Avevo solo le mie tasche: la storia di Alberto Paolini che ha passato 42 anni in manicomio

Tempo di lettura: 10 minuti

Quei suoi pensieri, li conserva in tasca, perché in manicomio non è consentito tenere nulla di personale, se non le cose che possono stare nelle tasche della giacca o dei pantaloni....

La storia di Alberto Paolini è diversa da quella della maggior parte di noi, ma purtroppo non è la sola che trabocca di ingiustizia, perché tanti bambini come lui, considerati «strani» o indesiderati dalla famiglia, hanno vissuto la stressa drammatica esperienza.
Alberto nasce nel 1932 a Roma, dove vive con papà, mamma e una sorella più grande. Suo padre muore quando ha solo 5 anni, mentre sua madre, severa e poco incline alle affettuosità, lo picchia spesso per piegare il suo carattere e lo chiude in casa solo, anche per molte ore. La miseria in cui cade la famiglia è tanta: devono lasciare la loro casa e i due bambini vengono mandati a vivere in due collegi diversi.
La mamma li va a trovare una volta al mese, di più non è permesso, ma purtroppo qualche anno dopo anche lei muore. Per lui quel collegio in cui è rinchiuso, gestito da suore, altrettanto severe e anaffettive, che come dice Alberto «…erano cattive pure loro…», diventa la sua casa.
In quegli anni studia e prende la licenza elementare. È un bambino silenzioso, troppo forse per non ritenerlo «strano».
Nel 1944 viene trasferito in un collegio di preti salesiani, che lo picchiano se non rispetta le regole. Una famiglia lo nota e lo porta a vivere nella loro casa; se ne occupano perché hanno fatto voto di prendersi cura di un bambino bisognoso a patto che il loro unico figlio ritorni salvo dalla guerra. Lo tengono con loro fino alla fine del conflitto, poi riprende la scuola con i salesiani e torna dalla famiglia che lo ospita per le vacanze estive.
In collegio inizia a frequentare un corso di sartoria. I compagni lo prendono di mira, gli fanno scherzi, lo bullizzano, e questo basta per fargli passare l’entusiasmo per il programma di avviamento al lavoro e per farlo chiudere ancora di più in un ostinato silenzio. La famiglia affidataria lo fa visitare da un medico che non trova nel suo isolamento nessuna causa patologica. Forse qualche passeggiata in più per le strade di Roma potrebbe aiutarlo e durante una di queste vanno a fare visita alla sorella maggiore, che ormai non vede da anni. Ma nulla cambia e questo basta a convincere istitutori e famiglia che Alberto non ha un «comportamento normale». Nessuno capisce che il suo silenzio esprime il suo male interiore. Nel 1947, all’età di 15 anni viene internato nella clinica neuropsichiatrica universitaria per bambini Umberto I, dove i medici sentenziano che è «autistico e affetto da una malattia al cervello». Passa il tempo disegnando e aspettando che la famiglia affidataria lo vada a riprende. Dopo un anno non ci sono i presupposti per prolungare il suo ricovero e i salesiani, misericordiosi, non lo voglio più, perché nessuno può pagare la sua retta. E i parenti? Viene rintracciata una zia, ma non è disposta ad accoglierlo in casa.
È il 1948. Roma è piena di giovani bisognosi di aiuto, di soldati tornati dalla guerra, di orfani che vivono rubacchiando e dormendo sotto le stelle. La priorità di mettere ordine in città in vista del Giubileo del 1950 viene prima di qualsiasi altra necessità. I minorenni, non tutti, vengono rinchiusi negli istituti, alcuni non trovano posto. Alberto, che ha 16 anni, finisce al Santa Maria della Pietà, in un reparto di osservazione. Ci va convinto dalla famiglia affidataria, che gli promette che se rimarrà lì fino al compimento dei 21 anni, andranno a prenderlo e potrà vivere con loro.
Fa amicizia con Franco, che lo aiuta ad adattarsi alla nuova vita, ma dopo qualche tempo il giovane viene trasferito in un altro reparto e Alberto si sente di nuovo solo. Al termine di questo periodo può esser dimesso, ma nessuno si offre di prendersi cura di lui, dunque viene ricoverato. Le suore dell’istituto lo chiamano «tonto», i medici decretano che il suo ricovero è necessario perché soffre di una grave forma di depressione. Lo portano al padiglione IV per fare l’elettroshock, pensando così di poter trovare una soluzione per quel male di vivere che gli altri vedono in lui.
Gliene fanno tre, una ogni venerdì e poi lo riportano in reparto, perché ad aspettarlo non c’è nessuno. Solo le infermiere lo coccolano, lo vedono ancora piccolo per subire quel trattamento. Finalmente la famiglia affidataria va a trovarlo e con il primario decidono di non sottoporlo ad altri trattamenti. Viene trasferito al padiglione dei lavoratori, nonostante la sua giovane età, perché il limite massimo per stare con i ragazzi è 14 anni. Inizia per lui una nuova vita, fatta di lavoro e regole, ma non sta male, perché il direttore dell’istituto, il dottor Francesco Bonfiglio, psichiatra, è un uomo in gamba, competente e buono, che ha a cuore il benessere dei suoi pazienti e che sa rendere la sua permanenza in quel luogo meno pesante di quella nel collegio con le suore. Lo assegnano alla tipografia, come addetto alla «pedalina», la macchina stampatrice; il suo turno è dalle 8:00 alle 18:00, con pausa per pranzo. È un vero e proprio lavoro che gli piace, nonostante la monotonia dell’attività e per il quale percepisce un piccolo stipendio e una merenda pomeridiana. Mostra delle buone capacità e una certa abilità nello svolgere alcune mansioni, tanto che viene destinato all’Ufficio Statistiche, e successivamente alla direzione della biblioteca.
Nei successivi tre anni la famiglia affidataria va a trovarlo, a volte insieme al figlio tornato dalla guerra.  Alberto aspetta con ansia di compiere la maggiore età, perché, come pattuito, sarebbero venuti a prenderlo per riportarlo a casa con loro. Ma la frequenza delle loro visite diminuisce sempre più fino ad interrompersi completamente. All’interno del manicomio si organizzano anche delle attività ricreative, che consentono agli ospiti di portesi impegnare in qualcosa di diverso dal lavoro quotidiano. Partecipa alle attività teatrali, entrando in contatto con attori e cantanti, alcuni famosi, che vanno a trovarli. Alberto ricorda ancora l’incontro con Claudio Villa, che all’epoca è famoso e ammirato. Nel 1953, nonostante le aspettative, resta a vivere nel manicomio. Anche sua sorella si traferisce per lavoro al nord e Alberto è nuovamente solo, senza un affetto accanto, senza qualcuno che lo vada a trovare e che gli dia una speranza di vita diversa.
All’interno dell’istituto c’è anche il padiglione dei bambini, divisi fra pazienti gravi, come quelli affetti da sindrome di Down, e meno gravi. Compiuti i 14 anni passano direttamente con gli adulti, se non hanno un’alternativa di vita fuori da lì. Alberto li guarda giocare a calcio, fare la vita da bambini e poi da ragazzi, mangiare dolcetti, scambiarsi qualche giocattolo. Il mondo di Alberto, fatto di fragili equilibri e di momenti di luce nel buio che può rappresenta l’ospedale psichiatrico, cambia improvvisamente nel 1955, quando il direttore Bonfiglio viene sostituito da un altro, Umberto De Giacomo, severo, rigido, intransigente, che non permette a nessuno di uscire. Per lui, come per il resto del mondo, gli internati sono un fastidio, un peso per la società che si sta rinnovando e non ha bisogno di qualcuno che può creare imbarazzo con il proprio «essere diverso». Il nuovo direttore favorisce l’uso degli psicofarmaci, anche sperimentali, e dell’elettroshock.
Gli anni passano, uno dopo l’altro. Alberto diventa uomo, con una vita alle spalle vissuta in manicomio. Nel 1967 muore il direttore De Giacomo e il regolamento dell’istituto diventa più morbido. La situazione per gli ospiti cambia, si prospetta la possibilità di uscire volontariamente e di iniziare una nuova vita. Ma Alberto non sa dove andare, la sola realtà che conosce è quella del manicomio.
Nel 1976 arrivano i primi cambiamenti: da alcuni padiglioni è possibile uscire per alcune ore, per poi tornare alla sera. Comincia a frequentare un centro professionale per lavorare e qualche volta resta fuori anche per alcuni giorni, assaporando un senso di libertà che fino a quel momento non ha mai conosciuto. Proprio in quel periodo partecipa ad un laboratorio di scrittura, durante il quale decide di cominciare a scrivere la sua storia, che viene raccontata nel libro «Avevo solo le mie tasche. Manoscritti dal manicomio», edito da Sensibili alle Foglie. Quei suoi pensieri, li conserva in tasca, perché in manicomio non è consentito tenere nulla di personale, se non le cose che possono stare nelle tasche della giacca o dei pantaloni.
Arriva il 1978 e con esso la legge Basaglia che stabilisce la chiusura dei manicomi e la riforma del sistema di cura per il disagio mentale.
Il Santa Maria della Pietà non può essere chiuso subito, perché il numero dei pazienti fissi è talmente alto, circa un migliaio, che non è semplice trovare una sistemazione per tutti. E così inizia un graduale processo di reinserimento.
Nel 1979 viene trasferito in un altro padiglione, ribattezzato «zona ospiti», come a voler dare un senso di maggiore libertà di movimento a chi vi soggiorna. Alberto ci prova, cerca di riabituarsi a stare «fuori», ma non è facile, perché conosce solo quella vita e ha paura di essere rifiutato. Nel primo periodo di reinserimento incontra difficoltà persino ad attraversare la strada, rischia spesso di essere investito perché non è abituato al traffico. Nel 1982 si presenta una nuova opportunità di lavorare «fuori», frequentando un programma organizzato all’istituto «Don Calabria». Inizia a lavorare al laboratorio delle cornici, però purtroppo il progetto termina dopo pochi mesi per mancanza di fondi.
Alberto lascia il manicomio definitivamente nel 1990. Sono passati 42 anni dal suo ingresso al Santa Maria della Pietà. Va a vivere con altri due pazienti, nella Borgata Ottavia. Per lui non è facile, non lo è per nessuno di loro, devono abituarsi a gestire la casa, la spesa, la loro recuperata autonomia. Devono fare i conti con lo sguardo della gente, con la diffidenza, con l’ignoranza. Vicino a loro vanno a vivere tre pazienti del reparto femminile. Gli inquilini del palazzo in cui abitano non sono felici della loro presenza. La nuova vita gli sta stretta, si sente ancora più controllato di prima. Quelli chi si prendono cura di lui all’inizio si preoccupano solo «della facciata, di non avere grane». Leggono i suoi scritti, valutano i suoi pensieri e se trovano qualcosa che non va bene, che è meglio che non venga scritto, lo fanno sparire. Controllano anche le sue risorse economiche.
Oggi Alberto ha superato i 90 anni. Vive in una casa famiglia nella periferia di Roma. «Se ho occasione di sorridere? No…, purtroppo non ho più i miei compagni, quelli del Santa Maria con cui ogni tanto ci capitava di sorridere. Ora ho solo un amico che però non sta tanto bene…».
Il suo sguardo sul mondo è segnato dalla sofferenza che deriva da una vita in manicomio. Gli mancano i suoi amici, quelli che erano diventati la sua famiglia nel padiglione, gli manca quel mondo che alla fine era diventato il suo.

BIBLIOGRAFIA

Fotografia Rai 2HD

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