Rita Rosani, la Partigiana morta sul Monte Comune

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La loro baita venne accerchiata. I suoi compagni, visto il pericolo, le suggerirono di fuggire e mettersi in salvo. Rita rispose semplicemente: «Vuialtri g'avi voia di scherzare».....

Rita Rosani era a Trieste il 20 novembre 1920. Suo padre, Ludwig Rosensweig, originario di un villaggio della Moravia, si era trasferito nel 1905 a Fiume e poi, dopo qualche anno, a Trieste. Aveva trovato lavoro presso un’azienda di spedizioni di proprietà di alcuni parenti, con diverse sedi in Europa e nei principali porti del Mediterraneo. Riuscì a italianizzare il suo nome in Ludovico Rosani. Conobbe e sposò Rosa Strakosch, anche lei di origini morave. Dal loro amore era nata Rita. Nel 1927 la famiglia Rosani, con qualche difficoltà, aveva ottenuto la cittadinanza italiana. Dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali del 1938 in Italia, la vita per la giovane Rita e per la sua famiglia cambiò radicalmente. Lodovico venne licenziato formalmente dall’azienda in cui lavorava e di cui nel frattempo era diventato direttore, anche se in effetti continuò a lavorarvi fino a quando lasciò Trieste. Durante l’estate, mentre i Rosani erano in vacanza, vennero raggiunti dalla notizia del censimento a cui gli ebrei di tutta Italia dovevano sottoporsi. Le liste che si formarono furono uno strumento comodo per rintracciarli. Il 31 dicembre1938, nel solo comune di Trieste, erano già stati censiti 6440 ebrei.
La prima conseguenza delle nuove leggi fu la perdita della cittadinanza italiana, ottenuta con grande fatica. Il 13 settembre venne emanato il «regio decreto per la difesa della razza nella scuola fascista», che comportò l’espulsione di Rita dalla scuola pubblica. La giovane riuscì comunque a completare gli studi frequentando le magistrali in una scuola ebraica, l’Istituto Magistrale Carducci. In quel periodo conobbe e si innamorò di Kubi, più grande di lei di sei anni. I due giovani vissero sempre nel rispetto della tradizione ebraica, con la speranza di poter un giorno tornare alla normalità. Nonostante il clima di crescente tensione, la famiglia di Rita decise di non lasciare la propria città. Rita iniziò a insegnare nelle scuole elementari e a prestare assistenza ai profughi in difficoltà. Nel frattempo, fra il 1939 e il 1941, i suoi parenti rimasti in Cecoslovacchia, furono arrestati e deportati nei campi di concentramento. Anche la famiglia di Kubi si trovò in grossa difficoltà. Vedendosi revocare la cittadinanza polacca, in seguito all’inizio del conflitto nel 1939, il 15 giugno 1940 il giovane e i suoi genitori vennero portati al carcere del Coroneo. Il 5 luglio furono trasferiti in Abruzzo, al campo di Casoli, mentre Kubi venne destinato al campo di Ferramonti, in Calabria. Dopo un lungo periodo di detenzione, vennero tutti deportati ad Auschwitz, dove finiranno i loro giorni. Per un certo periodo di tempo Rita e Kubi si tennero in contatto. Poi le comunicazioni si interruppero.
Solo dopo l’armistizio Rita riuscì a convincere i suoi genitori a trasferirsi, mandandoli a vivere in un piccolo paese. Questa decisione li salvò dalla deportazione. Rita non li seguì. Si unì alla Resistenza. Prima svolse attività antifascista clandestina a Portogruaro, poi entrò nel movimento partigiano in provincia di Verona, svolgendo attività di collegamento e di organizzazione delle formazioni combattenti che via via si formavano. Insieme ad altri Partigiani costituì la formazione «Aquila». Tra loro vi era il colonnello Umberto Ricca, a cui si legò sentimentalmente. Per mesi combatterono in Valpolicella e nella zona di Zevio, in provincia di Verona, raccogliendo molti consensi. La loro base era in una baita sul Monte Comun. La formazione «Aquila» contava, dopo poco più di un anno dalla sua fondazione, una quindicina elementi. Il 17 settembre 1944 era in corso sulle montagne un pesante rastrellamento da parte dei soldati nazifascisti. La loro baita venne accerchiata. I suoi compagni, visto il pericolo, le suggerirono di fuggire e mettersi in salvo. Rita rispose semplicemente: «Vuialtri g’avi voia di scherzare». Insieme agli altri Partigiani ingaggiò uno scontro a fuoco con i nemici. La sua scelta coraggiosa le costò la vita. Ferita e catturata, venne uccisa con un colpo alla testa. Nel 1949 le fu conferita la medaglia d’Oro al Valore Militare con queste parole: «Perseguitata politica, entrava a far parte di una banda armata partigiana vivendo la dura vita di combattente. Fu compagna, sorella, animatrice di indomito valore e di ardente fede. Mai arretrò innanzi al sicuro pericolo ed alle sofferenze della rude esistenza, pur di portare a compimento le delicate e rischiosissime missioni a lei affidate. Circondata la sua banda da preponderanti forze nazifasciste, impugnava le armi e, ultima a ritirarsi, combatteva strenuamente finché cadeva da valorosa sul campo, immolando alla Patria la sua giovane ed eroica esistenza. Monte Comune, 17 settembre 1944».

BIBLIOGRAFIA

Rita Rosani

https://digital-library.cdec.it/cdec-web/persone/detail/person-it-cdec-eaccpf0001-000423/rosani

https://www.noidonne.org/articoli/rita-rosani-non-era-una-donna-era-un-banditodi-mcristina-nascosi-sandri-16803.php

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