Il massacro fascista di Debra Libanòs

Tempo di lettura: 4 minuti

Il 21 maggio 1937, le truppe coloniali italiane circondarono il monastero di Debra Libanòs. I presenti furono prelevati con la forza e caricati su camion. Arrivati a destinazione, ascari e fascisti fecero scendere dai convogli, 320 persone, 297 monaci, compreso il vice priore, e 23 fedeli. Furono fatti, allineati con le spalle al plotone di esecuzione. Pochi istanti dopo i soldati aprirono il fuoco...
IMG-20210428-WA0015

9 maggio 1937. Etiopia.
Alle ore 19, il generale Piero Maletti, ricevette un telegramma dal viceré, governatore generale e comandante superiore delle truppe di occupazione dell’Etiopia, Rodolfo Graziani, nominato il 20 maggio 1936, dal Capo del Governo Benito Mussolini.
Oggetto dell’operazione era il monastero di Debra Libanòs, situato nella regione degli Oromo, a nord della capitale Addis Abeba.
Il messaggio, in sintesi, recitava quanto segue: «…. uccidete tutti i monaci indestinamene, compreso il vice priore.» Si richiedeva anche comunicazione dell’esecuzione dell’ordine, con indicazione del numero delle vittime.

Graziani pretendeva che l’operazione avvenisse lontano da occhi indiscreti, in luoghi isolati, in maniera che nessuno potesse testimoniare cosa sarebbe accaduto.
Il luogo dell’esecuzione fu individuato nella località di Laga Wolde, una zona pianeggiante completamente disabitata, chiusa fra le colline e il fiume Finche Wenz, ma facilmente raggiungibile con i camion.
Lo scopo dell’operazione era quello di piegare definitivamente la resistenza della popolazione alla dominazione italiana.
Secondo il governo fascista era necessaria un’azione di forza, anche in risposta al fallito attentato del 19 febbraio ai danni di Graziani.
In una comunicazione precedente al massacro, il viceré aveva scritto a Maletti: «I mussulmani in tutto l’Impero debbono rappresentare nostra riserva di fronte a qualsiasi movimento insurrezionale dello elemento copto. (…) Occorre perciò fin, da ora, curare l’elemento mussulmano et poi, se proprio occorra, impiegarlo anche in situazione attuale costituendo bande et battaglioni di sicuro rendimento».
Maletti obbedì: non si servì degli eritrei arruolati nelle truppe coloniali italiane, di religione cristiana, ma impiegò gli ascari libici e somali, di fede musulmana.
Di loro scrisse: «…i feroci eviratori galla della banda Mohammed Sultan: 1.500 uomini armati di pugnale, di lance e di vecchi fucili, agili come scimmie, liberi da ogni vincolo formale tattico e guidati dal loro istinto infallibile».

Fu così che il 21 maggio, le truppe coloniali italiane circondarono il monastero.
I presenti, riuniti per la festa dell’Arcangelo Mikael e di San Tekle Haymanot, furono prelevati con la forza e caricati su camion.
Arrivati a destinazione, ascari e fascisti fecero scendere dai convogli, 320 persone provenienti da Debra Libanòs, 297 monaci, compreso il vice priore, e 23 fedeli.
Furono fatti sedere lungo il fiume, allineati con le spalle al plotone di esecuzione.

Pochi istanti dopo i soldati aprirono il fuoco, mentre un ufficiale italiano che girava tra i corpi, sparava un colpo vicino all’orecchio a chi era ancora in vita.
Alle ore 13 Maletti comunicò a Graziani di aver fatto fucilare 320 persone, in un luogo isolato, come richiesto.
Circa 2 ore dopo Graziani inviò un telegramma a Mussolini in cui lo rassicurava che le operazioni si erano svolte come richiesto, con discrezione e velocemente.
Alcuni dei presenti al monastero furono risparmiati fino al pomeriggio. Vennero condotti nelle chiese di Debra Berhàn.
Tre giorno dopo, ricevuto l’ordine di liquidazione completa, Maletti fece scavare, in località Engecha, poco distante da Debra Berhàn, due fosse, in cui furono seppellite altre 129 persone, trucidate a colpi di mitragliatrice. Era il 24 maggio.
Studi più recenti, condotti dai professori Ian l. Campbell e Degife Gabre-Tsadik, portarono alla luce un numero di vittime ben diverso da quello riportato nei rapporti ufficiali. Il 21 maggio sembra che morirono tra le 1000 e le 1600 persone. Il 24, a Engecha, oltre alle 129 vittime indicate nei rapporti, furono fucilate altre 276 persone, fra insegnanti, studenti di teologia, monaci e sacerdoti appartenenti ad altri monasteri cristiani.

Anche nei giorni precedenti all’arrivo a Debra Libanòs, Maletti e i suoi seminarono morte e distruzione durante il loro cammino. Nei suoi rapporti riferì di aver fatto incendiare 115.422 abitazioni (tucul), 3 chiese, un convento, dei cui monaci aveva ordinato la fucilazione e sterminato 2.523 partigiani etiopici.
Nel giugno del 1938 il generale Piero Maletti ottenne la promozione al grado di generale di divisione per meriti eccezionali.
Morì nel campo di Alam el Nibewa, il 9 dicembre 1940 durante l’operazione Compass.
A lui sono state dedicata vie nei comuni di Mantova, di Cocquio Trevisago, e nel paese di origine, Castiglione delle Stiviere.
Forse nessuno ricorda i fatti Debra Libanòs, perché sono avvenuti lontano da casa nostra… Italiani, brava gente.

BIBLIOGRAFIA

  • Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale – 3. La caduta dell’Impero, Mondadori, Milano, 1996
  • Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? Neri Pozza, Vicenza, 2014
  • Matteo Dominioni, Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia 1936-1941, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008
  • Nicola Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Il Mulino, Milano, 2015
  • Giorgio Rochat, Le guerre italiane in Libia e in Etiopia dal 1896 al 1939, Gaspari Editore, Udine, 2009.

 

CONDIVIDI

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su pinterest
Condividi su whatsapp
Condividi su email

COMMENTI

ARTICOLI CORRELATI

Le nostres storie direttamente nella tua mailbox