Jenide Russo, la Partigiana morta a Bergen Belsen

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Il 18 febbraio 1944, mentre stava trasportando una borsa contenente esplosi destinati ai Partigiani operanti a Villadossola, venne arrestata in via Aselli a Milano...

Jenide Russo era nata Milano 23 giugno 1917.Viveva con la madre e due sorelle. Di professione era operaia. Durante i primi anni del Fascismo non si era occupata molto di politica.  Il suo modo di pensare era cambiato quando aveva conosciuto un giovane Partigiano, Renato, impegnato nella Resistenza in Val d’Ossola nella «Brigata Garibaldi».
Nel mese di ottobre del 1943, Jenide decise di diventare operativa come staffetta, nel «Distaccamento 5 Giornate», a Milano. Il suo nome di battaglia era «Eneidina». Aveva il compito di trasportare armi, munizioni e informazioni che mantenessero in contatto i reparti operativi nelle montagne con quelli operanti in città. Renato ed altri Partigiani, fra cui Egisto Rubini, «Rossi», responsabile dei GAP della Lombardia, frequentavano la sua casa assiduamente. Per questo motivo, la sua famiglia entrò nel mirino dei fascisti.
Il 18 febbraio 1944, mentre stava trasportando una borsa contenente esplosi destinati ai Partigiani operanti a Villadossola, venne arrestata in via Aselli a Milano, a seguito della delazione di un infiltrato.
Una settimana dopo venne arrestato a Sesto San Giovanni anche Egisto Rubini. Sottoposto ad atroci torture, si uccise nel mese di marzo mentre si trovava a San Vittore, impiccandosi con un lenzuolo. Temendo di non riuscire più a resistere alle sofferenze a cui era stato lungamente sottoposto, preferì la morte piuttosto che tradire i propri compagni 
«Eneidina» venne portata al carcere di Monza e di lì a San Vittore, dove varcò la soglia con il numero di matricola 1417L. Con lei erano detenuti i prigionieri politici. Il 27 aprile fu trasferita nel campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi, dove i prigionieri erano radunati in attesa di essere deportati nei lager nazisti. Durante la prigionia, l’11 maggio, riuscì a scrivere una lettera alla madre, inviata clandestinamente, nella quale aveva descritto i momenti terribili passati in carcere: «Siccome non volevo parlare con le buone, allora hanno cominciato con nerbate e schiaffi. Mi hanno rotto una mascella (ora è di nuovo a posto.) Il mio corpo era pieno di lividi per le bastonate; però non hanno avuto la soddisfazione di vedermi gridare, piangere e tanto meno parlare. Sono stata per cinque giorni a Monza, in isolamento, in una cella, quasi senza mangiare e con un freddo da cani. Venivo disturbata tutti i giorni perché volevano che io parlassi. Ma io ero più dura di loro e non parlavo. Dì pure che ho mantenuto la parola di non parlare: credo che ora saranno tutti contenti di me».
Il 6 giugno arrivò a Ravensbrück dove, il 2 agosto, si ammalò di tifo. Nonostante le difficoltà riuscì a guarire.  Nel mese di dicembre venne trasferita, a bordo di un carro bestiame, nel lager di Bergen Belsen dove purtroppo ebbe una ricaduta, da cui non si riprese mai. Morì il 26 aprile 1945, pochi giorni dopo che gli alleati avevano liberato il campo.  

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