Biancaneve: una fiaba dalle origini storiche inquietanti

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La bambina apre, sceglie un nastrino e col pretesto di aiutarla, la matrigna stringe così forte il nastro che a Biancaneve manca il respiro e cade a terra come morta....

Oggi voglio raccontarvi i risvolti storici di un’altra fiaba, di cui mi sono occupata in un post di qualche tempo fa. Parliamo di Biancaneve.
Già di per sé la versione dei fratelli Grimm del 1812, come al solito, risulta più tenebrosa della trasposizione Disney; che già di per sé è abbastanza paurosa se confrontata con i cartoni animati Disney di oggi.
Nella versione originale troviamo Biancaneve, la matrigna invidiosa, lo specchio magico, il cacciatore, i sette nani minatori, il principe.
Ma a differenza della trasposizione cinematografica, la matrigna ordina al cacciatore di portarle i polmoni e il fegato della bambina (non il cuore).
Il cacciatore, impietosito, lascia libera Biancaneve e porta alla regina cattiva fegato e polmoni di un cinghiale (non di un cerbiatto); la quale li cucinerà e li mangerà convinta siano quelli della figliastra. Insomma, la donna si lascia andare ad un atto di cannibalismo.
Biancaneve passa le sue giornate ad accudire la casa dei sette nani mentre loro sono al lavoro e le raccomandano di non aprire a nessuno.
Intanto lo specchio della regina le confida che in una casetta dei nani vive Biancaneve.
La matrigna si traveste da vecchia merciaia (e non si trasforma) e va a bussare alla porta della casetta venendo dei nastri (e non le mele).
La bambina apre, sceglie un nastrino e col pretesto di aiutarla, la matrigna stringe così forte il nastro che a Biancaneve manca il respiro e cade a terra come morta.
I nani tornano e svegliano Biancaneve; la sgridano e le dicono di non aprire a nessuno.
La regina torna allo specchio che le racconta l’omicidio fallito. La donna si traveste di nuovo e va alla casetta a vendere pettini.
La bambina (a questo punto abbastanza incosciente) apre di nuovo e col pretesto di farle provare un pettine, la donna pettina la bambina con uno avvelenato. Biancaneve cade a terra col pettine tra i capelli.
I nani tornano, tolgono il pettine e Biancaneve si rianima.
Ma non è finita qui: la matrigna va ancora allo specchio che le rivela che Biancaneve è ancora viva.
La matrigna questa volta si presenta con un cesto di mele; la bambina apre la porta e acquista una mela (avvelenata). La morde e muore. I nani, tornati a casa, non riuscirono a svegliarla. Era infatti morta. Non volendola seppellire perché ancora troppo bella, decisero di sistemarla in una bara di vetro e deporla in cima a un monte. Un giorno un principe, passando di lì, chiese ai nani di consegnargliela perché affascinato dalla sua bellezza. Dopo alcune resistenze, i nani accettarono e consegnarono la bara al principe. Solo che i servitori, in modo abbastanza fantozziano, inciamparono facendo cadere la bara. Il corpo di Biancaneve finì a terra e il boccone della mela avvelenata che si era incastrato in gola venne risputato. La bambina si risvegliò e si sposò col principe. Alle nozze fu invitata anche la regina cattiva che, giunta nella sala del banchetto, venne costretta ad indossare delle scarpe di ferro roventi e danzare fino alla morte. Ma c’è qualcosa di vero?
Come tutte le fiabe dei Grimm, anche Biancaneve ha la sua base di verità. Alcuni storici ritengono che Biancaneve fosse Margaretha von Waldeck, figlia di Filippo IV conte di Waldeck. A 16 anni fu costretta ad andare a Buxelles dove conobbe il futuro Filippo II di Spagna. La relazione però era scomoda e la ragazza, si racconta, venne avvelenata su ordine della matrigna con l’accondiscendenza del padre. I nani sarebbero invece i bambini che lavoravano nelle miniere di Filippo IV. La mela avvelenata prenderebbe spunto da alcune cronache dell’epoca che raccontano di un commerciante che avvelenò dei bambini che provarono a derubarlo. Una seconda versione invece ritiene che Biancaneve fosse Maria Sophia Margaretha Catherina von Erthal, nata in Baviera nel 1725, figlia di Philipp Christoph von Erthal, un proprietario terriero che si risposò con Claudia Elisabeth Maria von Venningen che, non sopportando di avere figliastri, esiliò la giovane in una foresta dove venne aiutata dai minatori che lavoravano nelle miniere di Bieber. Bassi di statura per camminare nei piccoli cunicoli. La ragazza morì poi di vaiolo. Ma la cosa curiosa è che nel castello esisteva un piccolo specchio che registrava e ritrasmetteva la voce; ora conservato al museo Spessart di Lohn am Main.

BIBLIOGRAFIA

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