Don Giuseppe Faè, il prete impegnato nella Resistenza, per tutti «Don Galera»

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Don Giuseppe, probabilmente grazie all’intervento dell’arciprete di Pordenone, Gioacchino Muccin, venne rinchiuso nel seminario di Vittorio Veneto, nel quale fu costretto a soggiornare fino alla Liberazione. Da quel giorno si fece chiamare «Don Galera»....

Don Giuseppe Faè era nato a Campomolino di Gaiarine in provincia di Treviso, il 4 marzo 1885.
Era diventato sacerdote nel 1908. Aveva partecipato come cappellano militare degli Alpini alla Prima Guerra Mondiale. Le sue idee antifasciste, che esprimeva senza farsi grossi problemi anche durante la direzione del settimanale diocesano l’Azione, lo portarono ad una sorta di «confino ecclesiastico» nel paese di Montaner, una frazione di Sarmede, comune in provincia di Treviso. Era il 22 gennaio 1927 quando arrivò nel piccolo abitato. La sua presenza dinamica e sicuramente anticonformista, portò a Montaner una ventata di novità: fece costruire un asilo, un orfanotrofio e una chiesa intitolata San Giovanni Bosco. Accanto a lui, oltre alla gente comune, c’era anche sua sorella, Giovanna, che con lui condivideva lo stesso pensiero e la stessa voglia di opporsi al regime.
Dopo l’armistizio del 8 settembre 1943, la sua attività si intensificò ulteriormente. Partecipò alla formazione delle prime bande Partigiane insieme a Giovanbattista Bitto, «Pagnoca», formando il «Gruppo Brigate Vittorio Veneto», che successivamente confluì nella «Divisione Nannetti».


Con la sorella aiutava i Partigiani come poteva, nascondendoli nella canonica, fornendo loro cibo e vestiti. Andavano in soccorso anche dei soldati sbandati che da loro trovavano un rifugio. In breve tempo trasformarono il campanile in deposito armi che, all’occorrenza, consegnavano ai GAP impegnati nella zona. Il 27 marzo 1944 don Giuseppe e sua sorella Giovanna vennero arrestati per attività antifascista. Erano stati traditi da due falsi Partigiani che avevano chiesto loro aiuto ed appoggio. Vennero trasferiti a Udine dove furono sottoposti a processo. Entrambi furono condannati a morte. Le loro sorti si divisero: Giovanna venne caricata su un treno per essere deportata Dachau, ma non vi arrivò viva. Le condizioni disumane del viaggio le furono fatali. Don Giuseppe, probabilmente grazie all’intervento dell’arciprete di Pordenone, Gioacchino Muccin, venne rinchiuso nel seminario di Vittorio Veneto, nel quale fu costretto a soggiornare fino alla Liberazione. Da quel giorno si fece chiamare «Don Galera».
Il 3 maggio 1945 ritornò alla sua parrocchia a Montaner, dove riprese la sua attività nell’ambito sociale. Fu proprio grazie al suo intervento che la vita nel piccolo centro migliorò decisamente, riuscendo a far arrivare una serie di servizi a beneficio dell’intera popolazione e in tempi brevi.
Negli ultimi anni della sua vita venne affiancato da alcuni cappellani che lo aiutarono nella realizzazione dei suoi progetti. Don Giuseppe Faè morì il 13 dicembre 1966 nella sua Montaner, fra la sua gente. Il suo impegno per gli altri venne ricambiato dall’amore che i suoi paesani gli dimostrarono anche durante l’ultimo saluto. Venerato come un santo, molti gli attribuivano poteri taumaturgici e miracolosi. Ai suoi funerali partecipò il vescovo Vittorio Veneto Albino Luciani, il futuro Papa Giovanni Paolo I.

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