Ondina Peteani, la prima staffetta partigiana d’Italia

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Era il 2 aprile del 1945. Ondina si apprestava a coprire a piedi i 1.300 km che separavano la Polonia meridionale da Trieste....

«È bello vivere liberi». Così diceva Ondina Peteani parlando della sua esperienza di donna impegnata nella Resistenza e di prigioniera in Germania. Ondina era nata a Trieste il 26 aprile 1925. Giovanissima iniziò a lavorare come operaia nei cantieri navali di Monfalcone. Nell’inverno del 1943, a soli 18 anni, entrò nel Movimento di Liberazione unendosi ai battaglioni partigiani del Carso che si erano formati da poco, più precisamente alla «Brigata Proletaria», ricoprendo il ruolo di staffetta. Aveva il compito di tenere i collegamenti fra i vari gruppi e i comandi, rifornire i combattenti di cibo e altri generi di necessità, dare informazioni sulle truppe avversarie. Rischiava a ogni uscita la propria vita, affrontando con coraggio e disinvoltura posti di controllo e pattuglie. Per circa un anno aveva svolto il suo compito nonostante fosse stata individuata dai tedeschi e arrestata per due volte. Riuscì sempre a fuggire e a ritornare operativa.
L’11 febbraio del 1944 venne arrestata per la terza volta a Vermegliano. La segregarono prima nel Comando delle SS di piazza Oberdan a Trieste, poi la trasferirono al carcere del Coroneo, ed infine la deportarono su un carro bestiame al campo di concentramento di Auschwitz nel mese di marzo. Giunta a destinazione, le fu tatuato sul braccio il numero 81672.
Ondina era giovane e forte e grazie alle sue condizioni fisiche fu destinata al lavoro in una fabbrica di materiale bellico. La portarono a Ravensbrück, dove in ottobre iniziò a lavorare a Eberswalde, nei pressi di Berlino. Ondina sapeva lavorare ma sapeva anche come sabotare la produzione. E così fece: inventava continui controlli delle macchine e della qualità della produzione per rallentare i lavori. Le condizioni estreme in cui era costretta a sopravvivere le fioccarono il fisico, ma non la mente. Sognava l’arrivo delle truppe alleate, di lasciare quel luogo, di riabbracciare la sua famiglia, ma quel giorno tanto desiderato non arrivava mai. Così decise di conquistare da sola la propria libertà. Un giorno, fu costretta, con altre prigioniere, a compiere una marcia forzata che doveva portarle in un diverso campo di concentramento. Approfittando di un momento di confusione, abituata a non farsi notare, riuscì a defilarsi e a fuggire verso i boschi, da dove iniziò il suo lungo viaggio verso casa. Era il 2 aprile del 1945. Ondina si apprestava a coprire a piedi i 1.300 km che separavano la Polonia meridionale da Trieste. Pesava circa 40 kg. Attraversò Cecoslovacchia, Ungheria e Jugoslavia. Senza mezzi, senza l’appoggio di nessuno, senza soldi e probabilmente senza nemmeno conoscere la lingua, fece quello che a molti di noi può sembrare impossibile. La tenacia era la sua forza, il coraggio il suo compagno di viaggio, la voglia di tornare a casa il suo motore. Sapeva che se voleva rivedere i suoi genitori avrebbe dovuto continuare a camminare, senza fermarsi, senza farsi notare, evitando i posti di controllo. Da brava staffetta Ondina era specializzata a diventare invisibile. E camminò. Della sua incredibile avventura disse: «Avevo avuto il tempo di recuperare la sensibilità, l’umanità perduta. Sono stata fra le prime a rientrare, erano i primi di luglio, tre mesi incredibili per attraversare 1.300 km circa, in un’Europa in ginocchio, senza più ponti, strade e ferrovie integre». Era il 2 luglio quando varcò la porta di casa: «Quando ho abbracciato mamma, papà ed il cane che mi è saltato addosso per farmi le feste e che mi ha riconosciuto, allora sì che ho capito di essere tornata libera».
Della sua esperienza in quel campo di sterminio disse: «Di Auschwitz ho un ricordo stupido se si vuole… una sera sono andata sulla soglia della porta della baracca e c’era una lunona grande. Pensavo che la vedono anche a casa mia. Mi ha preso un’angoscia, un male fisico, una nostalgia così dolorosa della mia gente, della mia terra, di casa… Avevo il terrore di non farcela e mi ricordo che ci torturavamo dicendoci “… finirà presto la guerra, ci vedranno in questo stato e ci porteranno a casa con degli aerei. Avranno tutte le cure per noi ridotte in queste condizioni. Così in poche ore busseremo alla porta di casa e sentiremo dire…. chi è … Mamma, mamma …” E allora giù a piangere disperate».
Finita la guerra Ondina fece l’ostetrica. Si impegnò attivamente in varie organizzazioni di sinistra, in politica e nell’ANPI. Si adoperò per gli altri senza mai risparmiarsi. Nel 1976, nel periodo del terremoto in Friuli, fu una delle prime persone a correre in aiuto degli sfollati e ad organizzare una tendopoli per dare un ricovero a chi ne aveva bisogno. Gli ultimi anni della sua vita furono tormentati dai sensi di colpa, per essere riuscita a sopravvivere a due campi di sterminio, e dai fantasmi di quella terribile esperienza. Il cibo le era diventato nemico, pensando a tutti coloro che aveva visto deperire e morire di fame e fatica. Ai malanni fisici si aggiunsero depressione e anoressia, che la portarono gradualmente a rifiutare di nutrirsi. Ondina Peteani si è spenta il 3 gennaio 2003 nella sua città natale, Trieste, senza mai ricevere nessun riconoscimento per la sua attività nella Resistenza perché era una staffetta, la prima d’Italia, e non un partigiano combattente.
A lei, al suo indomito coraggio, alla sua voglia di libertà va il nostro ricordo e riconoscimento, soprattutto in quest’epoca dove «vivere liberi» sta diventando un privilegio per pochi.

BIBLIOGRAFIA

  • https://www.anpi.it/biografia/ondina-peteani
  • Ondina Peteani, su it, Enciclopedia delle donne
  • https://www.unadonnalgiorno.it/ondina-peteani-la-prima-staffetta-partigiana/

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