Cleonice Tomasetti, la Partigiana massacrata nell’eccidio di Fondotoce

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Li prelevarono in 46. Li fecero sfilare in corteo da Intra fino al luogo della fucilazione, con un cartello in mano con la scritta “Sono questi i liberatori D’ITALIA oppure sono i banditi?”...

Cleonice «Nice» Tomasetti fu l’unica partigiana fucilata dai nazifascisti nell’eccidio di Fondotoce del 20 giugno 1944.
Cleonice era nata a Capradosso di Petrella Salto, in provincia di Rieti, il 4 novembre 1911. Era la penultima di sei fratelli. Durante la Seconda Guerra Mondiale si era trasferita a Milano. All’inizio si era adattata a fare lavori saltuari, poi aveva trovato lavoro come maestra.
Alla fine del 1933 aveva conosciuto Mario Nobili, un assicuratore originario di Meda, un paese vicino a Milano, separato dalla moglie. Si erano innamorati.
Mario e Nice frequentarono a Milano un piccolo gruppo di antifascisti, fra cui militava il sarto, comunista e cristiano avventista, Eugenio Dalle Crode. All’inizio del 1944 il Nobili fu colpito dalla meningite. Dopo alcuni giorni di agonia si spense fra le braccia disperate della moglie. Rimasta sola, Cleonice era andata a lavorare per il Dalle Crode. Proprio nella sua bottega aveva conosciuto un giovane che raccontò loro che il giorno dopo sarebbe salito in montagna, in Piemonte, per unirsi ai partigiani della Valgrande.
Cleonice non ci pensò molto. La decisione era presa: sarebbe partita anche lei per unirsi alla Resistenza. Quello che non sapevano era che l’11 giugno era cominciato un grande rastrellamento proprio nella zona in cui erano diretti.
Arrivarono in treno a Laveno, presero preso il battello per Intra, poi si incamminarono a piedi. I due giovani che erano con lei credevano di riconoscere il sentiero che saliva in Valgrande e di non correre pericolo. Camminarono per tutto il giorno, fino a quando, verso l’imbrunire, arrivarono a una baita isolata, dove accesero il fuoco e passarono la notte.

Al mattino seguente avevano sentito in lontananza le urla dei soldati che rastrellavano la montagna. Dopo poco li videro avvicinarsi armati e ben equipaggiati. I tre fecero appena in tempo a nascondere il fucile che portavano e a concordare una versione comune, che i tedeschi gli arrivarono addosso. Avevano decisero di confessare le loro reali intenzioni, cioè di essere lì per unirsi ai partigiani. Picchiati con calci e pugni, furono a lungo interrogati, ma nonostante tutto riuscirono a mantenere la versione stabilita. Poi furono messi contro un muro della baita: davanti a loro un mitragliatore aveva lasciato partire una lunga raffica sopra le loro teste. Volevano terrorizzarli.
Da lì vennero portati verso il lago a piedi. Nice, che era una donna bella e avvenente, fu assegnata a un giaciglio con un ufficiale. I suoi compagni sentirono rumori di colluttazione, ma quello che accadde di preciso non si seppe mai. Il mattino seguente ripartirono, con quale destinazione nessuno lo sapeva. Lungo il tragitto avevano incontrato un partigiano ferito. I soldati lo finirono con una raffica di mitra. I prigionieri subirono altre torture e vessazioni. Un soldato aveva legato una corda ad un albero. Presero Nice, le avvolsero la corda al collo, la, sollevarono da terra. Una, due, più volte. Quando stava per svenire, le gettavano addosso un secchio d’acqua fredda, poi ricominciavano. Non immaginavano che lei non sapeva nulla, che i partigiani non li aveva nemmeno visti. La colpirono sulla schiena con un bastone.
Arrivarono a Intra. Nice e uno dei suoi compagni, Sergio Ciribi, furono rinchiusi nelle cantine di Villa Caramora, una casa ottocentesca sul lungolago, insieme con decine di partigiani e di sospettati catturati nel rastrellamento. Tra loro c’era anche il medico antifascista Emilio Liguori, che dopo la guerra scriverà il libro Quando la morte non ti vuole, che riportava anche la testimonianza della prigionia di Cleonice. Pugni, pedate, colpi di calcio di moschetto, bastonate, erano all’ordine del giorno.
Di lei scrisse: «Gli aguzzini sembravano presi nel turbine di un sadico furore. Notai che tra i partigiani vi era una donna, di statura media, di colorito bruno, sui venticinque anni. Anche a costei non furono risparmiati i maltrattamenti, anzi, starei per dire che la dose delle angherie sia stata nei suoi confronti maggiore. Mi parve che, quando arrivava il suo turno, il nerbo si abbassasse sulle sue spalle con maggior furore e più violenti fossero i calci che la raggiungevano da ogni parte. Eppure la coraggiosa donna non solo incassò ogni colpo senza emettere un grido ma, calma e serena, faceva coraggio agli altri giovani, malconci da quella furia bestiale».
Il pomeriggio del 20 giugno 1944, verso le 17:00, arrivarono a villa Caramora soldati e automezzi per prelevare i prigionieri.
I guardiani si preparano, si sistemarono le divise, si pettinarono, come se dovessero andare a una festa. Per l’occasione vennero scattate delle fotografie. Cleonice, sfinita e tumefatta, fu colpita con ferocia da più di uno schiaffo e da uno sputo sul viso. Non si scompose mai. Incassò impassibile ogni colpo. Ai sui aguzzini disse: «Se percuotendomi volete mortificare il mio corpo, è superfluo il farlo; esso è già annientato. Se invece volete uccidere il mio spirito, vi dico che la vostra è opera vana; quello non lo domerete mai».
Li prelevarono in quarantasei. Li fecero sfilare in corteo da Intra fino al luogo della fucilazione, con un cartello in mano con la scritta «Sono questi i liberatori D’ITALIA oppure sono i banditi?».
Nice era in prima fila, ripulita dai vestiti sudici e sanguinanti. Si fermarono vicino al canale che congiunge il Lago di Mergozzo al Lago Maggiore. Neppure il prete li poté avvicinare. Furono costretti a sdraiarsi per terra, e tre alla volta passano sotto le raffiche del plotone. Nice fu la prima a morire. Tre di loro verranno all’ultimo momento risparmiati, uno si salverà, Carlo Suzzi, che riuscì fortunosamente a sopravvivere. Venne aiutato dalla gente del posto. Una volta guarito tornò nella formazione Valdossola con il nome di battaglia «Quarantatré».
La fucilazione di questi partigiani voleva forse essere una vendetta per i quaranta fascisti del presidio di Fondotoce catturati il 30 maggio. Dopo la Liberazione, Fondotoce diventò luogo di Memoria e simbolo della Resistenza di tutta la provincia. Il giorno seguente, altri diciassette ragazzi, arrestati in Valgrande e scampati alla fucilazione di Fondotoce, vennero prelevati e portati nella piazza dell’imbarcadero a Baveno, dove vennero fucilati. Cleonice quel 20 giugno aveva 32 anni. Il suo corpo martoriato riposa nel Cimitero maggiore di Milano, nell’area dedicata ai martiri della Resistenza.


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