Testimonianza da Birkenau 2

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"Ho saputo fin dal principio che ad Auschwitz saremmo stati gasati. Quando avete fatto la selezione, ho evitato di essere messa tra gli abili al lavoro, perché volevo seguire i bambini. Volevo fare questa esperienza in piena coscienza. Spero che presto tutto sarà finito..."
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Molte donne nascondevano i bambini lattanti nei mucchi di abiti. Ma gli uomini del Sonderkommando vigilavano, e a forza di parole riuscivano a persuaderle a riprendersi i bambini. Esse credevano che la disinfestazione potesse essere nociva ai piccoli, e per questo li nascondevano. I bambini piccoli per lo più piangevano durante la svestizione, impressionati da tante novità, ma quando le madri, oppure quelli del Sonderkommando, gli parlavano dolcemente, si calmavano e si avviavano tranquilli nelle camere a gas, stuzzicandosi l’un l’altro o tenendo in mano dei giocattoli. Ho notato spesso che donne le quali intuivano o addirittura sapevano ciò che le attendeva, pur con l’angoscia della morte negli occhi, trovavano la forza di scherzare coi figli, di parlargli amorevolmente. Una volta una donna passando mi venne vicina e mi sussurrò, indicandomi i suoi quattro figli, che aiutavano fraternamente i più piccoli a superare gli ostacoli del terreno: “Come potete avere il coraggio di ammazzare questi bambini? Ma non avete un cuore nel petto?”.
Un altro, un vecchio, nel passarmi davanti mormorò: ” La Germania sconterà duramente questo assassinio in massa degli ebrei “. E i suoi occhi ardevano di odio. 
Pure, entrò coraggiosamente nella camera a gas, senza curarsi degli altri. Sopra tutti gli altri mi colpì una giovane, che correva freneticamente avanti e indietro, aiutando i bambini e gli anziani a spogliarsi. Durante la selezione aveva accanto a sé due bambini piccoli; mi avevano colpito la sua eccitazione e in generale il suo aspetto: non sembrava affatto un’ebrea. Ora non aveva più i bambini accanto a sé. Fino all’ultimo si diede da fare per aiutare alcune donne che avevano parecchi bambini, parlando loro gentilmente, calmando i bambini. Fu tra gli ultimi a entrare nel bunker.
Sulla porta si fermò e disse: “Ho saputo fin dal principio che ad Auschwitz saremmo stati gasati. Quando avete fatto la selezione, ho evitato di essere messa tra gli abili al lavoro, perché volevo seguire i bambini. Volevo fare questa esperienza in piena coscienza. Spero che presto tutto sarà finito. Addio”.
Talvolta avveniva anche che alcune donne, mentre si spogliavano, rompessero d’improvviso in grida laceranti, strappandosi i capelli e comportandosi come isteriche. Subito venivano allontanate dalla massa e portate dietro la casa per essere uccise con un’arma di piccolo calibro, mediante il colpo alla nuca. Avveniva anche che, nel momento in cui quelli del Sonderkommando lasciavano il locale, le donne, intuendo perfettamente ciò che stava per accadere, ci urlassero dietro tutte le maledizioni possibili. Mi ricordo anche di una donna che, mentre stavano per chiudere le porte, cercò di spingere fuori i figli, e gridava piangendo: “Lasciate in vita almeno i miei bambini!”.
Molte furono le scene commoventi, e colpivano tutti i presenti. Nella primavera del 1942 centinaia di uomini e donne nel fiore degli anni andarono così alla morte tra i frutteti in fiore della fattoria, nella camera a gas, senza per lo più intuire nulla. Questa immagine di vita e di morte rivive ancor oggi nitidamente davanti ai miei occhi.
Già l’operazione di selezione nel cortile era piena di incidenti. La divisione delle famiglie, la separazione degli uomini dalle donne e dai bambini, diffondeva eccitazione e inquietudine in tutto il trasporto, e questo stato d’animo era accentuato dalla selezione degli abili al lavoro. Le famiglie volevano restare unite a ogni costo, e così i selezionati correvano di nuovo a raggiungere gli altri membri della famiglia, o la madre e i figli correvano in cerca dei loro uomini o dei figli maggiori considerati abili. Nasceva così una confusione tale che spesso bisognava ricominciare tutto daccapo. Inoltre, lo spazio angusto impediva che la selezione avvenisse con maggiore ordine, e tutti i tentativi di riportare la tranquillità naufragavano contro l’eccitazione della massa. Così, spesso bisognava impiegare la forza.
Come ho già detto altre volte, gli ebrei hanno un sentimento della famiglia profondamente radicato, e sono legatissimi gli uni agli altri. Ma, per quanto ho potuto osservare, mancano invece del sentimento di solidarietà reciproca. Si sarebbe potuto supporre che in una simile situazione avrebbero dovuto proteggersi tra loro; al contrario, ho saputo di frequente che ebrei – particolarmente quelli dell’Occidente – fornirono i nominativi di altri membri della loro razza, ancora nascosti. Una volta, una donna che già si trovava nella camera a gas trovò ancora la forza di gridare al sottufficiale l’indirizzo di una famiglia ebrea. Un altro, un uomo che dagli abiti e dall’aspetto appariva di ottime condizioni, mentre si spogliava mi consegnò un biglietto contenente i nominativi di numerose famiglie olandesi che nascondevano ebrei.

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