Ognuno sta in prigione a modo suo, a seconda della propria indole e delle proprie idee. Io ero una detenuta piuttosto paziente… Fui mandata in cella di rigore: tre volte al carcere di Lefortovo e una, dopo il processo, alla Butyrka.
Il rigore è un posto spaventoso, anche quando è del tipo ordinario nel suo genere. Di notte si apre la cuccetta, non è permesso addormentarsi, ma si può stare distesi.
In una cella di rigore, dove fu rinchiusa una mia compagna di attività, non c’era la cuccetta e lei 24 ore al giorno, per tre giorni, dovette stare seduta in un angolo su uno sgabello triangolare.
C’erano celle con i topi o piene d’acqua fino alle caviglie.

Nella mia la cosa peggiore era il freddo.
Mi avevano tolto tutto, tranne una camiciola leggera e una gonna.
Lo spazio era ridotto, era impossibile scaldarsi camminando.
I muri erano coperti di brina.
Sedevo rannicchiata, scaldandomi solo col fiato.
Mi davano 300 grammi di pane al giorno e due boccali di acqua bollente.
Il freddo era così straziante che si cominciava a soffrire la fame solo dopo due giorni….
La seconda volta mi trovai in cella di rigore nel mese di agosto e mi colpì un pensiero: fuori era estate, faceva caldo, mentre io tremavo dal freddo, a chi giovava?
I carcerieri non provavano nemmeno astio nei miei confronti ma agivano semplicemente su istruzioni date.
E come rassegnarsi nel proprio animo, quando il corpo è così misero e vulnerabile?
La terza volta andai in cella di rigore il giorno del mio compleanno, in ottobre.
Avevo compiuto 19 anni….




