Ravensbrück il lager delle donne “non conformi” o “inutili”

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Il campo di concentramento di Ravensbrück  fu costruito su richiesta diretta di Heinrich Himmler, in una sua proprietà personale. Il 25 novembre 1938 diede l’ordine che 500 prigionieri dal campo di concentramento di Sachsenhausen fossero trasferiti con lo scopo di iniziare la costruzione del nuovo complesso.
Venne edificato  nei pressi della località di Fürstenberg, nella parte settentrionale della provincia del Brandeburgo, a circa 80 km a nord di Berlino.
Era un insieme ordinato ed opprimente di edifici,  costituito da un campo femminile, con 32 baracche per gli alloggi delle prigioniere, uffici per l’amministrazione, case per le SS, ed una fabbrica della Siemens Werke, dove le prigioniere venivano sfruttate  per equilibrare i manometri. I turni erano di 12 ore, di giorno e di notte. Uno dei pochi vantaggi che avevano era quello di stare al coperto. Se sbagliavano, dovevano trovare il modo di buttare il pezzo senza farsi vedere, altrimenti c’era la punizione con il frustino, il bastone e la cella di rigore.
Una volta tornate nella baracca non potevano riposare: c’era l’appello, due-tre ore all’aperto, al  freddo e poi dovevano svolgere incombenze pesanti, tipo trasportare bidoni e caricare il carbone.
C’era poi un campo maschile, altre aree industriali e  numerosi sottocampi utilizzati dal Reich come bacino di manodopera.
Gli edifici sorsero su un terreno formato da una duna sabbiosa e fredda, circondato da un bosco di conifere e betulle, con tutto attorno un muro alto 4 metri, su cui correvano  fili spinati elettrificati e  con agli angoli torrette di guardia con le mitragliatrici.
Ravensbrück fu aperto il 15 maggio 1939.
Il 29 giugno arrivarono al campo, provenienti dall’Austria, 440 deportate zingare insieme ai loro figli. Poi fu la volta di oltre 2000 donne,  fra austriache e tedesche provenienti dal campo femminile di Lichtenburg, un’antica  fortezza del XVI secolo, divenuta prigione e chiusa proprio in concomitanza con l’apertura di Ravensbrück.
Le prime deportate ad esservi internate furono comuniste, socialdemocratiche, testimoni di Geova, antinaziste in genere.
Le tedesche internate erano accusate di aver violato le “leggi sulla purezza razziale”, avendo avuto rapporti sessuali con una razza considerata inferiore.
Ravensbrück fu l’unico campo di concentramento progettato appositamente per eliminare le donne non conformi o inutili, cioè quelle che avrebbero potuto in qualche modo contaminare la purezza della razza ariana oppure mettere in imbarazzo il Reich.
Molte delle internate erano affette da disabilità di vario genere, quindi inaccettabili per una società che ricercava la perfezione.
Ogni prigioniera era contraddistinta da un triangolo colorato. Per esempio le deportate per reati politici portavano un triangolo rosso. Alle lesbiche invece non era assegnato nessun triangolo, neppure quello rosa riservato agli omosessuali negli altri campi. Erano considerate insignificanti per due motivi: in quanto donne e per di più con un comportamento deviato, pertanto meritevoli di qualsiasi brutalità.
Lo scopo principale del Reich era quello di piegare la loro resistenza, di annientarle come esseri umani, togliendo loro ogni dignità.
La perdita del nome, l’assegnazione di un numero, erano il primo passo verso la disumanizzazione. La mancanza di cibo, il freddo, il lavoro massacrante, le percosse, le violenze, le minacce, la sporcizia, contribuivano a distruggerle completamente.
Non tutte le prigioniere erano rasate a zero all’arrivo al campo. Ad alcune i capelli venivano tagliati in un secondo momento.
L’incertezza di ciò che sarebbe accaduto e la paura, caratterizzavano ogni giornata.
Nel campo c’erano i Sonderbauten ,edifici speciali, dove giovanissime prigioniere, sotto i 25 anni, per lo più tedesche, polacche e ucraine, considerate “asociali”, erano costrette  ad offrire prestazioni sessuali ad una particolare categoria di prigionieri, quelli più produttivi o che svolgevano compiti di sorveglianza all’interno del lager, e agli ufficiali.
Erano escluse da questo compito per motivi di purezza della razza le prigioniere ebree.
Ogni prestazione era rigorosamente sorvegliata da uno spioncino, tariffata e con turni precisi.
Le gravidanze non erano molte, in quanto la maggior parte delle donne erano preventivamente sterilizzate. Una volta consumate e sfinite, venivano nuovamente destinate alla sperimentazione medica.
Le cavie per “esperimenti” erano principalmente giovani polacche, chiamate in maniera dispregiativa lapines  – coniglie.
A partire dal 1941 Friedrich Mennecke, il medico di Ravensbrück, impartì l’ordine dei “trasporti neri”. Ebbe inizio  così, anche nel campo, la cosiddetta Aktion 14F13, operazione segreta ordinata dal Reich per selezionare e assassinare i deportati divenuti inabili, inviandoli in centri attrezzati per l’eliminazione.
Le prigioniere italiane nel campo venivano guardate con sospetto da tutte le altre. Venivano considerate fasciste quindi alleate della Germania. Ma dopo qualche mese di permanenza, la diffidenza nei loro confronti spariva perché tutte lottavano per la sopravvivenza.
Tra gli aguzzini peggiori c’erano proprio le donne.
Ravensbrück era anche un centro di preparazione per le ausiliarie SS. Tra il 1942 e il 1945 vennero addestrate circa 3.500 guardie.
Himmler fece visita nel campo 1944. In quella occasione decise che ogni giorno avrebbero dovuto essere eliminate 50/60  prigioniere.
Con l’avvicinarsi della fine della guerra la situazione peggiorò drasticamente. Le razioni elementari furono ridotte: niente pane al mattino, niente pezzi di verdura all’interno della zuppa di rape. Perfino la brodaglia nera che chiamavano caffè venne ulteriormente annacquata.
Il 26 aprile 1945 fu ordinata l’evacuazione dei prigionieri rimasti nel campo, quelli che riuscivano a muoversi. L’Armata Rossa era alle porte.
Tutti coloro che erano in grado di camminare furono costretti, sotto la pioggia incessante e con pochissimo cibo a disposizione, suddivisi in diverse colonne, a marciare verso nord-ovest, gli altri furono abbandonati al loro destino.
L’esercito russo liberò il campo, il 30 aprile 1945. Da Ravensbrück passarono 132.000 donne provenienti da venti nazioni, soprattutto tedesche, italiane, polacche, francesi, austriache e russe.
Erano donne con disabilità fisiche e mentali, oppositrici politiche, omosessuali, mendicanti, Rom, testimoni di Geova, prostitute, solo il 10% di origine ebraica.
Dai documenti che non furono distrutti risulta che  morirono circa 92.000 prigioniere, vittime di sevizie, “sperimentazioni”, oppure debilitate dalla fame, dalle  malattie,  uccise nelle camere a gas con lo Zyklon B.
Di quello che accadde a  Ravensbrück si seppe molto poco fino agli inizi degli anni ’90.
Molte delle sopravvissute faticarono a raccontare la loro esperienza di donne in quel campo.
Molte di loro non superarono mai quel muro di cinta alto 4 metri.

BIBLIOGRAFIA

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