Ernesto Mora ed Enzo Gibin, i Partigiani a cui i fascisti strapparono il cuore e cavarono gli occhi

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Pugni, calci di moschetto, pedate, sputi, i fascisti sembravano voler infierire sui corpi dei due giovani già allo stremo delle forze. Era una gara a chi picchiava più forte, con più ferocia, era una lezione a cui tutti dovevano assistere, un esempio dello «stile fascista» che i presenti avrebbero dovuto ricordare e raccontare....

Scrivere le storie delle donne e degli uomini impegnati nella Resistenza, che hanno sacrificato la loro giovinezza e la loro vita per consentirci di vivere liberi, mi commuove sempre. Raccontare le loro vicende, spesso travagliate e ricche di sofferenza, è per me molto importante, ma soprattutto un grande onore. La mia speranza è che la loro storia abbia, per chi la legge, lo stesso valore che gli attribuisco io. Ogni riga costituisce una piccola traccia del loro passaggio, un granello di memoria che forse qualcuno leggendo potrà portare nel proprio cuore. In genere parlo di donne Partigiane, ma oggi vorrei raccontare la storia di due ragazzi che avevano deciso di aderire alla
Resistenza e la cui tragica fine mi ha particolarmente colpita.
I loro nomi erano Ernesto ed Enzo.
Avevo sogni, ideali, giovinezza, bellezza.
Ernesto Mora era nato il 1° aprile 1924 a Borgomanero, in provincia di Novara. All’epoca dei fatti aveva 21 anni. Enzo Gibin era nato il 1° gennaio 1926 ad Ariano nel Polesine, in provincia di Rovigo. All’epoca dei fatti aveva 19 anni.
Ernesto era stato uno fra i primi ad entrare nelle formazioni Partigiane della Valsesia. Era inquadrato nell’ «81ª Brigata Garibaldina Medio Novarese», conosciuta come «Volante Loss». Nella Brigata aveva conosciuto Enzo ed erano diventati amici. Insieme si erano distinti per il loro coraggio e per questo venne loro affidata dal comando una missione molto pericolosa e delicata. Dovevano catturare il capitano Roncarolo, un fascista noto nella zona per la ferocia con cui torturava i Partigiani. Per farlo si travestirono da militari della Folgore.
La mattina del 23 febbraio 1945 si appostarono presso l’ospedale «SS Trinità» di Borgomanero. Sapevano che Roncarolo sarebbe passato di lì.


Poco prima di mezzogiorno il capitano fascista comparve, accompagnato da un brigadiere della GNR e da un giovane di Borgomanero, un certo Maffei.
In pochi istanti Ernesto ed Enzo li disarmarono ma alla vista di Maffei che tremava come una foglia per lo spavento, decisero di lasciarlo andare, non ritenendolo un pericolo. La loro generosità gli costò molto cara. Il ragazzo, appena fu libero, corse a raccontare l’accaduto ad una pattuglia della Folgore che si mise subito alla caccia dei due Partigiani. Lo scontro avvenne fuori Borgomanero.
Ne approfittarono i due fascisti catturati che fuggirono. Per oltre mezz’ora Ernesto ed Enzo risposero ad ogni colpo. Vennero entrambi feriti.
Ernesto aveva caricato Enzo sulle spalle e lo aveva nascosto nella boscaglia. Voleva fare di tutto per salvarlo. Cominciò a camminare fino a quando arrivò ad una cascina dove trovò aiuto. Gli diedero un carretto con il quale trasportò il compagno, che aveva una gamba fratturata, fino all’ospedale. Erano quasi arrivati quando il Roncarolo li raggiunse con un gruppo di soldati per arrestarli. Ancora una volta Ernesto rispose al fuoco ma fu costretto alla resa perché rimase senza munizioni. Enzo era stato trascinato all’interno dell’ospedale e momentaneamente era in salvo. Ernesto venne catturato e subito malmenato e torturato perché dicesse dove si nascondeva la «Volante Loss». Rimase in silenzio. Coperto di sangue, con il viso tumefatto, venne trascinato per le strade di Borgomanero perché tutti potessero vedere cosa accadeva a un «vile bandito partigiano». Lo portarono al carcere locale ma vi rimase poco perché nel frattempo a Cressa il colonnello Festi, comandante del presidio locale fascista, aveva dato ordine a Roncarolo di prelevare Enzo dall’ospedale per mostrare come agivano i veri fascisti.


Nel pomeriggio di quello stesso giorno i repubblichini prelevano con la forza un gruppo di persone e lo radunano nella sede dell’ex Consorzio Agrario Provinciale, Molino Saini, per obbligarli ad assistere a quanto stava per accadere. Durante il percorso in camion, i due partigiani vennero duramente percossi. Arrivati al Molino furono gettati a terra, fra sangue e polvere. Pugni, calci di moschetto, pedate, sputi, i fascisti sembravano voler infierire sui corpi dei due giovani già allo stremo delle forze. Era una gara a chi picchiava più forte, con più ferocia, era una lezione a cui tutti dovevano assistere, un esempio dello «stile fascista» che i presenti avrebbero dovuto ricordare e raccontare. Durante il vile pestaggio, il calcio di un moschetto si era spezzato colpendo la gamba già fratturata di Enzo. Ernesto era caduto al suo fianco, con il volto sfigurato. Uno degli ufficiali fascisti gli aveva urlato in faccia: «Va ora chiamare la tua volante Loss…». Li avevano trascinati di peso all’esterno del muro di cinta, per ricominciare con le botte. Sembrava fossero inebriati dal sangue e dalla sofferenza. Ezio morì per primo. I fascisti si lanciarono sul corpo senza vita del giovane e, a colpi di tallone gli schiacciarono l’occhio sinistro. Con un pugnale gli strapparono l’occhio destro e poi gli squarciano il petto per strappargli il cuore ancora caldo.
Ernesto aveva assistito allo scempio sul corpo del compagno e prima di morire aveva avuto la forza di gridare «Viva l’Italia libera e viva i Partigiani!». Inferociti i suoi aguzzini gli cavarono gli occhi.
La mattanza era finita….
I funerali di Ernesto ed Enzo vennero celebrati il 3 maggio 1945.
A Ernesto Mora è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria, con la seguente motivazione: «Partigiano di eccezionale coraggio, già distintosi in audaci azioni, mentre con un solo compagno rientrava da un’ardita impresa in cui aveva catturato un ufficiale e due militi delle brigate nere, veniva circondato ed attaccato da una forte pattuglia nemica. Dopo aver controbattuto il fuoco avversario fino all’esaurimento delle munizioni, si caricava sulle spalle il compagno gravemente ferito e cercava di portarlo in salvo, ma, a sua volta ferito, veniva sopraffatto e catturato dal nemico. Costretto ad assistere alle disumane torture con cui fu finito il proprio compagno, fu sottoposto a crudeli ed atroci sevizie, ma prima di esalare l’ultimo respiro trovò la forza di gridare la sua fede in faccia all’ufficiale tedesco che si avvicinava per trucidarlo ed esalava subito dopo la sua fiera anima garibaldina».
A Enzo Gibin è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione: «Partigiano di eccezionale coraggio, già distintosi in audaci azioni che portarono alla cattura di numerosi prigionieri e di importante materiale bellico. Di ritorno, con un solo compagno, da un’ardita impresa in cui da solo aveva catturato un capitano comandante un distaccamento di una brigata nera e due militi fascisti, veniva circondato da una forte pattuglia nemica. Caduto gravemente ferito, continuò a combattere fino all’esaurimento delle munizioni, finché, sopraffatto dal nemico, fu sottoposto alle più inumane sevizie. Fu accecato a colpi di tallone e dal petto squarciato a colpi di baionetta gli fu strappato il cuore sanguinante. Sopportò tanto scempio senza un lamento, finché perduti i sensi, esalò fieramente l’anima garibaldina, passando fra gli Eroi immortali».
In tutto questo mare di dolore, una cosa positiva ci fu. Ercolina Gibin, sorella di Enzo, aveva conosciuto Piero Mora, fratello di Ernesto. Si erano innamorati e si erano sposati subito dopo la fine della guerra.

BIBLIOGRAFIA

https://www.anpi.it/biografia/enzo-gibin

https://www.anpi.it/biografia/ernesto-mora

https://web.archive.org/web/20060510195808/

http://www.resistenzanovarese.it/cressa.phphttps://storialakeorta.wordpress.com/2009/04/25/100/

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