Clelia Corradini, la madre Partigiana condannata a morte e giustiziata dai fascisti

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La sottoposero a minacce, torture, angherie di ogni genere, per poterle strappare delle informazioni sui Partigiani delle montagne e sulle sue compagne dei Gruppi di Difesa della Donna. Il 23 agosto venne emessa la sentenza della sua condanna a morte per «incitamento alla diserzione».....

Clelia Corradini era nata a Vado Ligure, in provincia di Savona, nel 1903. Dopo aver frequentato le elementari con profitto e due anni di scuole medie, era stata costretta ad andare a lavorare, per aiutare la famiglia. Si era sposata molto giovane con Riccardo Leti. Insieme avevano maturato idee profondamente antifasciste, di cui non facevano mistero alcuno. Il loro pensare gli aveva procurato non poche difficoltà nella ricerca del lavoro. Le fatiche quotidiane e lo stress avevano logorato il fisico di Riccardo, che morì a soli 36 anni, in seguito a un malore improvviso. Clelia si ritrovò da sola con tre figli piccoli: Sergio, 11 anni, Lucio, 7 anni ed Elda, 5 anni. Da quel giorno la sua vita fu un susseguirsi di difficoltà, ma nonostante questo, il suo carattere si fortificò. Lottò sempre con grande tenacia contro le ingiustizie sociali a cui era spesso sottoposta causa del suo pensiero. Protestava per sé stessa e per chi come lei non si trovava in situazione di indigenza. Un giorno, presa dallo sconforto e dalla rabbia, si attaccò alle inferiate della casa comunale, suscitando la reazione di un Carabiniere, che non esitò a colpirle le mani con l’elsa della sua spada per farle lasciare la presa.
Dopo l’approvazione delle leggi razziali, la sua famiglia entrò nel mirino dei fascisti, che presumevano ci fossero da parte sua delle discendenze o una vicinanza con gli ebrei. Ciò fu sufficiente per complicare ulteriormente la vita di Clelia e dei suoi figli, oggetto di fastidiose e immotivate perquisizioni.


Un giorno, dopo l’ingresso dell’Italia nel conflitto mondiale, venne denunciata per «propaganda sovversiva». Fu aspramente ammonita e minacciata di essere inviata ad un anno di confino se non avesse cambiato atteggiamento. Qualche tempo dopo iniziò a lavorare alla Vacuum Oil Company, una società petrolifera americana con sede a Genova. Per qualche tempo Clelia venne tranquilla. Poi venne trasferita in un’altra raffineria dopo aver denunciato i soprusi subiti dal regime. Nello stesso periodo entrò in contatto con la Resistenza Partigiana, abbracciando completamente le loro idee. In seguito ad un bombardamento, mentre era a Savona, fu coinvolta in una retata e venne arrestata. La rinchiusero nella caserma della milizia di Corso Ricci, dove rimase per alcuni giorni, senza che la sua famiglia avesse notizie. Nel 1943, dopo l’armistizio di Cassabile, con l’amica Teresa Viberti Grillo, iniziò a costituire i primi Gruppi di Difesa della Donna. Clelia divenne immediatamente operativa nella zona di Vado Ligure: mise in piedi l’organizzazione, raccolse e coordinò fondi per i partigiani, diffuse materiale propagandistico specie in occasione di alcuni scioperi. Era conosciuta con il nome di «Ivanca». E fu proprio durante una raccolta fondi che Clelia finì nei guai. Un’anziana signora, non potendo affidare direttamente a lei dei soldi da consegnare ai Partigiani, li diede ad una vicina, compagna di scuola di Sergio, il primogenito di Clelia. La donna andò direttamente dai fascisti a raccontare tutto. I sospetti sul suo operato divennero certezze. In più si sapeva che il giovane Sergio era andato a combattere sulle montagne con i Partigiani. Clelia venne arrestata. La portarono al Comando di Quiliano e poi a quello di Vado, nella villa Morixe. La sottoposero a minacce, torture, angherie di ogni genere, per poterle strappare delle informazioni sui Partigiani delle montagne e sulle sue compagne dei Gruppi di Difesa della Donna.


Il 23 agosto venne emessa la sentenza della sua condanna a morte per «incitamento alla diserzione».
Prima di entrare in carcere, Clelia era riuscita a scrivere una lettera a Sergio: «Mio caro S., scrivo male perché appoggio la carta sulle ginocchia dal rifugio dove per ora è la nostra dimora. Ma spero sia forse per pochi giorni e poi sono certa tornerà quella pace di cui abbiamo bisogno. Sono certa che verrà presto il giorno che ti rivedrò per non più lasciarci e dopo tante sofferenze godere un meritato sollievo. Abbiamo passato dei momenti tristi, ma spero siano gli ultimi. Mi chiedi lo zaino, ma non l’ho trovato. La casa è tutta sotto sopra, ti mando la blusa soltanto. Ti bacio a nome di tutti, ti ricordano con tanto affetto. Saluta il biondo da parte di sua mamma se questi è con te. Ti bacio affettuosamente, Mamma tua».
Il 24 agosto la portarono davanti al plotone d’esecuzione. Per quattro volte le puntarono addosso i fucili, ma nessuno ebbe il coraggio di aprire il fuoco. Urlò ai soldati: «Ma voi non ce l’avete una madre?». Solo un ufficiale si fece avanti e la uccise con una raffica di mitra. Le sue ultime parole furono: «Sergio vendicami». E Sergio continuò a combattere in ricordo della coraggiosa madre che lo aveva sostenuto tutta la vita, aveva appoggiato le sue scelte e condiviso il suo impegno nella Resistenza. Dopo la fine della guerra, a Clelia Corradini «Ivanca» è stata conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare.

BIBLIOGRAFIA

Donne Partigiane – Clelia Corradini (1903 – 24 agosto 1944)


https://news.robadadonne.it/clelia-corradini-e-quel-sergio-vendicami-al-figlio/
https://www.anpi.it/ricordo-di-clelia-ivanca-corradini

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