Gli anni spezzati. Annamaria Mantini

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Roma, 6 maggio 1975, quartiere della Balduina. Tre giovani uomini e una ragazza sono seduti su un muretto di fronte ad un’abitazione signorile. E’ sera, alle 22.45 una macchina si avvicina e si ferma. Dall’auto scende Giuseppe di Gennaro, consigliere di Cassazione, direttore dell’Ufficio X della Direzione generale degli Istituti di Prevenzione e Pena del Ministero di Grazia e Giustizia. Pochi secondi, una pistola puntata, il giudice viene costretto a risalire a fianco del guidatore. E’ in atto il sequestro da parte del Nucleo armato 29 ottobre. Sono i NAP, i Nuclei Armati Proletari....

Milano, Piazza Fontana, venerdì 12 dicembre 1969, ore 16.37. Un’esplosione all’interno della Banca dell’Agricoltura lascia tra le macerie 13 morti e 90 feriti. Sulla città e sull’Italia intera cala la notte della Repubblica. Luci ed ombre, per la verità, nella società italiana c’erano già state nel corso di tutti gli anni ’60, così come continueranno ad alternarsi eventi positivi e negativi anche nel decennio successivo. Ma nell’immaginario collettivo mentre i primi saranno ricordati come i mitici anni del boom economico, gli anni ‘70 diventeranno gli oscuri anni di piombo, quelli della strategia della tensione, delle stragi di Stato; nel ricordo collettivo prevarranno gli attentati e l’eversione, il terrorismo e la lotta armata, i servizi segreti deviati ed i golpe falliti. Molte vite saranno spezzate in un magma opaco di ideologia e violenza. Molte di queste vite apparterranno a giovani esponenti delle varie fazioni politicizzate e delle forze dell’Ordine, altre ad importanti rappresentanti delle istituzioni. Molte saranno invece persone comuni, trovatesi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Alcune di queste sono commemorate ancora oggi pubblicamente, altre ormai dimenticate nel corso degli anni. Altre ancora, ben più difficili da ricordare perché vite dedicate a scelte sbagliate, vite accecate dall’ideologia estrema di quegli anni estremi.
Ma la Storia è una, ed è fatta di tutte le storie che l’hanno generata.

Roma, 6 maggio 1975, quartiere della Balduina. Tre giovani uomini e una ragazza sono seduti su un muretto di fronte ad un’abitazione signorile. E’ sera, alle 22.45 una macchina si avvicina e si ferma. Dall’auto scende Giuseppe di Gennaro, consigliere di Cassazione, direttore dell’Ufficio X della Direzione generale degli Istituti di Prevenzione e Pena del Ministero di Grazia e Giustizia. Pochi secondi, una pistola puntata, il giudice viene costretto a risalire a fianco del guidatore. E’ in atto il sequestro da parte del Nucleo armato 29 ottobre. Sono i NAP, i Nuclei Armati Proletari.
I NAP sono attivi da appena un anno e si scioglieranno già nel 1977, uccisi, arrestati o confluiti nelle Brigate Rosse. Nati in seno alla galassia della sinistra extraparlamentare che fa capo, soprattutto, a fuoriusciti di Lotta Continua, sono meno strutturati delle B.R., non agiscono all’interno delle fabbriche ma la loro lotta disperata e violenta è piuttosto diretta a scardinare gli Istituti di Pena che, in quegli anni, fanno registrare diverse rivolte di detenuti in tutta Italia. Si nutrono dei testi di Frantz Fanon, teorico della liberazione violenta dei popoli colonizzati, seguono l’esperienza delle pantere nere americane, sognano una utopistica società senza classi e senza carceri. Per questo rivolgono la loro attenzione, accanto a studenti e qualche operaio, anche ai delinquenti comuni politicizzati, detenuti ed ex carcerati. Il carcere per i NAP è infatti la massima espressione del potere repressivo che il capitalismo esercita contro le classi subalterne, in particolare contro i sottoproletari e gli emarginati, vittime della società borghese. Non sono pochi i giovani dei vari collettivi extraparlamentari che restano ammaliati da questa matrice ideologica tipica degli anni ’70, grazie anche alla dottrina “lo Stato borghese si abbatte, non si cambia”, troppo spesso diffusa da cattivi maestri, secondo una visione che vuole trasformare le frustrazioni e le lotte di sopravvivenza individuale in una componente decisiva del processo rivoluzionario del proletariato.

Tra questi giovani c’è Luca Mantini, studente universitario fiorentino di estrazione proletaria e militante di Lotta Continua. Nel 1972 Luca ha 26 anni, vive a Firenze con la sorella 19enne Annamaria, prossima studentessa di Lettere e Filosofia, cattolica, che pur condividendo molte delle passioni politiche del fratello, ne resta in disparte. I conoscenti, già dai tempi in cui frequentava gli scout della parrocchia, descrivono la ragazza (…) più intelligente del fratello, ma più timida, meno portata a socializzare (… ) Aveva un aspetto così dimesso” ricorda un’amica “dimesso e casalingo, una ragazza all’acqua e sapone (…)
Il padre tranviere è morto giovane, la mamma è gravemente malata. I due ragazzi vivono il disagio di una famiglia povera in una delle tante realtà urbane italiane e, forse per questo motivo, sono uniti tra loro in maniera viscerale; vengono aiutati economicamente dallo zio Lorenzo. Quell’anno Luca viene arrestato per aver lanciato una bottiglia molotov durante un comizio elettorale del MSI e sconta 9 mesi nel carcere di Firenze. In quel periodo Annamaria lo va a trovare ogni giorno, dialoga e familiarizza con le donne dei detenuti, entra nei loro problemi, si appassiona alle loro lotte. Inizia così il suo processo di politicizzazione sulle orme del fratello. Comincia a frequentare “soccorso rosso”, una struttura organizzativa di cui fanno parte in quegli anni anche Dario Fo e Franca Rame, nata per aiutare i compagni militanti “vittime della repressione”. Luca nel frattempo esce di prigione, si allontana progressivamente da Lotta Continua e, nel 1974, fonda il collettivo George Jackson (dal nome di un rivoluzionario marxista di colore, leader dei black panters statunitensi, assassinato l’anno precedente) che si occupa di carcere ed emarginazione. Da lì il passo è breve, lo stesso anno nascono i Nuclei Armati Proletari. Servono soldi per la neonata organizzazione ed il 29 ottobre 1974 Luca partecipa ad una rapina ai danni della Cassa di Risparmio di Firenze, un “esproprio per autofinanziamento”. Sono in cinque ma si imbattono in una pattuglia di Carabinieri: nasce un conflitto a fuoco durante il quale Luca viene colpito a morte insieme ad un altro nappista, il 20enne Sergio Romeo, conosciuto mesi prima in carcere. Altri due sono catturati mentre il quinto bandito si dà alla fuga. C’è sconcerto nella sinistra rivoluzionaria dove Luca era conosciuto e stimato.

La morte del fratello irrompe come un ciclone nella vita di Annamaria. Per la ragazza ormai l’unica strada che abbia un senso porta inevitabilmente alla lotta armata. Pochi mesi e lascia Firenze per trasferirsi a Roma, dove parteciperà attivamente alla costituzione del nucleo 29 ottobre, in ricordo di Luca.
Roma, 6 maggio 1975, l’auto con il sequestrato raggiunge il foro italico e trasborda il giudice su un furgone. Manette ai polsi, una benda sugli occhi. La “prigione del popolo” è un piccolo locale insonorizzato sotto un negozio nel centro storico, via Gesù e Maria. Di Gennaro è un giudice democratico, impegnato nella riforma delle carceri, ma per i NAP il suo lavoro falso e paternalista indebolisce le lotte, affievolisce la rabbia dei detenuti perpetuando il potere oppressivo del sistema. Durante la prigionia il magistrato discute più volte animatamente con i suoi carcerieri, controbatte in maniera decisa alle contestazioni che gli vengono rivolte, ritenendole ovviamente distorte e controproducenti. Nei primi due giorni il rapimento non viene rivendicato: c’è un’altra azione in vista e non deve essere compromessa. Di Gennaro ufficialmente sembra scomparso nel nulla, l’attacco mediatico è violento, fioccano le calunnie su una sua presunta vita privata dissoluta. Per i magistrati di Firenze potrebbe essersi suicidato. Per le Forze dell’Ordine forse è rimasto vittima di un delitto passionale. La famiglia non ci crede e si chiude nel silenzio. Nel frattempo, il 9 maggio, alcuni detenuti tentano di fuggire dal carcere di Viterbo, sono nappisti. Hanno armi ed esplosivo ma la fuga viene sventata. Agli agenti che li rendono inoffensivi esibiscono una foto del giudice Di Gennaro ammanettato. Rivendicano il sequestro da parte del gruppo armato di cui fanno parte e vogliono trattare con lo Stato il loro trasferimento in un carcere del nord, chiedendo garanzie per la loro incolumità . Le ore si susseguono frenetiche, un basista che doveva assicurare la fuga dei prigionieri non dà più notizie di sé e potrebbe essere stato arrestato. Il sequestro diventa potenzialmente pericoloso, il covo comincia a scottare. Di Gennaro deve essere trasferito in fretta in un’altra base più sicura.

Il giudice, semi-narcotizzato ricorderà in seguito: (…) Di quei momenti drammatici serbo un ricordo piacevole. Durante il trasporto una mano, la mano di una donna, mi prendeva delicatamente il polso per constatare se fossi ancora vivo. In quei gesti semplici avvertii una preoccupazione sincera (…) La mano femminile è quella di Annamaria, nome di battaglia Luisa.
Il giudice Di Gennaro finisce in un appartamento sulla Casilina. Il 10 maggio le richieste dei tre detenuti vengono accolte, il comunicato dei NAP è trasmesso al giornale radio del mattino. Anche il compagno che, dopo la fallita evasione, si era temporaneamente nascosto dà finalmente notizia di sé. L’obiettivo politico del sequestro è stato raggiunto, Di Gennaro viene liberato. Alcune dichiarazioni a caldo che il giudice rilascia alla stampa fanno arrabbiare l’Ufficio politico della Questura, sono imbarazzanti: “Erano persone molto intelligenti e preparate (…) dichiara (…) gente straordinariamente informata e coraggiosa.
Gli inquirenti intensificano le indagini, fra maggio e luglio vengono arrestati alcuni nappisti fiorentini e sono scoperte a Roma diverse basi dell’organizzazione. Tra queste c’è un appartamento in via Due Ponti, tra la Cassia e la Flaminia. Il 7 luglio 1975 il giudice Paolino Dell’Anno autorizza la perquisizione dell’abitazione. Alcuni agenti dell’antiterrorismo, con la doppia chiave consegnata dall’amministratore dello stabile, fanno irruzione: i locali sono vuoti ma contengono diversi documenti falsi e altro materiale dei NAP. Il dirigente di polizia che conduce l’operazione è il vicequestore Alfonso Noce. Si decide di lasciare cinque agenti appostati nell’appartamento. Sono tutti giovani, tra loro c’è anche il 27enne vicebrigadiere Antonio Tuzzolino. Diverse ore dopo, l’una di notte dell’8 luglio 1975, una macchina accosta davanti al condominio di via Due Ponti. Una ragazza esce salutando due giovani uomini che restano a bordo. Annamaria Mantini saluta Antonio de Laurentis e Nicola Pelecchia, il suo compagno. Secondo le regole dell’organizzazione le coppie non devono vivere insieme. Un sorriso, Nicola segue con lo sguardo la ragazza, lunghi capelli biondi, jeans e maglietta color pesca. Annamaria arriva su, infila la chiave nella porta che però si apre da sola. E’ un attimo, una figura nel buio, un braccio armato che sbuca dall’interno. Lo sparo dritto sul volto, sotto lo zigomo sinistro. Annamaria muore sul colpo.

Secondo la versione ufficiale, quando il vicebrigadiere Tuzzolino ha aperto la porta, Annamaria si è spaventata e ha tentato di richiuderla per fuggire. Il braccio destro dell’agente è restato incastrato nello stipite facendo partire inavvertitamente il colpo di pistola. Una versione dubbia che non convince la stampa. Alcuni giornali di sinistra parlano apertamente di brutale uccisione. L’esecuzione a freddo di una ragazza di 22 anni che fino a quel momento risultava addirittura incensurata. Lo stesso giorno il magistrato Dell’Anno emette contro il giovane poliziotto una comunicazione giudiziaria che però non ha alcun seguito. I NAP diffondono volantini in cui promettono vendetta, la polizia cerca di proteggere il giovane agente diffondendo un cognome sbagliato.
Roma, 9 febbraio 1976. Il vicebrigadiere Tuzzolino sta camminando verso la casa della zia, nei pressi dello stadio olimpico. Un’auto di colore blu lo affianca, dal finestrino partono alcuni colpi di arma da fuoco che lo raggiungono facendolo crollare a terra. Rimarrà paralizzato per tutta la vita. Il 5 maggio successivo tocca al giudice Paolino Dell’Anno il quale, mentre percorre una via del centro a bordo della sua Fiat 500 (pochi mesi prima gli è stata revocata la scorta) viene ferito da alcuni colpi di pistola, fortunatamente in maniera non grave. Passano pochi mesi. E’ il 14 dicembre quando un gruppo di fuoco dei NAP attacca anche l’auto del vicequestore Noce il quale, però, è scortato da due poliziotti. Nel violento conflitto a fuoco che segue si sparano oltre 50 colpi tra mitra e pistole d’ordinanza. Il funzionario dell’Antiterrorismo e l’agente di scorta Renato Russo restano a terra feriti, mentre muoiono il secondo poliziotto Prisco Palumbo, 23 anni di Nocera Inferiore ed il nappista Martino Zicchitella, di anni 40. Secondo i Nuclei Armati Proletari, la compagna Luisa è stata vendicata. Il delirio ideologico degli anni di piombo continuerà ancora a lungo, un farwest nostrano che mieterà ancora molte vite.
Ad Annamaria Mantini lo scrittore Vasco Pratolini dedica, nel 1980, alcuni struggenti versi di poesia nel suo romanzo “Il mannello di Natascia”. Nel 2020 il regista Claudio Noce, figlio del vicequestore Alfonso, dirige il film “Padrenostro” che richiama, visto con gli occhi di un bambino, il drammatico episodio del ferimento del padre.

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