Mi voleva morta, ma io sono viva… libera di vivere: la storia di Barbara Bartolotti

Tempo di lettura: 5 minuti

La colpisce ancora con il martello, lei cade a terra e lui la prende a calci e pugni dicendo: «Non ti posso avere, meglio ucciderti»....

Nel silenzio molte donne ogni giorno subiscono abusi.
Nel silenzio vivono…sopravvivono…in una casa prigione, costruita attorno a loro, con sistematica lucidità, da un uomo che le incatena in un meccanismo da cui è sempre più difficile fuggire.
Nel silenzio vengono uccise, e nel silenzio finisce la vicenda giudiziaria successiva.
La storia di Barbara Bartolotti è diversa.
Barbara, come altre donne dal coraggio grande come una montagna, ha saputo far sentire la sua voce, scegliendo di non arrendersi a quello che le è accaduto.
E’ il 20 dicembre 2003. Barbara Bartolotti ha 29 anni. Ha una vita piena e felice, lavora come impiegata amministrativa in un’azienda, è sposata, ha due bambini ed è in attesa del terzo. Una gioia che dura poco, perché Barbara deve fare i conti con l’ossessione di un suo collega, Giuseppe Perrone, a cui non ha mai dato corda.
Barbara ha già una vita, una famiglia, è realizzata come donna e come mamma, non vuole altro. Giuseppe la vede, si innamora, non si rassegna all’impossibilità di avere un futuro con lei.
Quel sabato Giuseppe la chiama nel primo pomeriggio, la vuole vedere. Barbara non sospetta nulla, è un suo collega, avrà bisogno qualcosa per il lavoro e poi lui è il nipote del suo capo. E così va all’appuntamento. Quando arriva lui le chiede di salire sulla sua auto e dopo pochi minuti lei comincia a sospettare che qualcosa non va. Barbara chiama suo marito, che è al circo con i bambini, lo avvisa di questa sua imprevista uscita in compagnia di Giuseppe. Quando termina la conversazione, Giuseppe le da una martellata, la prima di una serie. Il sangue le cola dalla testa, lei si gira e lo vede con in mano un coltello. La colpisce ancora con il martello, lei cade a terra e lui la prende a calci e pugni dicendo: «Non ti posso avere, meglio ucciderti».
Le squarcia l’addome poi va verso l’auto a prendere qualcosa: una tanica con del liquido infiammabile. Glielo versa addosso e poi le da fuoco. Barbara brucia. Capelli, vestiti, pelle, carne… si finge morta.
Lui se ne va, convinto di averle portato via tutto, di averla annientata, ma non è così.
Barbara spegne le fiamme, il dolore la divora. È ridotta ad un ammasso fumante di carne e sangue, cerca aiuto e finalmente due ragazzi la vedono e la soccorrono. Quello che accade dopo è un calvario continuo. Sopravvive. Lotta per sei mesi, supera il coma, 9 giorni sospesa fra la vita e la morte, e una lunga serie di cure intensive a cui i medici del centro grandi ustioni di Palermo la sottopongono.
Il suo aggressore, un “bravo ragazzo incensurato”, di buona famiglia, che non ha mai dato segni di aggressività o di squilibrio, patteggia e, con il rito abbreviato, viene condannato a 4 anni di domiciliari. I giudici lo ritengono colpevole di lesioni gravissime, non di tentato omicidio. Della morte del suo bambino non si tiene conto. Della sua lucida e pianificata follia neppure. Forse girare con un martello, un coltello e del liquido infiammabile può sembrare normale… a me no.

Fotografia di Sergio-Fiorito-Barbara-Bartolotti_Shooting-27-Giu-2020


L’indulto fa il resto. Non sconta nemmeno la misera pena a cui è stato condannato.
Non chiede scusa… come se fosse possibile dire: «Scusami, ti ho presa a martellate, ti ho accoltellata, ho ucciso il tuo bambino e ti ho dato fuoco… sai… ero stressato…sai… non potevo accettare che per te fossi solo un collega… sai ora sono libero di poter voltare pagina e di ricominciare…facciamo finta di niente?».
Barbara va a avanti, non permette al suo aguzzino di portarle via la vita. Fonda un’associazione che si chiama «Libera di vivere». Ogni giorno si impegna per aiutare altre donne come lei, lotta per avere uno spazio e un luogo dove poter creare un punto di riferimento in questa società dove vittime e aguzzini ormai convivono. Palermo è una città difficile per quello che vuole fare, ma nulla la può fermare, nulla può tagliare le sue ali, impedire la sua rinascita.
È stata licenziata dopo sei mesi di malattia continua, mentre il suo aggressore ora lavora in banca. Barbara si impegna per cambiare un sistema che sappiamo essere sbagliato. Cerca di insegnare la consapevolezza alle donne che essere libere vuol dire fare ciò che si desidera della propria vita e con chi si vuole, libere di vestirsi, di parlare, di lavorare, di uscire, di esprimere un dissenso che venga rispettato.
dopo 4 anni è arrivata un’altra gravidanza, una bella bambina di nome Federica e la sua voglia di vivere ha fatto il resto. Oggi è una donna bellissima e forte a cui tutte noi dovremmo guardare nei momenti bui.

BIBLIOGRAFIA

Fotografia di copertina Sergio-Fiorito-Barbara-Bartolotti_Shooting-27-Giu-2020

La mia storia

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