Vera e Libera Arduino, le sorelle Partigiane trucidate a Torino

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Nella notte fra il 12 e il 13 marzo, dopo la mezzanotte, sulla sponda del Canale Pellerina, arrivarono le tre donne con i loro aguzzini. Subirono violenze e poi vennero fucilate....

Vera e Libera Arduino era figlie di Gaspare, operaio della Fiat, noto in zona per essere stato uno degli organizzatori degli scioperi di fabbrica del 1943, e di Teresa Guala, operaia alla Manifattura Tabacchi. I coniugi Arduino avevano altri due figli, Bruna, nata nel 1932 e Antonio, nato nel 1939. Erano una famiglia antifascista, di militanza comunista. Abitavano a Torino.
Vera, la primogenita, era nata il 15 gennaio 1926. Lavorava come operaia alla Wamar, un biscottificio della città. Con il padre si era avvicinata alla politica, aderendo alle idee del Partito Comunista.
Libera, la secondogenita, era nata il 13 settembre 1929. Dopo aver completato gli studi alle scuole elementari, aveva iniziato a lavorare presso l’industria meccanica Castagno. Appena avuta la possibilità anche Libera si era avvicinata alla politica, seguendo l’esempio di suo padre e sua sorella. A partire dal 1943, parteciparono insieme alle attività clandestine, aggregandosi alla «XX Brigata Garibaldi SAP».
Vera aveva prestato servizio come staffetta, collegando i gruppi Partigiani impegnati alla Barriera di Milano con quelli operanti in montagna. Libera si occupava dell’assistenza ai Partigiani feriti. Entrambe facevano parte dei Gruppi di Difesa della Donna.


La sera dell’11 marzo 1945, verso le 21:30, quattro soldati delle Brigate Nere, guidati da Aldo De Chiffre, un giovane studente in medicina, spacciandosi per Partigiani in cerca di rifugio per la notte, riuscirono ad entrare nella loro abitazione, in via Moncrivello 1, al quarto piano. Con gli Arduino quella sera erano in casa Aldo De Carli, fidanzato di Vera, della «Brigata Gap Dante Di Nanni», Alberto Ellena, della «21ª Brigata SAP», che era venuto per portare Gaspare a dormire fuori, vista la situazione di tensione che si respirava in città, due vicini di casa, Rosa Ghizzoni, «Gina», staffetta, e il marito Pierino Montarolo, della «33ª Brigata SAP Pietro Ferrero». Furono tutti arrestati. Teresa rimase in casa con Bruna e il piccolo Antonio, che dormiva in un’altra stanza. Le dissero: «Signora non urli, stia calma che noi non facciamo del male…». Non li rivide mai più vivi. Ellena riuscì a fuggire, mentre gli altri furono portati via. Gaspare, De Carli e Montarolo, morirono quella sera, fucilati senza tanti convenevoli in Corso Belgio, angolo via Lessolo. Vera, Libera e Rosa furono condotte prima alla casa Littoria di Via Carlo Alberto, dove rimasero per un giorno, per essere interrogate.


Nella notte fra il 12 e il 13 marzo, dopo la mezzanotte, sulla sponda del Canale Pellerina, arrivarono le tre donne con i loro aguzzini. Subirono violenze e poi vennero fucilate. Rosa, che all’epoca dei fatti aveva 25 anni ed era in attesa di un bambino, riuscì con uno scatto improvviso a gettarsi nelle acque del canale lì vicino. Vera e Libera vennero assassinate con due raffiche di mitra, mentre lei riusciva a rimanere nascosta. Pochi istanti dopo, la forte corrente la riportò sotto il mirino dei fascisti, che le spararono e la ferirono alla schiena. Convinti di aver ucciso anche lei, non cercarono di recuperare il suo corpo, non era nel loro interesse e questo per Rosa rappresentò la momentanea salvezza. Si trascinò fino ad una casa vicina che, per fortuna, era di un Partigiano. La mattina dopo si fece portare allo Stabilimento Grandi Motori, dove lavorava e dove era attivo un distaccamento GAP. Raccontò i fatti avvenuti, facendo finalmente chiarezza sulla fine degli Arduino e dei loro amici prelevati due giorni prima. Le ferite riportate la costrinsero ad un aborto. Morì, senza mai riprendersi completamente, l’8 maggio 1946.


Teresa nel frattempo non aveva smesso di cercare suo marito e le sue figlie. Dopo qualche giorno, una cugina la avvisò che i loro corpi erano all’Istituto di medicina legale. Vera aveva 19 anni. Libera aveva 16 anni. Ai loro funerali, e a quelli degli altri martiri di quella notte, partecipò una folla numerosa. Quando intervennero i fascisti, davanti al cimitero rimasero solo le donne, strette attorno al dolore di Teresa e dei suoi figli. Alla fine della guerra Aldo De Chiffre venne processato e condannato all’ergastolo per i fatti di quella notte. Uscì dopo aver scontato solo parzialmente la sua pena. In carcere completò gli studi, prese la laurea in medicina e iniziò a esercitare la professione medica. Qualche anno dopo, durante una donazione del sangue, incontrò il piccolo Bruno Arduino, divenuto uomo. Per lui fu uno duro colpo rivedere l’assassino di suo padre e delle sue sorelle libero di poter continuare la sua vita. come se nulla fosse accaduto.

BIBLIOGRAFIA

  • https://www.corriereromagna.it/rimini/news-rimini-21672-terribile-notte-fascisti-trucidarono-mia-famiglia-html-FMCR36557
  • https://www.infoaut.org/storia/13-marzo-1945-libera-e-vera-arduino

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