Lo stupro di Artemisia Gentileschi

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Ma i suoi rifiuti non lo scoraggiarono, tanto che un giorno, nel maggio del 1611, mentre Orazio era lontano, con la complicità di Cosimo Quorli, furiere della camera apostolica e di una vicina di casa che solitamente accudiva la giovane quando era sola, la stuprò proprio nell’abitazione dei Gentileschi....

«Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, avendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne.»
Con queste drammatiche parole Artemisia Gentileschi ha raccontato lo stupro subito.
Ma chi era questa giovane e talentuosa donna?
Artemisia Gentileschi era nata a Roma l’8 luglio 1593. La sua famiglia era molto numerosa, aveva cinque fratelli, tutti più piccoli di lei. Suo padre, Orazio, era un pittore originario di Pisa, trasferitosi con la moglie, Prudenzia di Ottaviano Montoni, e i figli a Roma, per affinare la propria arte. Dopo qualche tempo in città era nata Artemisia. Nel 1605 Prudenzia era morta, lasciando sola lei e i suoi fratelli. Fin dall’infanzia la giovane aveva mostrato un grande talento per la pittura. Questa sua dote non era sfuggita alle attenzioni del padre che l’aveva sostenuta e aiutata nell’avvio della professione, mettendola sotto l’ala protettrice di Agostino Tassi, un pittore suo collega con cui stava in quegli anni realizzando la loggetta della sala del Casino delle Muse a Palazzo Rospigliosi. Ma la fiducia di Orazio fu mal riposta.
Agostino Tassi era un uomo violento, incline alla prepotenza, con un passato burrascoso, non digiuno da disavventure giudiziarie relative ad alcuni omicidi.

Orazio Gentileschi vedeva in lui una guida, un artista da ammirare e venerare e quando il Tassi aveva accettato di diventare mentore di Artemia, lui ne fu lusingato.
Il tempo insieme alla giovane fece maturare nel Tassi un sentimento di amore morboso, ossessivo. Era rimasto ammaliato dalla bellezza e dal talento innato di Artemisia, all’epoca solo diciottenne, che ai suoi maldestri avvicinamenti, si era sempre ritratta con fermezza.
Ma i suoi rifiuti non lo scoraggiarono, tanto che un giorno, nel maggio del 1611, mentre Orazio era lontano, con la complicità di Cosimo Quorli, furiere della camera apostolica e di una vicina di casa che solitamente accudiva la giovane quando era sola, la stuprò proprio nell’abitazione dei Gentileschi.
Artemisia raccontò l’accaduto con grande sofferenza e ne rimase profondamente sconvolta. In tutta risposta, Agostino Tassi si era offerto di riparare il malfatto sposando la giovane.
Ma quel matrimonio non poteva avvenire perché l’uomo era già sposato e così Orazio aveva deciso di pretendere che giustizia fosse fatta. Inviò una lettera di denuncia a papa Paolo V, nella quale scrisse: «…una figliola dell’oratore [querelante] è stata forzatamente sverginata e carnalmente conosciuta più et più volte da Agostino Tasso pittore et intrinseco amico et compagno del oratore, essendosi anco intromesso in questo negozio osceno Cosimo Tuorli suo furiere; intendendo oltre allo sverginamento che il medesimo Cosimo furiere con sue chimere abbia cavato dalle mane della medesima zitella alcuni quadri di pitture di suo padre et in specie una Juditta di capace grandezza. Et perché, B[eatissimo] P[adre], questo è un fatto così brutto et commesso in così grave et enorme lesione et danno del povero oratore et massime sotto fede di amicizia che del tutto si rende assassinamento…».
Il processo che ne seguì non fu affatto facile da affrontare per Artemisia, ancora profondamente segnata dalla violenza subita. A quell’umiliazione così lacerante si unirono quelle causate dalle ripetute visite ginecologiche a cui venne sottoposta. Come se tutto questo non fosse abbastanza, le autorità giudiziarie decisero di sottoporla ad interrogatorio sotto tortura, mediante utilizzo dei «sibilli». Le legarono i pollici con cordicelle, collegate con un meccanismo che, stringendosi sempre di più, le stritolava le falangi. Artemisia rischiava di perdere la capacità di usare le mani e con essa il suo talento, ma nonostante la grande sofferenza, resistette pur di ottenere giustizia.

La sua versione non cambiò e a nulla valse l’intervento di falsi testimoni portati dalla difesa per farle ritrattare le dichiarazioni fatte. Il 27 dicembre del 1612 Agostino Tassi venne condannato a 5 anni di reclusione oppure, in alternativa, all’esilio perpetuo da Roma, per aver sverginato Artemisia Gentileschi. L’uomo scelse l’esilio, anche se effettivamente non lasciò mai la città, grazie alla complicità di amici e ricchi committenti che coprirono la sua clandestinità per fargli ultimare i lavori che gli erano stati affidati.
Artemia fu vittima due volte, di Tassi che la stuprò e della società del tempo: molti credettero ai falsi testimoni, alimentando voci e calunnie sul conto della giovane, a cui si aggiunsero una notevole quantità di sonetti di cui divenne protagonista. Il 29 novembre 1612 Artemisia sposò Pierantonio Stiattesi, un pittore fiorentino. Si trasferirono a Firenze, forse nella speranza di lasciarsi alle spalle quella brutta vicenda che le aveva segnato l’animo nel profondo e che influenzò la sua arte durante tutta la vita. Da quel momento la sua carriera artistica prese nuovo vigore, portandola a diversi spostamenti. Morì fra il 1652 e il 1656 a Napoli. Oggi è riconosciuta come colei che «…ha saputo evocare una pittura drammatica, popolata di energiche figure femminili rappresentate in modo diretto e intransigente…».
Agostino Tassi morì a Roma il 12 marzo 1644, senza mai aver scontato la sua pena.

BIBLIOGRAFIA

  • Emma Bernini, Roberta Rota, Storia dell’Arte. Il Cinquecento e il Seicento, Bari, Laterza, 2001
  • Judith Walker Mann, Artemisia e Orazio Gentileschi, Milano, Skira, 2001
  • Tiziana Agnati, Artemisia Gentileschi, in Art dossier, vol. 172, Giunti, 2001

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