La liquidazione del ghetto di Varsavia

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Il 1°settembre 1939 la Germania invade la Polonia. Così inizia la Seconda Guerra Mondiale.
L’esercito polacco, schierato al confine tedesco, viene spazzato via dalla furia distruttrice dell’esercito nazista. Il 3 settembre, Regno Unito e Francia, alleate della Polonia, dichiarano guerra alla Germania di Adolf Hitler. Il 6 ottobre le operazioni si concludono, dando un chiaro esempio di quella che viene successivamente chiamata guerra lampo.
Gli invasori iniziano subito nel paese una politica di repressione, a cui segue quella di segregazione. Il loro obiettivo è individuare tutti gli ebrei e rinchiuderli in un’area circoscritta e chiusa, in modo da tenerli sotto controllo.
È così che i quartieri in cui vivono liberamente fino a quel giorno vedono sorgere muri per racchiudere aree più o meno estese. Il ghetto, termine con cui si indica una zona nella quale persone considerate di un certo gruppo etnico, oppure unite da una determinata cultura o religione, vivono in gruppo, volontariamente o forzatamente, in un regime di reclusione più o meno stretto, diventa una vera e propria prigione a cielo aperto.
Varsavia in pochi mesi diventa il ghetto che ospita la più grande comunità ebraica Europea, costituita da quasi 500.000 individui. Gli abitanti non-ebrei che vivono lì prima dell’invasione, sono costretti a trasferirsi altrove.
A partire dall’estate del 1940, nel ghetto di Varsavia risiedono solo ebrei, riconoscibili dalla stella di Davide che sono costretti a portare addosso, prima come un braccialetto, poi cucita sui vestiti. Il 16 novembre viene emessa un’ordinanza che vieta ai suoi residenti di uscire dall’area senza uno speciale permesso: la segregazione è forzata e violenta.
Ufficialmente il ghetto di Varsavia viene creato come un’”area di quarantena” e il divieto di circolazione è giustificato dal tentativo di evitare la diffusione di un’epidemia. Nella fase iniziale dispone di 14 accessi, più o meno liberi. La circolazione tra la zona ebraica ed il resto della città, non è regolata da particolari prescrizioni, ma col passare del tempo molti varchi vengono chiusi e quelli ancora liberi sono controllati con filo spinato e barriere.
La sola possibilità di uscire è rappresentata dal lavoro, anche se chiunque esca dal territorio è scortato dalle guardie polacche o ucraine, armate e autorizzate ad aprire il fuoco anche per futili motivi.
La costruzione del muro del ghetto inizia nel mese di agosto del 1940 e termina nel mese di novembre. Con la sua ultimazione arrivano regole ancora più restrittive, che permettono ai soldati di sparare a chiunque si avvicini troppo al perimetro. Lo spazio per vivere è sempre meno, mancano aree verdi e libertà. Tutte le aperture verso l’esterno, come porte e finestre, vengono murate, segno del più completo e totale isolamento.
In breve tempo sono proibite anche le comunicazioni postali, mentre sono interrotte le linee telefoniche e tranviarie. Il solo mezzo che può essere utilizzato per gli spostamenti all’interno del ghetto è costituito da una linea di tram a cavalli contrassegnata dalla stella di David e gestita dalla ditta Kohn & Heller, i cui proprietari sono confidenti della Gestapo. Anche le forniture di gas e luce spesso mancano, rendendo la vita ancora più difficoltosa.
Le razioni di cibo sono ridotte ai minimi termini. Basti pensare che ad ogni persona settimanalmente spettano circa 900 grammi di pane. Per meglio comprendere la situazione di disparità in cui gli ebrei improvvisamente si sono trovati a vivere basta leggere quali sono le disposizioni dell’autorità tedesca in materia di razioni alimentari giornaliere: si stabilisce che ai tedeschi spettano circa 2310 kcal, agli stranieri 1790, ai polacchi 650, mentre agli Ebrei solo 184. La popolazione è costretta a vivere in condizioni miserevoli, stremata dalle privazioni e decimata dalle epidemie di tifo che di lì a poco si diffondono.
Nel 1941 lo spazio vitale a disposizione dei residenti del ghetto è ulteriormente ridotto. Contemporaneamente aumenta la mortalità per fame e malattie, come quella per i maltrattamenti. Nell’estate di quell’anno si registrano circa 2000 decessi al mese. Nel gennaio 1942 alla conferenza di Wannsee viene pianificato lo sterminio di massa di tutta la popolazione ebraica residente in Europa. È solo questione di tempo, il destino dei superstiti del ghetto di Varsavia è segnato.
Per facilitare lo svolgimento delle attività quotidiane vengono creati all’interno del ghetto i cosiddetti “consigli ebraici”, o Judenräte, considerati come un tramite tra gli ebrei e l’autorità tedesca. Uno dei loro compiti è quello di reclutare la manodopera destinata ai lavori forzati, principalmente all’interno delle industrie impegnate nello sforzo bellico, per la costruzione di strade e canali, per la distribuzione delle derrate alimentari e il controllo delle epidemie. Il consiglio svolge anche mansioni amministrative e scolastiche.
Nel 1942 hanno inizio le deportazioni di massa. Prima di quella data moltissimi sono i decessi per carenze alimentari o malattie. I rastrellamenti all’interno del ghetto sono capillari, e svolti ufficialmente con lo scopo di “reinsediare” gli ebrei in un luogo migliore per vivere. Invece vengono raccolti, costretti a salire a bordo di treni con destinazione Treblinka, un campo di sterminio costruito a 80 km a nord-est di Varsavia.
In quel campo moriranno tra i 250.000 e i 300.000 sopravvissuti alle privazioni del ghetto di Varsavia, questo in un periodo compreso tra il 23 luglio e il 21 settembre 1942. I rastrellamenti continuano incessanti per 8 settimane. Partono due treni al giorno ciascuno con un carico che va dalle 4.000 alle 7.000 persone, tutte destinate alle camere a gas. Considerata la mole degli arrivi da Varsavia e da altre zone limitrofe, all’inizio di settembre sono costruite nuove camere a gas, in grado di sterminare fino a 3000 persone in poche ore.
Il 21 settembre si concludono le operazioni di rastrellamento. Durante tutto il periodo la polizia ebraica è costretta a partecipare attivamente alle attività, aiutando i nazisti a raccogliere gli ebrei dalle strade.
L’ultimo trasporto, costituito da 2.200 persone, include gli stessi membri della polizia ebraica e le loro famiglie, fino ad ora risparmiate.
Nel gennaio del 1943 nel ghetto di Varsavia vivono ancora 70.000 ebrei, tutti abili al lavoro. Il 18 le SS irrompono violentemente con l’intenzione di deportare almeno 8.000 persone.
Qualcuno decide di resistere e imbraccia le armi portate di nascosto all’interno delle mura. Alcuni coraggiosi aprono il fuoco sui soldati tedeschi, causando alcune perdite. La reazione dei soldati è molto violenta: aprono il fuoco su chiunque incontrino per strada, arrivando ad uccidere in poche ore un migliaio di persone. Nonostante questo la resistenza non cessa e le guardie tedesche e ucraine sono costrette a retrocedere.
Pochi giorni di libertà, pochi istanti per credere ancora di potercela fare, fino al fino al 16 febbraio quando Heinrich Himmler ordina la liquidazione completa del ghetto e la risoluzione definitiva del problema.
Nel ghetto restano ora circa 62.000 persone, che nei giorni e nelle settimane successive cercano di prepararsi come possono all’inevitabile scontro finale, raccogliendo armi e costruendo rifugi e barricate.
Le azioni di smantellamento iniziano con l’arrivo a Varsavia dell’esercito nazista e dei corpi d’assalto, che hanno l’ordine di smantellare completamente il ghetto e di reprimere nel sangue qualsiasi tentativo di resistenza.
Si attende l’inizio delle operazioni fino al 19 aprile, ovvero il giorno che precede il compleanno di Adolf Hitler. Himmler sceglie proprio quella data per dare la possibilità al Fuhrer di festeggiare con l’annientamento di rei rivoltosi.
L’esercito tedesco fa irruzione dall’ingresso di via Snocza, con autoblindo, un carro armato, due cannoni antiaerei, ed un numero considerevole di uomini a piedi. L’organizzazione ebraica di combattimento apre il fuoco, vuole sconfiggere gli invasori. Sono consapevoli che non potranno farcela, ma vogliono morire con dignità, dimostrando al mondo intero che si può resistere anche con poche armi. La battaglia non cessa, il fuoco incrociato e il lancio di bottiglie incendiarie sorprende il ben armato esercito nazista che a questo punto decide di utilizzare la forza. Catturano i primi 5.000 ebrei e li trasferiscono immediatamente a Treblinka. Himmler è furioso, i giorni passano.
Entrano nel ghetto i reparti del genio, disseminano di esplosivi tutti gli edifici principali e cospargono di benzina i pavimenti, in maniera che alla prima deflagrazione ne seguono altre e, mano a mano, il ghetto venga distrutto. Nelle cantine e nei sotterranei sono introdotti gas asfissianti, così pure nella rete fognaria. Dopo 3 giorni sono catturati altri 25.000 ebrei.
Gli scontri proseguono fino alla fine del mese. Nessuno interviene dall’esterno per aiutare la resistenza ebraica. Il 16 maggio gli ultimi eroi della resistenza cadono nelle mani dei nazisti. Il ghetto di Varsavia non esiste più. La Sinagoga grande viene fatta saltare in aria. Anche l’esercito nazista ha subito delle perdite. Pochissimi riescono a sfuggire alla morte e ai rastrellamenti.
I morti sono circa 20.000. I superstiti sono smistati in vari campi di concentramento tra cui Majdanek, Poniatowa, Trawniki, Budzyn e Krasnik.
Pochi ne usciranno vivi.
Il ghetto di Varsavia è stato per tutti un esempio di coraggio e determinazione, la ribellione di chi sa di essere destinato alla morte e decide di resistere fino alla fine. La sua storia arriva fino a noi grazie alle testimonianze dei sopravvissuti.
Purtroppo il disegno di distruzione voluto dai nazisti, la soluzione finale, ha fatto milioni di vittime, ha cancellato la speranza che quel cappotto rosso ha rappresentato, per molto tempo. Il mondo ha superato quei giorni grigi, si è tinto ancora di colore, ma non deve dimenticare, mai, per non tornare a costruire muri, a innalzare barriere e a murare finestre. Il nemico è la paura non chi ci vive accanto….

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