La risiera di San Sabba, il lager di Trieste

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Il grande complesso di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso fu costruito nel 1898 nel periferico rione di San Sabba. La Risiera di San Sabba venne utilizzata dopo l’8 settembre 1943 dall’occupatore nazista come campo di prigionia.

In seguito all’armistizio di Cassibile, le province italiane di Udine, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Lubiana vennero sottoposte al diretto controllo del Terzo Reich con il nome di Zona d’operazioni del Litorale adriatico (OZAK).
Tale zona faceva parte formalmente della Repubblica sociale italiana, ma l’amministrazione del territorio – considerato come zona d’operazione bellica – fu affidata e sottomessa al controllo dell’alto commissario Friedrich Rainer, già Gauleiter della Carinzia.
Il complesso di edifici che costituivano lo stabilimento per la pilatura del riso era stato costruito nel 1898 nel rione di San Sabba (più correttamente “San Saba”), alla periferia della città e fu trasformato inizialmente in un campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l’8 settembre: venne denominato Stalag 339.
Successivamente, al termine dell’ottobre 1943, il complesso diviene un Polizeihaftlager (campo di detenzione di polizia), utilizzato come centro di raccolta di detenuti in attesa di essere deportati in Germania ed in Polonia e come deposito dei beni razziati e sequestrati ai deportati ed ai condannati a morte. Nel campo venivano anche detenuti ed eliminati sloveni, croati, partigiani, detenuti politici ed ebrei.
Supervisore della risiera fu l’ufficiale delle SS Odilo Globočnik, triestino di nascita, in precedenza stretto collaboratore di Reinhard Heydrich e responsabile dei campi di sterminio attivati nel Governatorato Generale, nel quadro dell’operazione Reinhard, in cui erano stati uccisi oltre 1,2 milioni di ebrei.
Per i cittadini incarcerati nella risiera, intervenne in molti casi, presso le autorità germaniche, il vescovo di Trieste, monsignor Santin; in alcuni casi con una soluzione positiva (liberazione di Giani Stuparich e famiglia) ma in altri senza successo.
I nazisti, dopo aver utilizzato per le esecuzioni i più svariati metodi, come la morte per gassazione utilizzando automezzi appositamente attrezzati, si servirono all’inizio del 1944 dell’essiccatoio della risiera, prima di trasformarlo definitivamente in un forno crematorio.
L’impianto venne utilizzato per lo smaltimento dei cadaveri a partire dal 6 aprile 1944, quando vennero cremati una settantina di cadaveri di ostaggi fucilati il giorno precedente a Villa Opicina. Da allora e fino alla data della liberazione, si stima che il forno crematorio sia stato adoperato per bruciare i corpi di oltre 3500 prigionieri. La risiera, oltre ad essere usata come campo di smistamento di oltre 8000 deportati provenienti dalle province orientali destinati agli altri campi di concentramento nazisti, fu quindi adoperata in parte anche come luogo di detenzione, tortura ed eliminazione di prigionieri sospettati di attività sovversiva nei confronti del regime nazista. Alcuni italiani delatori parteciparono attivamente nel segnalare gli ebrei triestini alle autorità naziste: il più conosciuto tra loro è sicuramente Mauro Grini, il quale servendosi di una rete di collaboratori consegnò ai nazisti, secondo lo storico Simon Levis Sullam, circa 300 ebrei.

Il forno crematorio e la connessa ciminiera furono abbattuti con esplosivi dai nazisti in fuga nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, nel tentativo di eliminare le prove dei loro crimini, ma sono stati descritti successivamente dai prigionieri testimoni del campo. Tra le rovine furono ritrovate ossa e ceneri umane.
Sul medesimo luogo, a ricordo, sorge oggi una struttura commemorativa costituita da una piastra metallica sul posto dove sorge il forno crematorio e da una stele che ricorda la presenza della ciminiera.
Riguardo alle ipotesi sui metodi di esecuzione, esse sarebbero avvenute o per gassazione attraverso automezzi appositamente attrezzati o con un colpo di mazza alla nuca (ritrovata e custodita sino al 1977 nel museo della risiera, rubata poi l’anno successivo) o per fucilazione. Non disponendo di dati certi, una stima approssimativa fa ammontare ad almeno cinquemila il numero totale delle esecuzioni.
Il 16 febbraio 1976 davanti alla corte d’assise di Trieste ha preso il via il processo nei confronti dei responsabili, per il quale sono stati necessari trent’anni di istruttoria. Nel processo si sono costituite 60 parti civili, fra cui parenti delle vittime e Pietro Caleffi, presidente dell’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti, rappresentate da 30 avvocati.
Tra gli altri, erano accusati di omicidio plurimo pluriaggravato continuato il comandante della risiera, Joseph Oberhauser, e il suo diretto superiore, l’avvocato August Dietrich Allers.
Altri responsabili furono giustiziati dai partigiani alla fine della seconda guerra mondiale o morirono nel corso dell’istruttoria.
Allers morì nel marzo del 1975.
Alla fine del processo, conclusosi il 29 aprile 1976, venne condannato in contumacia il solo Oberhauser, che tuttavia non scontò mai la pena: la giustizia italiana non poté chiederne l’estradizione a causa degli accordi italo-tedeschi in merito, che permettono l’estradizione solamente per i crimini commessi dopo il 1948.
Oberhauser, rimase libero (lavorava in una birreria di Monaco di Baviera) fino alla morte, avvenuta il 22 novembre 1979, a 65 anni.
La sentenza è stata confermata in secondo grado il 28 febbraio 1978.

BIBLIOGRAFIA

  • Massimo Mucci, La Risiera di San Sabba. Un’architettura per la memoria, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 1999
  • Tristano Matta, Il lager di San Sabba – Dall’occupazione nazista al processo di Trieste, Trieste, Beit casa editrice, 2013

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