Elsa Oliva, la partigiana ribelle della Val d’Ossola

Tempo di lettura: 6 minuti

Elsa Oliva fu una partigiana combattente della Val d'Ossola. Il suo coraggio e la sua determinazione dovrebbero essere un esempio per tante donne che ancora oggi lottano per i loro diritti e la libertà....

La donna di cui vi vorrei parlare oggi ha un posto speciale nel mio cuore perché è nata nella mia terra, la Val d’ Ossola. Come molti sapranno la mia valle ha un importante passato partigiano. Siamo stati Repubblica dal 9 settembre al 23 ottobre 1944. Pochi giorni di grande coraggio che nessuno dovrebbe dimenticare.
Quello che non immaginavo da bambina, ascoltando i racconti di mia nonna o dei Partigiani che incontravo in paese, era che molte donne anche da noi si impegnarono attivamente nella Resistenza.
Una di queste fu Elsa Oliva.

Elsa era nata a Piedimulera l’11 aprile 1921.
La sua era una famiglia numerosa, come la maggior parte in quel tempo in Ossola. Era la terza di sette tra fratelli e sorelle. La sua vita era trascorsa normalmente fino al 1930, quando suo padre perse il lavoro perché non aveva voluto iscriversi al partito fascista.
A quel tempo Elsa frequentava la quarta elementare. Fu costretta a lasciare la scuola e ad andare a servizio in una famiglia benestante della zona. Ma quella vita non faceva per lei.
A 14 anni fuggì con il fratello Renato per andare a vivere in Valsesia, dove realizzò il suo desiderio di diventare pittrice. Lavorò per alcuni anni insieme a Omero Solaro, che in seguito divenne suo compagno e padre del suo primo figlio.
Lei stessa aveva raccontato: «Un giorno, quando eravamo più grandicelli, di 14 anni io e di 15 mio fratello Renato, stanchi di quella vita di lavoro e per seguire la nostra passione per il disegno, per la pittura, siamo scappati di casa. Siamo andati in Valsesia, e lì, per vivere, abbiamo cominciato a dipingere e a vendere i nostri quadri…Questa è stata la nostra infanzia. Forse anche per questa vita, ci è stato più facile inserirci nella lotta partigiana e combattere contro».
Dopo qualche anno in Valsesia si ammalò di tubercolosi e fu costretta a trasferirsi sul Lago di Garda. Poi da lì si spostò ad Ortisei, dove iniziò a lavorare in un laboratorio di pittura su legno.

Elsa non faceva mistero delle sue idee antifasciste. Il suo parlare sciolto e il suo essere schietta le procurarono ben presto dei problemi. Fu presa di mira dalla polizia e per questo si era nuovamente dovuta trasferire a Bolzano, dove riuscì a trovare impiego all’anagrafe del comune. Rimase lì fin dopo la firma dell’armistizio del settembre 1943.
Anche a Bolzano veniva interrogata spesso dalla polizia e dalle SS che la definivano una ribelle senza controllo.
Dopo l’8 settembre il suo impegno nella Resistenza divenne concreto. Partecipò alla difesa della caserma di Bolzano contro i tedeschi e organizzò la fuga di alcuni militari arrestati dagli occupanti. Il suo impiego nell’anagrafe le consentì di procurare certificati falsi a molte persone, in maniera che si potessero sottrarre all’arresto. Fu poi costretta a distruggere l’archivio dell’anagrafe perché non restassero tracce del suo operato.
Fino a novembre del 1943 aveva partecipato ad alcuni sabotaggi in collaborazione con gli antifascisti locali.
Individuata dai tedeschi, venne arrestata. Mentre era in viaggio per Innsbruck dove avrebbe dovuto subire un processo, riuscì a fuggire e a raggiungere Domodossola, dove nel frattempo la sua famiglia si era trasferita. Rimasta per un certo periodo in clandestinità, nel maggio del 1944 si unì come infermiera ai Partigiani della seconda Brigata della divisione Beltrami. Dopo breve tempo decise di diventare una combattente.
Il suo nome di battaglia era «Elsinki». In ottobre lasciò la sua Brigata per raggiungere il fratello Aldo nella Banda Libertà. L’8 dicembre 1944 venne catturata dai fascisti, che la portarono in caserma a Omegna. Lo stesso giorno suo fratello Aldo fu ucciso. Elsa era certa che l’avrebbero fucilata e per questo tentò il tutto per tutto: ingerì un gran numero di compresse di sonnifero.
I suoi carcerieri quando la videro stare male, la portarono in ospedale, dove, dopo una lavanda gastrica, era riuscita a fuggire prima del ritorno dei fascisti, grazie all’aiuto di un prete e di una suora. Nuovamente cambiò formazione, passando alla Brigata partigiana Franco Abrami, della divisione Valtoce, che aveva la sua base sul Mottarone.  Le venne affidato il comando di una squadra chiamata volante di polizia e per questo il suo nome di battaglia cambiò in «Volante Elsinki».
Rimase nella Valtoce fino alla fine del conflitto, quando le venne attribuito il grado di tenente. La sua vita come partigiana fu molto avventurosa, non si risparmiò mai. Delle donne impegnate nella Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale disse: «…Nella lotta di liberazione non sempre la donna era accettata come lo sono stata io. Anche nelle formazioni dei garibaldini la donna serviva per lavare, rammendare, al massimo fare la staffetta. E rischiava più dell’uomo, perché le staffette rischiavano moltissimo: io avevo un fucile per difendermi, ma la staffetta doveva passare tutte le file, andare in mezzo al nemico, disarmata, e fare quello che faceva. E se era presa…».
Anche la sua vita nel dopoguerra fu piena di impegni, politici e sociali. La sua esperienza nella Resistenza guidò tutta la sua vita.
Scrisse le sue avventure in un libro intitolato Ragazza Partigiana. Quella non fu la sua unica pubblicazione. Elsa riuscì a dare un significato diverso alla partecipazione delle donne nella Resistenza.
Riconobbe fin da subito l’importanza e il valore delle staffette, e di tutte quelle donne che senza imbracciare un fucile presero parte silenziosamente alla lotta contro nazisti e fascisti, prestando soccorso e nascondendo chi più ne aveva bisogno.
Elsa Oliva si è spenta l’11 aprile 1994 a Domodossola.
Di lei resta il ricordo di una vita avventurosa e piena di coraggio, un esempio per tante donne che ancora oggi lottano per i loro diritti e la libertà.


BIBLIOGRAFIA

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