I bambini avvelenati nelle piantagioni di tabacco

Tempo di lettura: 6 minuti

«Vado nei campi da quando ero piccola. I miei genitori seminano il tabacco. Solitamente aiuto loro e qualche volta i miei vicini… Vomito sempre e sono stanca, quando taglio le foglie e le trasporto»...

Non so come iniziare a raccontare questa storia, perché ancora mi sconvolge la condizione disumana in cui alcuni bambini sono costretti a vivere e a lavorare nonostante la loro giovane età.
Lo sfruttamento del lavoro infantile è tutt’oggi molto diffuso in diversi paesi del mondo, soprattutto in quelli in via di sviluppo. Li vediamo lavorare nelle fabbriche tessili, nelle miniere, nei campi, nelle saline, nei bordelli, per pochi dollari al giorno, per aiutare la famiglia che spesso cede i propri figli come schiavi a chi li sfrutta senza farsi il minimo scrupolo.
Infanzia negata, segnata dalla miseria e dalla violenza, nessuna libertà, nessun diritto.
E quella dei bambini indonesiani è una di queste storie.
Il «Human Rights Watch (HRW)», qualche anno fa, ha stilato un rapporto, «The harvest is in my blood», per portare all’attenzione dell’opinione pubblica il pericolo per la salute dei bambini che lavorano nelle piantagioni di tabacco in Indonesia. Ad essere interpellati sono stati 132 bambini di età compresa fra gli 8 e i 17 anni, impegnati nella filiera che rifornisce di foglie di tabacco le aziende indonesiane e le multinazionali impegnate nella produzione di sigarette.
Di questi, circa la metà soffre di nausea, vomito, mal di testa o vertigini nel periodo della raccolta. Sono solo alcuni dei sintomi che sentono a causa dell’intossicazione acuta da nicotina assorbita attraverso la pelle.
Fra gli intervistati, a raccontare la sua esperienza di baby lavoratrice, c’è Ayu, una ragazzina di 13 anni, che vive in un piccolo villaggio vicino a Garut, nella provincia indonesiana di Giava occidentale. Con i suoi quattro fratelli, due più grandi e due più piccoli, lavora nelle piantagioni di tabacco. Ayu dice: «Vado nei campi da quando ero piccola. I miei genitori seminano il tabacco. Solitamente aiuto loro e qualche volta i miei vicini… Vomito sempre e sono stanca, quando taglio le foglie e le trasporto».
Ogni anno, al momento della raccolta Ayu e i suoi fratelli si sentono male, perché sono esposti senza alcuna protezione alle sostanze intossicanti contenute nelle foglie, a cui si devono aggiungere l’utilizzo di sostanze chimiche tossiche, strumenti taglienti, carichi pesanti e caldo estremo, in sintesi… condizioni di lavoro disumane.
Gli effetti sulla salute dei bambini non sono ancora stati studiati nella loro totalità. Secondo alcuni ricercatori, il contatto con la nicotina prima dei 18 anni potrebbe compromettere lo sviluppo cerebrale. Tra gli effetti a lungo termine dell’esposizione a pesticidi e fertilizzanti ci possono essere problemi respiratori e riproduttivi, cancro, depressione, deficit neurologici.
Un giovane testimone ha raccontato: «Nel momento della semina, non ho usato la maschera e la puzza era così forte che ho cominciato a vomitare».
A detenere il primato mondiale nella produzione di tabacco sono Cina, Brasile, India e Stati Uniti. L’Indonesia si piazza al quinto posto.

Fotografia di Michelle Siu


Tra le compagnie manifatturiere interessate ci sono, ad esempio, la British American Tobacco e la Philip Morris International.
L’International Labour Organization (Ilo) stima che in Indonesia oltre un milione e mezzo di ragazzini, fra i 10 e i 17 anni, lavori nell’agricoltura.
Nel 2014 l’HRW ha portato alla luce la stessa situazione negli Stati Uniti, dove ragazzi fra gli 11 e i 12 anni, figli di immigrati ispanici, sono impiegati nei campi di tabacco. Vivono nelle piantagioni con la loro famiglia, che aiutano nell’attività di raccolta durante la stagione estiva. Nonostante la legge americana proibisca la vendita di sigarette ai bambini, non impedisce il loro lavoro nelle aziende agricole del tabacco. Per cercare di arginare questo problema, alcune aziende hanno fissato a 16 anni il limite minimo per l’impiego di ragazzi nel settore. Anche in Indonesia la vendita di prodotti con tabacco ai ragazzi è vietata, ma nonostante questo ogni anno ci sono migliaia i piccoli fumatori, di età compresa fra i 10 e i 14 anni.
A documentare questa drammatica situazione, in un reportage completo, è stata la fotografa canadese di origine cinese Michelle Siu. Con una serie di scatti nell’opera «Marlboro Boys», con immagini sensazionali ci racconta una realtà a tratti sconvolgente, in cui i bambini indonesiani sono vittime nascoste di un sistema che non guarda in faccia all’infanzia per inseguire il profitto.

Fotografia di Michelle Siu


Secondo HRW, oltre all’adesione e all’applicazione del diritto internazionale e a nuove leggi più severe, servirebbero campagne di educazione che rendano consapevoli i genitori dei rischi a cui i loro figli vanno incontro, perché molto spesso è proprio la non conoscenza delle conseguenze importanti all’esposizione a nicotina e sostanze chimiche sulla salute dei minori che rendono la situazione generale ancora più grave.
La maggior parte dei bambini interpellati ha dichiarato di non percepire neppure il salario minimo, ma di essere pagati in base al tabacco raccolto e comunque sempre meno del minimo salariale. Dalla paga vengono trattenute le spese per l’acqua bevuta e non vengono riconosciuti gli straordinari.
La responsabilità di questa situazione non è solo delle nazioni in cui il tabacco viene coltivato, ma è anche di chi le sigarette le produce. Purtroppo, come sempre accade, gli interessi economici dietro a questo mercato legale superano di gran lunga l’importanza che possono avere migliaia di vite di ragazzini la cui infanzia dovrebbe essere un bene di gran lunga più prezioso. Alla fine basta una semplice scritta… nuoce gravemente alla salute… per lavare ogni coscienza.

BIBLIOGRAFIA

  • Fotografia di copertina di Marcus Bleasdale per Human Rights Watch – 2015

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