Sindelar, il calciatore che disse no a Hitler

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«IL NUOVO PRESIDENTE DELL’AUSTRIA VIENNE CI HA PROIBITO DI SALUTARLA, MA IO VORRO’ SEMPRE DIRLE BUONGORNO OGNI VOLTA CHE AVRO’ LA FORTUNA DI INCONTRARLA»

Sindelar fu uno dei massimi esponenti del cosiddetto “calcio danubiano” e il miglior giocatore austriaco della storia. Ma non voglio raccontare la sua storia per le imprese calcistiche, desidero narrarvi le gesta di un uomo, vero, che decise di rifiutare di indossare la maglia della nazionale tedesca dopo l’Anschluss, ovvero l’annessione dell’Austria alla Germania nazista avvenuta il 12 marzo del 1938 con il chiaro intento di tornare alla Grande Germania. Ma partiamo da lontano, dal piccolo villaggio di Zozlov, nella Moravia austriaca, dove il 10 febbraio del 1903 Sindelar nacque. La famiglia era di umili origini. Quando il piccolo Matthias aveva tre anni, i Sindelar decisero di spostarsi a Vienna in cerca di un futuro migliore. La famiglia trovò alloggio nel quartiere proletario di Favoriten, all’epoca popolato da immigrati ungheresi e boemi giunti nella capitale austriaca in cerca di fortuna. Il piccolo Matthias iniziò sin da piccolo a giocare a calcio con i figli degli immigrati. A quell’epoca il calcio non era solo uno svago o divertimento, no, rappresentava l’unica possibilità per i figli delle classi subalterne di avanzare socialmente. Nel 1917, quando Matthias aveva 14 anni, il padre morì sul fronte della battaglia dell’Isonzo. Il ragazzo dovette iniziare ad affiancare la madre, lavandaia, nel mantenimento della famiglia, che si componeva anche di tre figlie. Malgrado questi eventi nefasti, Matthias riuscì a completare gli studi e ottenere un lavoro in un’officina meccanica. Continuò, per divertimento, a giocare a pallone. Doveva affrontare gli avversari a piedi nudi, per non rovinare l’unico paio di scarpe che possedeva. Il suo incredibile talento non passò inosservato. Un insegnante del suo quartiere lo vide giocare per strada e decise di iscriverlo nelle giovanili della squadra della periferia di Vienna, all’epoca si chiamava Hertha.

Il giovane Matthias crebbe calcisticamente sino a fare il suo esordio in prima squadra nel 1921, all’età di 18 anni. Pochi anni dopo, nel 1924, l’Hertha fu costretta a vendere i migliori giocatori e Sindelar fu acquistato dall’Amateure (che in seguito prese la denominazione di Austria Vienna). Sindelar volle rimanere in Austria e rifiutò un contratto con la Triestina. In brevissimo tempo Sindelar divenne il giocatore più amato dalla tifoseria e, secondo la stampa austriaca dell’epoca, il miglior giocatore della squadra. Grazie alla presenza di altri campioni, sia austriaci che ungheresi, l’Austria Vienna divenne una delle squadre più forti della propria epoca. La fama di Sindelar crebbe insieme a quella del club. Negli anni trenta la sua fama fu pari solo a quella di Giuseppe Meazza e Sarosi, giocatore ungherese eccezionale. Nello stesso periodo, Sindelar fu uno dei primi calciatori a poter sfruttare sponsor personali per reclamizzare prodotti. Tra successi nazionali e apparizioni internazionali si giunse al 1938, anno in cui, s’interruppe la carriera di Sindelar in seguito all’annessione dell’Austria alla Germania nazista. Il campionato di calcio austriaco divenne dilettantistico e tutte le società sportive ebraiche furono dichiarate illegali. I tesserati e i dirigenti ebrei, anche solo ritenuti tali, furono licenziati.

Tra queste persone vi era anche il presidente dell’Austria Vienna, Michl Schwarz. I nazisti imposero ai tesserati delle squadre di non rivolgere la parola agli ebrei. Malgrado il divieto, Sindelar fu di altro parere e disse a Schwarz, rimosso dall’incarico di presidente della sua squadra di calcio: «Il nuovo presidente dell’Austria Vienna ci ha proibito di salutarla, ma io vorrò sempre dirle “Buongiorno” ogni volta che avrò la fortuna di incontrarla».
L’ultima partita disputata da Sindelar in nazionale fu in occasione della celebre Partita della riunificazione organizzata allo stadio Prater di Vienna il 3 aprile del 1938, in cui si affrontarono la Germania nazista e l’Austria, che ne frattempo aveva assunto la denominazione di Ostmark. La partita doveva sancire l’unione tra i due paesi in seguito all’Anschluss del mese precedente, con la conseguente dissoluzione della squadra austriaca e il passaggio dei migliori giocatori nelle file della nazionale nazista. La Gestapo consentì ai giocatori austriaci di utilizzare il nome “Austria” per l’ultima volta e di scendere in campo con la maglia rossa e i calzettoni bianchi, colori nazionali. Entrambe le richieste avvennero per bocca di Sindelar. La Gestapo in cambio di questi enormi favori chiese alla selezione austriaca di perdere la partita. Ma Sindelar, ed alcuni compagni, non rispettarono gli ordini. Matthias si beffò per 70 minuti dell’intera nazionale tedesca, spesso sbagliando appositamente sotto porta. Sino al 70 minuto, quando Sindelar segnò il gol del vantaggio e andò ad esultare sotto la tribuna centrale, dove erano assiepati i gerarchi nazisti. Nel finale di partita il compagno, e amico, Karl Sesta segnò il gol del definitivo 2-0. Alla fine della partita, i calciatori, secondo il curatissimo protocollo degli organizzatori, furono chiamati a salutare nuovamente le autorità tedesche presenti in tribuna. Tutti i calciatori, compresi gli austriaci più giovani e meno coinvolti, fecero il saluto nazista: solamente Sindelar e Sesta, tra l’altro gli autori dei gol, si rifiutarono.
Con l’annessione i giocatori austriaci furono convocati dalla nazionale tedesca per gli imminenti mondiali di calcio. Sindelar rifiutò, motivando la scelta con i postumi di un infortunio subito all’inizio della carriera. Matthias restò comunque a Vienna. Iniziò a gestire un bar nel suo vecchio quartiere, Favoriten. Smise di allenarsi, giocando ancora qualche partita sino al gennaio del 1939.
Cosa accadde all’inizio di quell’anno?
Il mattino del 23 gennaio 1939 Sindelar fu trovato morto nel suo appartamento di fianco alla fidanzata italiana, insegnate milanese di religione ebraica, Camilla Castagnola. Inizialmente la morte fu attribuita ad una fuga di gas; ma viste la cause sospette della morte fu autorizzata l’autopsia che rivelò la morte per avvelenamento da monossido di carbonio. Le indagini trovarono in una stufa difettosa il colpevole di tale tragedia.
Restano tuttavia molti dubbi sulla sua scomparsa, sui documenti della morte e soprattutto sulla rapidità con la quale il calciatore e la sua compagna furono seppelliti senza ulteriori indagini.
Nel 2000 la BBC produsse un documentario su Sindelar e intervistò uno dei suoi amici, che affermò che la Gestapo abbia avuto una parte nella morte del calciatore: secondo l’intervistato, un funzionario fu corrotto al fine di sostenere la tesi del suicidio, sfruttando le leggi naziste al fine di evitare il funerale di Stato al calciatore. Nonostante ciò, il Partito Nazista organizzò un funerale di Stato descrivendo il calciatore come «uno dei soldati più famosi dello sport calcistico viennese», cercando dunque, ma senza successo, di farlo passare come un nazista: si presentarono 15.000 persone anche se altre fonti sostengono fossero 40.000 persone.
Gli è stata assegnata una tomba d’onore per il suo contributo alla città di Vienna.

BIBLIOGRAFIA

  • David Goldblatt, The Ball is Round: A Global History of Soccer, Penguin, 2008
  • Piero Mei, Cartavelina, in Il primo gol, Milano, Sperling & Kupfer, 2006

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