virtuali, soprattutto i gruppi creatisi su Facebook, nei quali si trovano fotografie del proprio lavoro (tra scatti fotografici in fiera o fatti in maniera professionale sino a semplici riprese delle varie “fasi di lavorazione”), ma anche richieste di consigli, e talvolta anche di denuncia alcuni disservizi. Nei vari gruppi si arriva persino a creare dei veri e propri “team” di cosplay a tema, da esporre in occasione di determinate fiere, portando così l’interazione dal piano virtuale a quello reale. In questo primo caso il Cosplayer sceglierà accuratamente gli eventi a cui partecipare, magari dove la giuria è composta da influencer di questa comunità (tra le più note ed attive ci sono Giorgia Vecchini, conosciuta con lo pseudonimo di Giorgia Cosplay o Himorta, alias Antonella Arpa). Il costume difficilmente verrà utilizzato in contesti diversi dai comicon, quali ad esempio feste in maschera o carnevali di paese.

Il secondo atteggiamento è molto più leggero, ed è quello che definirei il “cosplayer divertito”. In questo caso non vi è sacralizzazione del costume, che può essere molto più “mainstream” e prevedere anche prodotti industriali. Il costume viene usato, in questo caso, in svariate occasioni, comprese feste in maschera o carnevali o anche Halloween. Questo tipo di cosplayer è anche disposto a soddisfare il suo bisogno di apparire facendosi fotografare in contesti avulsi dal mondo cosplay, ad esempio sul Trocadero davanti alla Tour Eiffel. 

L’aspetto performativo, oltre quello fotografico, è un aspetto di particolare importanza che accomuna tutte e due le tipologie di attivista.

5 – Il turismo dei cosplay: qualche dato economico

Il fenomeno dei cosplay è anche un vero e proprio fenomeno economico di primissimo piano, che crea un giro di affari e di indotto non indifferente. Romics, l’evento di inizio ottobre che si svolge a Roma, nel 2019 ha segnato circa le 200mila presenze. Cartomics, a Milano il primo weekend di marzo, è costantemente oltre le 100mila presenza. Il Comicon di Napoli nel 2019 ha superato le 190mila presenze. Il Lucca Cimics & Games del 2018 in cinque giorni ha registrato 251mila ingressi di ticketing, quindi di persone paganti. Ma la conformazione stessa dell’evento prevede diversi eventi gratuiti, ed il numero aumenta considerevolmente. Per dare un numero di paragone la finale di Champions League 2018 ha registrato un quarto delle presenze di Lucca. A questi ingressi si aggiungono ben 331 “Level up fan”, ovvero ingressi a costo aumentato che permettevano di avere alcuni benefici quali Artbook o incontri in anteprima con gli ospiti della kermesse. Un Lucca Comics & Games che ha avuto 14mila download della app ufficiale, e la realizzazione di 30mila “poster LRNZ”, un Contest social.

Il giro di affari per il turismo e l’accoglienza è molto grande: le prenotazioni avvengono da un anno all’altro, coinvolgendo affittacamere, hotel, b&b di tutta l’area, da Lucca sino a Viareggio sino al Lido di Camaiore, con prezzi a camera di alta stagione.

Se guardiamo invece i dati del Comicon di San Diego, l’evento USA più importante al mondo, dove vengono annunciate in anteprima le grandi produzioni seriali o cinematografiche, con le grandi major quali Disney o Marvel studio, si parla di 130mila ingressi contingentati in quattro giorni. I biglietti in prevendita letteralmente spariscono, in soli novanta minuti contro i sei mesi di prevendita di una decina di anni fa, nonostante il loro prezzo non sia certamente a buon mercato, aggirandosi sui 60$, con un pass per quattro giorni di 276$ (cfr Fumettologica.it). Facendo un rapidissimo conto le vendite dei ticket di ingresso sono superiori agli 8 milioni di dollari.

6 – Conclusioni

Come visto il costume tipico (assimilabile come visto al cosplay) è un prodotto culturale, sottoposto alle variazioni del tempo ed alle mode. Questo risulta ancora più evidente nel fenomeno del cosplay, dove ogni anno si trovano alcune figure principali che vantano centinaia di “copie” (ad esempio Harley Queen di Suicide Squad).

Il recupero del costume tipico è quindi figlio del nostro tempo, risposta alla crisi culturale e sociale della società liquida, ma anche come risposta e reazione al flusso turistico, ovvero al tourism-scape (cfr Ciurleo, 2019). 

Possiamo quindi delineare ed ipotizzare tre casi relativi all’utilizzo del costume.

Nel primo caso possiamo trovare la “musealizzazione” del costume, che crea, come visto, come effetto la “morte” dell’uso del costume, ovvero il suo mancato inserimento nel contesto culturale, rendendolo incapace di rispondere alle esigenze contemporanee. Se il costume posso portarlo solo ed esclusivamente in occasioni “sacre” e ben “codificate” c’è il rischio concreto di vedere queste occasioni sparire, rifiutando altri contesti.

Il secondo caso, se vogliamo speculare, è quello della sua “feticizzazione”, ovvero di un suo uso indiscriminato, perdendone di conseguenza l’aspetto rituale. Il vestito tradizionale in questo caso diventa non più abito della festa, ma abito quotidiano, con un suo fortissimo depotenziamento, anche a livello identitario: se tutti portano il costume tipico e si foggiano di portare avanti le tradizioni, paradossalmente queste tradizioni diventano tutte uguali, indistinguibili l’una dall’altra.

Il terzo caso, auspicabile, è quello di un uso consapevole del costume tipico, senza cadere nei due estremi. Ed in questo caso si potrebbe guardare non tanto al mondo della tradizione ma al suo opposto: il globalissimo fenomeno dei cosplay potrebbe essere un interessante ed efficace spunto di riflessione.

BIBLIOGRAFIA

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