Il Cimitero di Santa Maria del Popolo a Napoli o Cimitero delle 366 fosse o anche detto Cimitero dei Tredici

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In questo luogo sorge una graziosa e verdeggiante altura sulla quale è edificato il settecentesco cimitero. Sono rimasto stupito del fatto che, avvicinandomene anche a soli cento metri, nessuno dei residenti incontrati abbia saputo darmi indicazioni per raggiungere il luogo..

Nel settembre dell’anno scorso una mia cara amica, Sonia, in chat mi ha detto di aver visitato un antico cimitero a Napoli, anzi il più antico di questa grande città: si tratta del complesso cimiteriale di Santa Maria del Popolo, anche noto come Cimitero delle 366 fosse o come Cimitero dei Tredici.
Personalmente da napoletano, non più residente a Napoli dall’anno 2000, non avevo mai saputo di questo Cimitero. Sono sobbalzato subito per l’interesse quando la mia amica mi ha detto di averlo visitato. Così il sabato mattina, il 23 ottobre dello scorso anno, mi sono recato, lento piede, alla Stazione Centrale di Piazza Garibaldi, proseguendo per Piazza Nazionale e giungendo ivi in prossimità del crocevia tra Corso Malta e Via Poggioreale, passando vicino la grande caserma militare dove, colossale e opprimente, si staglia il viadotto della Tangenziale che i napoletani chiamano bonariamente il Ponte della Fiat.
In questo luogo sorge una graziosa e verdeggiante altura sulla quale è edificato il settecentesco cimitero. Sono rimasto stupito del fatto che, avvicinandomene anche a soli cento metri, nessuno dei residenti incontrati abbia saputo darmi indicazioni per raggiungere il luogo, che non conoscevano. Armato di navigatore, e grazie in ultimo a un farmacista, sono riuscito comunque a raggiungere l’area perimetrale, dopo essermi inerpicato brevemente per una salita in Via Fontanelle al Trivio.
Ma veniamo alla storia del cimitero.


Le prime notizie si hanno nel 1528 quando il grande condottiero francese Odetto de Foix, Visconte di Lautrec, aveva posto su questa altura l’accampamento del suo grande esercito, col quale aveva messo sotto assedio Napoli nell’ambito delle guerre franco spagnole, ma soprattutto dopo il Sacco di Roma, perpetrato dai lanzichenecchi di Carlo V. Fu così che il monte era stato soprannominato Lutrecco o Lo Trecco, da qui poi la deformazione in dialetto napoletano Trivice, che in italiano si traduce Tredici.
Nel 1762, Re Ferdinando IV di Borbone aveva voluto il cimitero, appoggiando la volontà amministrativa dell’ospedale di Santa Maria del Popolo degli Incurabili. Aveva commissionato l’opera di edificazione all’architetto Ferdinando Fuga, il quale, ispirandosi ai criteri strettamente illuministi dell’epoca, voleva soddisfare soprattutto, e per la prima volta, un sistema di razionalizzazione delle sepolture da mettere a disposizione delle classi povere di quella Napoli che allora era una delle città più popolose d’Europa.

Il cimitero è di perfetta forma quadrata e il cortile vede all’interno delle mura perimetrali ben 366 fosse comuni, o ipogei, uno per ogni giorno dell’anno, compresi quelli bisestili, disposti in 19 file, per 19 righe, comprese le 6 fosse posizionate in prossimità dell’edificio secondario che sono state poi svuotate e rimaneggiate dal 1871, per ricavare nuove sepolture, tanto che il cimitero oggi è ancora parzialmente e diversamente operativo. Entrando nella struttura sulla destra si incontra subito la cappella cimiteriale, provvista di un altare maggiore sul quale spiccano principalmente 3 dipinti, uno dei quali al centro raffigura Maria Vergine che, occhi al cielo, indica a una figura vagamente angelica che aiuta le anime dei defunti a salvarsi in paradiso. La cappella attualmente è satura di loculi, risalenti al 1800-1900, tra i quali spiccano anche le tombe di defunti importanti e anche quelli di qualche famoso personaggio attuale. Da dietro l’altare è possibile poi scendere negli ipogei rimaneggiati nel 1871 dove appunto si vedono numerose sepolture atterrate e di loculi recenti. Il rimaneggiamento ottocentesco tuttavia non ha toccato i 366 ipogei adibiti soprattutto alla tumulazione dei morti di colera, che difatti oggi sono ancora segnati e sigillati da pesanti sbarre di ferro incrociate, questo perché evidentemente nell’ottocento si temeva ancora che il contagio si potesse propagare da queste tombe.
Il cimitero edificato entro il 1763 era servito molto spesso proprio per le grandi epidemie di colera o comunque per accogliere le salme di tutti coloro che non potevano permettersi una sepoltura; la razionalizzazione cimiteriale permetteva ai parenti dei defunti di sapere approssimativamente dove questi fossero stati inumati. Fino al 1875, anno di una grande epidemia di colera, i corpi nudi dei morti venivano calati e gettati di peso nelle fosse dopo la rimozione del chiusino numerato di basalto che sigilla ognuna di esse. È stato solo grazie a una nobildonna inglese che durante l’epidemia del 1875, avendo visto il corpo della figlioletta morta di colera gettato in quel modo in uno degli ipogei sotterranei, che il cimitero era stato dotato di un argano meccanico che, tramite una bara basculante, permetteva di calare con più delicatezza la salma adagiandola sul fondo della fossa comune.


Infine ho avuto modo di osservare che al centro del cimitero vi è l’apertura di una antica e profondissima cavità preesistente, che serviva per drenare e far defluire non solo le acque piovane, ma anche il percolato organico prodotto dalla decomposizione dei cadaveri delle numerose fosse: si calcola siano state sepolti in questo luogo più di settecentomila corpi. Il cimitero ha chiuso i battenti, secondo la sua intenzione settecentesca, nel 1890. È stata un’esperienza veramente interessante e toccante, in una Napoli che è una città bellissima, che ha un’anima storica legata soprattutto al suo popolo, che per diverse generazioni ha sofferto sempre la malattia, la fame e la malasorte, mantenendo sempre la fede e la speranza nel futuro. Se non ci si accosta a Napoli consapevoli anche di questo non si può dire di conoscerla e soprattutto amarla.

Marco Urraro

BIBLIOGRAFIA

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