Quando San Carlo volava tra i gigli rossi e scriveva sulle rocce…

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Numerose nel minuscolo borgo le rocce affioranti, segnate da incisioni e coppelle… ed ecco che per spiegare l’inspiegabile subentra la leggenda...

Con questa piccola curiosità sconfino nella leggenda.
In realtà, la leggenda non è costituita solo da elementi inventati, ma questi servono a dare una risposta o ad attribuire una causa a eventi di difficile comprensione.
Ci troviamo nella Valle Leventina, importante via di transito dell’alto Canton Ticino.
Dopo questa rapida introduzione, magari qualcuno inizierà a chiedersi cosa c’entri San Carlo.
Forti sono i legami di questo territorio con il santo arcivescovo: infatti, nel XVI secolo, ai tempi di San Carlo, questa valle apparteneva ancora alla diocesi milanese, nonostante da circa un secolo fosse politicamente sotto il controllo dei Confederati.
Basti pensare che ancora oggi la Leventina, insieme ai territori di Riviera (Biasca) e Blenio, segue ancora il rito ambrosiano: le tre valli, come vengono denominate, sono infatti un’exclave ambrosiana nell’odierna diocesi di Lugano, che invece è di rito romano.
Nella sua instancabile attività pastorale, San Carlo visitò più volte l’alto Ticino. Nella sola Biasca si registrano ben cinque visite dell’arcivescovo: 1567, 1570, 1577, 1581 e 1582.
Con le sue visite in terra elvetica toccò l’ospizio del San Gottardo, Altanca, Mesocco, la Val Pontirone, gli ultimi avamposti della Val Calanca, il passo San Lucio. Aneddoti e miracoli si rincorrono per tutte le valli della Svizzera italiana. Persino i dati delle statistiche demografiche registrano un incremento del nome Carlo, praticamente assente nei registri di battesimo all’inizio del XVI secolo.
Nel frattempo, Alpi e Prealpi si popolano di oratori, altari, cappelle e confraternite a lui dedicati.
La Leventina non fa eccezione. Anzi, è proprio qui che più si notano testimonianze storico-artistiche e persino leggendarie legate a San Carlo. Una, in particolare, è presente nel piccolo nucleo di Valle, sopra il paese di Altanca: un posto un po’ fuori dal tempo, nessuna strada lastricata, una manciata di case circondata da boschi di larici e pascoli, raggiungibile solo tramite l’antica e ripida mulattiera che porta ai laghi Ritom e Cadagno.
Numerose nel minuscolo borgo le rocce affioranti, segnate da incisioni e coppelle… ed ecco che per spiegare l’inspiegabile subentra la leggenda. In Leventina si racconta infatti che, un giorno d’estate, Carlo lasciò Altanca per dirigersi verso Cadagno e varcare il passo alpino. Ma era già il tramonto.
Il santo, tuttavia, non volle perdere tempo e iniziò la sua salita. Iniziava a fare buio e la fatica si faceva sentire. Per alleviare l’affanno al santo, le rocce diventarono morbide come cera e la punta del suo bastone vi si impresse più volte.
A un certo punto, Carlo si fermò presso un gruppo di case dove, con il bastone, prese a scrivere su una lastra di pietra, anch’essa diventata quasi come di cera. Mentre sostava per scrivere, anche l’impronta dei suoi piedi si fissò nella roccia.
Stremato, il santo stava per cadere a terra, ma venne sollevato in alto come da una forza sovrannaturale, mentre tante lanterne rosse gli illuminavano la via.
Venne quindi depositato su un altopiano, dove finalmente poté addormentarsi e riposare. Nel punto in cui si addormentò, a Cadagno, sorse nel XVII secolo la chiesa a lui intitolata, mentre quelle che vengono lette come impronte del bastone e dei piedi sono ancora visibili nel paese di Valle. Quasi a ricordare l’evento, una delle case riporta un affresco di San Carlo davanti alla Madonna, proprio sopra il punto in cui avrebbe lasciato l’impronta dei piedi.
Persino la scritta sulla pietra è ancora presente e, dalle poche fonti reperibili, il suo significato viene indicato ancora come oscuro.
Le lanterne rosse sono i numerosi gigli di San Giovanni che, in estate, infiammano i pascoli della valle.
Questa leggenda, seppure suggestiva, ci dà un’importante chiave di lettura.
Coppelle e incisioni, così come, probabilmente, la scritta dal significato oscuro, sono espressioni di una devozione popolare e dal carattere arcaico, sicuramente pagano.
Nulla toglie al fatto che San Carlo possa davvero aver percorso la mulattiera per arrivare a Cadagno e scendere in un’altra valle. Anzi, è probabile che abbia seguito quel percorso.
Ma San Carlo era anche un grande riformatore, che mirava a estirpare qualsiasi traccia di arcaico paganesimo dalle manifestazioni religiose del popolo. La leggenda ci dice proprio questo: attribuire a San Carlo le impronte significa che da queste è stato eliminato il carattere pagano (per lo meno in superficie) per rivestirle di un nuovo carattere sacro, questa volta cristiano, rafforzato dalla presenza di immagini del santo.
Si tratta quindi di uno dei tanti esempi di fenomeni di risacralizzazione che hanno riguardato i nostri territori.

BIBLIOGRAFIA

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