Il successo di Halloween tra folklore, gdo, questue e… frangia ultracattolica

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In questi giorni si sta festeggiando, con le solite polemiche che da un po’ di tempo a questa parte lo accompagnano, la festa di Halloween. Una festa che, come testimoniato da vari meme circolanti su Facebook e poi ripresi su Whatsapp, è molto divisiva. Da una parte troviamo la frangia di quello che potremmo chiamare “l’estremismo cattolico”, che evidenzia gli aspetti satanici ed occulti di questa celebrazione, definendola completamente estranea alle “nostre” italiche (e granitiche) tradizioni. Dall’altra troviamo chi Halloween lo festeggia tranquillamente, senza necessariamente avere particolare simpatia per il satanismo.
Forse uno dei meme più belli è quello che circola in questi giorni: una pagina, rigorosamente con sfondo color zucca, che vuole essere una sorta di “manifesto culturale” dell’anti-Halloween sintetizzato in tre punti (tutti e tre ugualmente falsi e frutto di una analisi molto superficiale di matrice “nazi-cattolica”).

Ecco il testo integrale:
IO NON FESTEGGIO HALLOWEEN. Ecco il perché:
1 – E’ una festa che non appartiene alla mia cultura e alla mia tradizione, che esalta simbologie legate al concetto del male e dell’occultismo: fantasmi, streghe, zombie, scheletri…
2 – Si dice che ai bambini serva perché li aiuta a “superare le loro paure”. E invece… BEN VENGANO CERTE PAURE! La paura a volte può salvarti la vita, perché è quel freno che ti tiene alla larga da cose pericolose e reali!!!! (i quattro punti esclamativi sono gentilmente offerti dalla casa, ndr).
3 – IO VOGLIO CELEBRARE LA VITA E NON LA MORTE, LA PACE E NON L’OCCULTO, IL BENE E NON IL MALE, LA LUCE E NON L’OSCURITÀ. In un mondo pieno di malvagità e di odio. Meglio aspettare qualche settimana … preferisco festeggiare il ricordo della nascita di Gesù Cristo, il Natale.


Un testo, questo, molto interessante, che merita di essere smontato pezzo per pezzo e “sbufalato” antropologicamente. Perché ormai il riferimento alla “tradizione” è diventato una sorta di passpartout per legittimare qualsiasi cosa, spesso ignorando completamente il reale significato del termine. La tradizione, non mi stancherò mai di dirlo, è mutevole, non è scritta nella pietra come le Leggi di Mosè, ma anzi è multiforme e frutto di un mutamento pressoché costante. Utilizzare il termine “tradizione” per criticare i cambiamenti (che non ci piacciono) della società odierna è fare veramente lo struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia!

Iniziamo dal punto 1: “non appartiene alla mia cultura e alla mia tradizione”. Davvero? E chi lo dice?

Si pensi solo che la festa della commemorazione dei defunti e di Ognissanti è una marca molto importante ancora oggi: prima di tutto stiamo a casa dal lavoro, poi dal 2 novembre si può legalmente andare nei fondi privati a raccogliere castagne senza temere multe. Quindi, come si festeggia la vigilia di Natale, è lecito, a rigor di logica, festeggiare anche la vigilia di Ognissanti. Senza andare a scomodare le antiche usanze celtiche e lo Shymalan, non dimentichiamo che il periodo di fine ottobre ed inizio novembre coincide tradizionalmente con un periodo di crisi per la società contadina: l’arrivo del freddo, le giornate sempre più corte e l’approssimarsi dell’inverno aprono ogni anno una stagione di incertezza e paure, a cui le tradizioni e la cultura hanno cercato di rispondere. Un periodo in cui la natura sembra cessare di vivere e la società deve rigenerarsi. Questa fase dell’anno culminerà, poi, con il Natale, la festa di luce per eccellenza, dove si compiono una serie di riti di magia simpatica per “insegnare” alla natura a morire e – cosa più importante – a rinascere. E già questo basta a sfatare anche il punto 3 del testo: Natale è la celebrazione di un periodo di oscurità, sotto molti aspetti analogo ad Halloween. Le luci che usiamo per illuminare le strade, il ceppo natalizio che deve ardere la sera di Natale, sono semanticamente analoghi alla lanterna di Jack O’lantern.

Poi, se vogliamo essere precisi, Gesù non è assolutamente nato il 25 dicembre: secondo le fonti bibliche sarebbe nato non nel mese di dicembre (quando invece nacque Mitra, festa poi sussunta nelle feste del ciclo dei 12 giorni tra Natale e l’Epifania), ma nel mese di marzo / aprile, in primavera.

Il punto 2 lo si smonta velocemente: nella ciclicità del mondo contadino la morte viene esorcizzata e resa non più spaventosa perché foriera di rigenerazione, che coinvolge l’intero orizzonte culturale: passa dai campi e arriva alle persone. La morte, infatti, non è mai vista come qualcosa di negativo in senso assoluto, ma è una soglia che socialmente va superata: una ferita, necessaria, che deve rimarginarsi. Questo ricongiungimento, il più delle volte passa per un banchetto, punto focale della ritualità funebre in molte culture.

Cosa si critica di Halloween? La questua dei bambini alla ricerca di “dolcetto o scherzetto”? In verità la questa è semanticamente affine al banchetto, che riappariva anche nella notte tra l’1 ed il 2 novembre: la sera, si lasciava la tavola apparecchiata con vino, formaggio e, soprattutto, castagne (cibo semanticamente molto forte, che simboleggia l’anima racchiusa da un riccio, il corpo mortale), per permettere ai morti, cui viene concessa la possibilità di ritornare nel mondo terreno per una sola notte, di nutrirsi, grazie alle offerte lasciate dai loro parenti.
Si tratta di un vero e proprio convivio, rigorosamente privato, a cui nessuno può accedere perché il contatto tra vivi e morti è proibito, la linea di demarcazione tra i due mondi è un confine sacro, da non superare mai.
Questo perché la morte, l’incerta soglia per eccellenza, è un profondo momento di crisi per l’essere umano, il quale ha culturalmente codificato, come si è visto, una serie di cerimonie di addio per aiutare l’individuo, la famiglia e la comunità nel processo di distacco dal defunto; il rito funebre è in definitiva un “lungo addio” che dura diversi giorni e si divide in varie fasi, dall’elaborazione del lutto attraverso l’esaltazione della memoria del “caro estinto”, fino alla sottile ironia del “parlandone da vivo”, passando dall’esposizione del feretro al sigillo definitivo della bara e della tomba. Una volta concluse le cerimonie di saluto, simbolicamente rappresentate dalla chiusura effettiva della bara, il confine tra vivi e morti non può più essere travalicato: impossibile non ricordare la lunga sequenza in cui, nel film La stanza del figlio, Moretti si sofferma con immensa lentezza sulla chiusura della cassa, evento strettamente privato a cui sono ammessi sono i parenti più stretti.

Dalla morte, ci raccontano i rituali del lutto, non si torna. E quando ritornano sono quasi sempre creature malvagie, sofferenti, che possono nuocere alla società. Sono i vampiri, sono gli zombie (archetipi del dimentico)… Un confine netto che diventa permeabile in un periodo ben preciso dell’anno: la notte di Halloween.

Il topòs della porta che alla vigilia di Ognissanti (traduzione di All hallow’s eve) si apre mettendo in comunicazione i due mondi, dei vivi e dei morti, è stato in seguito molto sfruttato dalla cultura pop, la quale riprende, riadatta ed amplifica la materia già presente nelle leggende tradizionali.
Ne è esempio la saga televisiva American horror story, che inaugura la sua primissima stagione (Murder house) incentrando lo sviluppo della vicenda sulla consueta tematica del revenant che decide di riapparire proprio nell’ultima notte di ottobre: è questo il momento in cui alle anime dannate, rimaste intrappolate sulla terra entro i confini invalicabili della casa stregata, viene concesso di uscire e tornare a contatto con i viventi. Una trovata, quella degli sceneggiatori della serie, che ha i suoi antecedenti nel folklore di innumerevoli territori, incluso quello ossolano: in questo periodo, i morti ritornano ed hanno nuovamente accesso al mondo dei vivi come testimoniato, in passato, dall’usanza di recarsi, il giorno dei morti (2 novembre) ad una messa antelucana in suffragio dei defunti. In quest’occasione, prima di uscire di casa, si aveva l’accortezza di lasciare disfatte coperte e lenzuola, per permettere al morto di tornare nella propria casa e giacere nuovamente nel suo letto, assorbendo il calore di coloro che vi avevano dormito, simbolo dei legami sociali e dell’affetto familiare.

Quindi direi che Halloween, come dimostrato, ha radici profonde e ben affondate nel territorio europeo, dal quale emigra per “trapiantarsi” negli Stati Uniti, dove ottiene un enorme successo. L’usanza irlandese di intagliare rape a foggia di anime del purgatorio, con tanto di lanterna, si modifica in risposta all’ambiente, ed ecco che l’ortaggio viene sostituito dalla zucca, più grande e, soprattutto, più diffusa.

Il ritorno in Europa

Ma è grazie al media-scape che la festa rientra in Europa da vincitrice, arrivando a soppiantare altre feste tradizionali di matrice cattolica. Il Carnevale, molto spesso, viene sostituito da Halloween nel calendario tradizionale delle nuove generazioni, complice anche il luogo dove maggiormente si contribuisce a creare la ritualità calendariale (ad esempio in ambito alimentare): il centro commerciale.
E qui arriva un primo punto di forza del suo ritorno, che porta Halloween in vantaggio rispetto ad altre ritualità di crisi o apotropaiche, quali le feste primaverili, in primis il Carnevale. Quest’ultimo, come sappiamo, riveste una grande importanza rituale e vede come protagonisti ed attori rituali gli adulti. Il Carnevale tradizionale, infatti, non è assolutamente una festa per bambini, come erroneamente creduto a partire dagli anni del boom economico. I più piccoli vengono volutamente messi da parte nelle celebrazioni ufficiali, rimanendo a corredo in ruoli di appoggio ed ausiliari, come corteo o figure ritualmente passive, come quella del figlio delle maschere cittadine. La concezione che vorrebbe relegare i festeggiamenti carnascialeschi ad una “bambinata” è il frutto di un depotenziamento, sistematico aggiungerei, della tradizione operato negli anni del boom economico italiano.

Halloween quindi fa paura perché rimanda alla soglia invalicabile, all’incerta soglia che separa vivi e morti. Ma perché, invece, Halloween piace così tanto, entrando di prepotenza nel calendario dei più piccoli (ed anche dei grandi)?

A contribuire al successo della festa in Europa, particolarmente in area cattolica (dove l’usanza è stata recentemente stigmatizzata dalla Santa Sede), vi sono anche le promozioni commerciali che iniziano già a metà ottobre e fanno da traino alle prime offerte natalizie. Sono molto invasive e permeano il tessuto della gdo, dagli ipermercati ai supermercati sino alle superette: non c’è negozio che non venga adornato da teschi, pipistrelli, fantasmi, zucche ghignanti ed altri “orrori”. Il tutto con il (prevedibile) fine di invogliare all’acquisto di dolci, preparando il terreno all’imminente shopping di Natale, altro periodo cardine collocato nel cuore dell’inverno, del quale Halloween rappresenta la controparte oscura e perturbante.
La dualità Natale/Ognissanti è magistralmente raccontata in un film iconico come Nightmare before Christmas: nel calendario rituale (sia quello tradizionale che fa capolino attraverso le leggende, sia quello moderno e consumistico del supermercato), Halloween fa da “lancio” al Natale. Ecco perché Jack Skeleton proverà, mosso da invidia verso Santa Klaus, ad organizzare la propria versione della festa dicembrina, con effetti deleteri. La morale? Il calendario rituale non si può trasformare impunemente ed ogni festa ha le proprie tradizioni, che non devono mischiarsi o contaminarsi.
In realtà, come sempre quando si parla di cultura umana, le cose sono molto più complicate e sfaccettate, offrendo allo studioso infinite possibilità di analisi.

Halloween presenta un’altra caratteristica che ha contribuito alla sua diffusione (riscoperta?) e che non va in alcun modo sottovalutata: la questua rituale.
Nel mondo tradizionale erano i bambini ad essere coinvolti nell’atto di andare, casa per casa, a chiedere i cibi o gli oggetti della questua. A volte, la colletta assumeva la forma di un furto rituale, uno “scherzetto” portato a segno dai più giovani con la benevola complicità degli adulti: ecco, allora, la fascina di legna lasciata fuori casa, affinché i bambini potessero “rubarla” senza farsi sorprendere dai grandi. I beni ricercati dai questuanti erano i più svariati: dalle uova per il Calendimaggio, all’obolo per la festa (magari ricambiato con un ramo benedetto), alle già citate fascine di legna destinate a finire nei falò solstiziali.
Il girovagare casa per casa aiutava la comunità a mantenersi nei suoi ambiti, a riconoscersi parte di un tutto che andava oltre il nucleo familiare e che era rappresentato dalla contrada, dalla Parrocchia, dal paese. L’abbandono progressivo delle questue rituali va fatto risalire al ventennio del boom economico nel secondo dopoguerra, quando l’economia italiana si trasformò drammaticamente, nel volgere di pochi decenni, da agricola ad industriale.
Le questue rituali, da un estremo all’altro della Penisola, vennero allora travolte dalla crisi della co-discendenza, della co-residenza e della co-trascendenza; l’uomo postmoderno, non più svegliato dal canto del gallo ma dalla sirena della fabbrica, è oggi pienamente immerso, o forse intrappolato, nell’ iperconnettività delle reti social e nel lavoro “zainocratico”, sganciato come mai prima d’ora da qualsiasi rete di sostegno comunitaria (il paese, il quartiere, la famiglia allargata). Una crisi di questa portata, aggravata anche dal crollo del bipolarismo capitalismo/comunismo e dalle varie crisi economiche e sociali (non ultima la pandemia di Covid-19) non può che portare alla necessità di ri-appaesamento, di ritorno all’aspetto comunitario.

Conclusioni

Halloween è un ottimo esempio della necessità dell’uomo postmoderno di surrogare i tradizionali eventi comunitari, quali le processioni e soprattutto le questue, oggi in profonda crisi. Le questue, della legna o delle uova, sono infatti state progressivamente abbandonate in nome di un individualismo e di un fittizio progresso economico. Halloween riesce ad includere una fascia di età che finora era stata tagliata fuori, quella dei bambini e dei più giovani, che a loro volta fanno da traino alla generazione dei genitori, quei 30-40enni che già operano nel mondo del volontariato e per la ripresa delle tradizioni. Il tutto è “condito” da un tocco orrorifico che ammicca al folklore più vero, precedente all’era disneyana, quando la fiaba non temeva di affrontare temi quali incesti, abbandoni o assassinii.

Halloween è riapprodato in Italia solo da pochi anni, mantenendo (come nelle tradizioni precedenti) la centralità dell’aspetto alimentare che vede le “vecchie” castagne sostituite dai dolci del supermercato e senza, peraltro, mai assumere la forma del tricks or threats, tanto presente invece nella filmografia d’oltreoceano, vale a dire il media-scape (Apparudai) che quotidianamente contribuisce a costruire, volenti o nolenti, il nostro tappeto culturale. Globalizzazione? Non banalizziamo: come visto, si tratta di una tradizione europea, emigrata in America e da lì rientrata “dalla finestra” grazie al media-scape ed alla gdo. Ma ha avuto l’effetto, indiscutibile, di aver contribuito, in un contesto di crisi, a far riappaesare l’uomo postmoderno, ricreando comunità. Ripartendo, magari, dal vicino di pianerottolo.

BIBLIOGRAFIA

Il presente testo è una sintesi ed un riadattamento del mio intervento dal titolo Il segreto del mio successo. La festa di Halloween tra folklore, fantasmi e questue nell’ambito della conferenza Antropologia delle tenebre di Antropolis.

Il testo è disponibile nei seguenti libri:

Ciurleo, Luca

2023 – Il valore aggiunto della tradizione. Un’analisi di media-scape, food-scape e folk-scape nella culturpa popolare contemporanea, edizioni Landexplorer-KDP.

 

AAVV

2023 – Antropologia delle tenebre. Spettri, fantasmi, presenze, Edizioni Antropolis

 

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