Il coraggio di Leda Antinori, la Partigiana di 18 anni morta per la libertà

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Il 20 dicembre raggiunse Fano, che nel frattempo era stata liberata dalla «3ª Divisione "Carpazi"». Il suo corpo era stremato....

Leda Antinori era nata 17 febbraio 1927 a Fano, in provincia di Pesaro Urbino. Era cresciuta in una famiglia antifascista, dai sani principi morali. Suo padre Emiliano produceva e commercializzava tessuti in lana, oltre a vendere legna da ardere e carbone. Sua madre si occupava della famiglia con grande dedizione, accudendo le sue figlie, Leda e Iva, con amore. Aveva frequentato la scuola fino alla quarta elementare, per poi abbandonare gli studi per aiutare economicamente la famiglia. Era diventata una brava sarta.
Quando era scoppiata la guerra, Leda aveva solo 13 anni. Le sue idee, nonostante la giovane età, la spinsero a frequentare altri giovani antifascisti. A 16 anni si era iscritta al Partito Comunista, di cui faceva parte anche suo padre. Dopo poco tempo era entrata nella «5ª Brigata Garibaldi “Pesaro”» e nella «SAP di Fano», diventando a tutti gli effetti operativa. Con lei nella Resistenza operavano anche suo padre, sua sorella e un cugino.

Per Leda rendersi utile era molto importante. Oltre a fare la staffetta, rischiando la vita ogni giorno, con la madre e con Iva, cuciva le uniformi per i giovani Partigiani impegnati a combattere sugli Appennini. Svolgeva la sua attività prevalentemente nella Valle del Metauro, fino alla Gola del Furlo. Avendo dimostrato grande dedizione e coraggio, divenne in breve tempo una delle responsabili dei «Gruppi di Difesa della Donna». La sua attività come staffetta durò fino al 20 luglio 1944, quando venne arrestata, con altri Partigiani, da una pattuglia di soldati tedeschi. Trasportavano armi.
Li fermarono fra Sant’Andrea in Villis, dove Leda abitava con la famiglia, e Fenile, località vicino a Fano.
Per salvare i suoi compagni, si consegnò nelle mani dei nemici, mentre loro riuscirono a mettersi in salvo. La portarono prima a Novilara, dove la interrogarono una prima volta. Non avendo ottenuto risposte, nella stessa giornata la trasferirono al comando delle SS a Madolfo. Qui fu nuovamente interrogata e messa a confronto con la sorella Iva, per minare la sua resistenza. Non ottenendo alcun nome, la riportarono a Novilara. Durante la carcerazione conobbe un’altra Partigiana, Magda Minciotti, di appena 15 anni. Le due giovani donne si avvicinarono, cercando una nell’altra la forza per affrontare il loro destino. Nelle settimane successive, durante un colloquio con il padre, Leda venne messa a conoscenza del piano organizzato dai suoi compagni per liberarla. Si oppose a questa decisione, per paura di rappresaglie e ritorsioni verso la famiglia e verso la gente del posto. Preferì rimanere in carcere. Ai primi di agosto, la sua strada si divise da quella della compagna di detenzione Magda, che ebbe più fortuna e riuscì a sopravvivere alla deportazione in un campo di lavoro delle Marche. La trasferirono alle carceri di Forlì, dove rimase solo per qualche giorno, per poi essere internata a Bologna, dove le venne comunicata la sua condanna a morte per fucilazione. Minata nel corpo e nello spirito, dai continui maltrattamenti subiti, la giovane Leda affrontò una nuova prova, non cedendo mai allo sconforto. Ma la sorte stava per riservarle una sorpresa. Il 12 ottobre un bombardamento colpì il carcere dove era rinchiusa. Fortunatamente riuscì a fuggire facendo perdere le sue tracce nelle campagne circostanti. Infreddolita e debole, con il corpo segnato, riuscì a trovare riparo presso una famiglia di contadini delle campagne di Faenza. Riprese le forze, tornò in servizio attivo come staffetta.  Qualche tempo dopo, un secondo bombardamento, colpì proprio la casa in cui era ospitata, uccidendo tutta la famiglia presso cui aveva trovato riparo. Nuovamente sola, si era rifugiata in un primo momento a Castel Raniero, andando a prestare servizio presso l’ospedale del posto, per aiutare i Partigiani feriti, per poi proseguire verso casa. Arrivata nei pressi di Forlì, venne nuovamente arrestata dalle truppe polacche. Fu liberata solo quindici giorni dopo. Il 20 dicembre raggiunse Fano, che nel frattempo era stata liberata dalla «3ª Divisione “Carpazi”». Il suo corpo era stremato. Indossava ancora i vestiti che portava quando l’avevano arresta in luglio e una giacca che alcuni contadini le avevano dato per ripararsi durante la fuga. Quando aveva bussato alla porta di casa sua in via Fanella, i suoi familiari avevano ritrovato l’ombra della Leda che ricordavano. Era molto dimagrita, sporca, infreddolita. Le mancavano alcuni denti e delle ciocche di capelli. Il gelo le era penetrato talmente nel corpo e nell’anima da avere la meglio. Febbre forte e tosse la accompagnarono negli ultimi mesi della sua vita. Di quell’esperienza cercò di lasciare una traccia, dettando all’amata Iva le sue memorie. Leda non riuscì a finirle. Il 3 Aprile 1945 morì di meningite tubercolare all’ospedale di Santa Croce di Fano, dove era stata ricoverata un mese prima. Aveva solo 18 anni.

BIBLIOGRAFIA

  • Anna Paola Moretti, Maria Grazia Battistoni,  La memoria che resta, ANPI sezione Leda Antinori, Fano 2015
  • Ruggero Giacomini, Ribelli e partigiani. La Resistenza nelle Marche 1943-1944, Ancona, Affinità elettive, 2008
  • Anna Paola Moretti, Maria Grazia Battistoni, Leda Antinori. Il disegno si compone alla fine, la storia delle donne richiede un doppio movimento, in “Nuovi Studi Fanesi”, n. 29, 2017

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