La storia di Francesca Del Rio, la Partigiana a cavallo, tortura mentre era incinta

Tempo di lettura: 5 minuti

E’ scalza, sporca, insanguinata, le fa male  tutto il corpo. Fugge senza voltarsi indietro, fino alle case di alcuni contadini che la aiutano. Mimma vuole proseguire, tornare alla sua formazione....

Francesca del Rio era nata a Bibbiano nel 1925.
Viveva con la sua famiglia, di idee antifasciste, in campagna.
Quando Francesca aveva solo 10 anni, suo padre venne aggredito e picchiato duramente dalle squadre fasciste. Da quel giorno il suo fisico e il suo spirito rimasero profondamente segnati, tanto che morì nel 1940 senza mai riprendersi pienamente, dopo «un calvario durato cinque anni». Anche in seguito a questa vicenda, l’8 settembre 1943, all’età di 18 anni, Francesca aderì come staffetta alla 144ª Brigata Garibaldi «Antonio Gramsci»,  operativa in Val d’Enza, con il nome di battaglia di «Mimma».
La giovane Mimma si era data subito da fare: riceveva volantini e comunicazioni, prendeva parte a un gruppo di donne collaboratrici; durante la sua attività aveva conosciuto un giovane arruolato in montagna tra i Partigiani e si era fidanzata con lui. La sua vita cambiò l’11 dicembre del 1944. A seguito della delazione di un fascista locale, amico di famiglia, venne arrestata e portata a Ciano d’Enza, un centro tedesco antiguerriglia.
Da quel piccolo paese vennero organizzati i rastrellamenti, furono ingaggiate spie e delatori, si raccolsero informazioni, e soprattutto si ottennero confessioni con i più disparati metodi di sevizie. Ma non fu la sola quel giorno a entrare nella caserma e ad essere sottoposta ad estenuanti sessioni di tortura. Con lei c’era anche Jones Del Rio, un partigiano di Montecchio, che venne fucilato sulla strada di Rossena, insieme ad altri, dopo qualche giorno.
Dalla prigione di Ciano nessuno usciva vivo. La sorte di Mimma sembrava ormai segnata. Era destinata a morire e con lei anche il bambino che portava in grembo. I suoi carcerieri la torturarono tutti i giorni per un mese: «Non piangevo, non volevo dargli soddisfazione. Chiudevo gli occhi, non guardavo. Loro sghignazzavano, avevano dei grembiuli tutti insanguinati, sembravano macellai». Le asportano un seno. Non ottenendo nessuna informazione utile, i fascisti decisero di mandarla a Mauthausen per finire lì i suoi giorni. Ma Mimma non voleva arrendersi. La notte del 9 gennaio 1945 riuscì a fuggire.
Nella latrina della prigione c’era un finestrino alto e stretto, e all’esterno il tubo discendente della grondaia.
Si arrampicò con grande fatica, vinse il dolore, il freddo e la paura.  Riuscì a passare con fatica da quella piccola apertura, e con tutte le forze che le erano rimaste, si attaccò alla grondaia e si lasciò cadere sulla neve. Era scalza, sporca, insanguinata, le faceva male tutto il corpo. Fuggì senza voltarsi indietro, fino alle case di alcuni contadini che la aiutarono. Mimma voleva proseguire, tornare alla sua formazione.
La raggiunse la madre che le portò dei vestiti e delle scarpe, che faticò ad indossare perché aveva i piedi congelati. La sua avventura non era finita perché in sella ad un cavallo riuscì ad attraversare i boschi e un torrente, fino a raggiungere la zona presidiata dai Partigiani. Appena giunta a destinazione, riprese subito la sua attività e portò avanti con grande fatica la sua gravidanza. Il 9 aprile partorì ma, senza un’assistenza qualificata, il suo bambino non sopravvisse.
Quelli purtroppo non erano giorni in cui ci si poteva lasciare andare alla sofferenza, in cui si poteva piangere e dare libero sfogo al proprio dolore, quel dolore immenso che solo una mamma che perde il proprio bambino può comprendere.
Mimma tornò al lavoro solo nove giorni dopo il parto. Nei giorni successivi, con altre Partigiane organizzò degli incontri con lo scopo di aiutare altre donne impegnate come lei nella battaglia. Ma quelle riunioni non si tennero mai perché il 25 aprile iniziò la battaglia finale. Il presidio nazista di Ciano era stato nel frattempo liberato grazie all’azione congiunta dei Partigiani di Reggio Emilia e di Parma.
I testimoni di quei giorni avevano raccontato che i giovani della Resistenza erano scesi dalla Val d’Enza in squadra. Alla testa di quel gruppo c’era una giovane donna a cavallo, che non voleva impressionare chi la stava a guardare, ma semplicemente non poteva camminare a causa dei danni da congelamento subiti durante la fuga di qualche mese prima.
Questa è la storia di Francesca Del Rio, nome di battaglia «Mimma», che con tenacia si era impegnata per liberare il nostro paese dall’oppressione nazista e fascista.
Le venne data la Medaglia d’Oro al merito Civile.
Dopo la Liberazione Francesca Del Rio si è sposata e ha avuto tre figli. Per tutta la vita non ha mai parlato delle torture subite, fino al 7 febbraio 2007, quando ai ragazzi della III media di Bibbiano, è riuscita a raccontare la sua vicenda.
Da quei giorni tremendi nella caserma di Ciano «Mimma» si è ripresa nonostante le indicibili sofferenze: ha allattato tre figli con un seno solo, ha subito numerosi interventi ai piedi congelati. Nonostante tutto questo si è ripresa e ha studiato alle scuole serali, conseguendo un titolo di studio.
Raccontare la sua storia per me è un grande onore. Vorrei che per tutti noi fosse un esempio di coraggio e uno stimolo a far sì che quella “stagione di dolore armato” che noi tutti chiamiamo Resistenza non venga mai dimenticata o sminuita.

BIBLIOGRAFIA

Barazzoni, Renzo, Val d’Enza in armi : momenti di storia della 144. brigata Garibaldi “Antonio Gramsci”, Reggio Emilia, ANPI, 1991.
– Per non dimenticare: testimonianze e luoghi della Resistenza a Bibbiano, Istituto Comprensivo di Montecchio Emilia e Bibbiano, Scuola Secondaria di Primo grado “Dante Alighieri”di Bibbiano, 2007
– https://www.combattentiereduci.it/notizie/francesca-del-rio-staffetta-partigiana-a-reggio-emilia
– https://www.anpi.it/medaglia-doro-al-merito-civile-alla-partigiana-francesca-del-rio-pagliarulo-una-notizia-emozionante

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