Dio o l’Oro: Bartolomeo de Las Casas e i Conquistadores

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Bartolomeo de Las Casas nasce a Siviglia, in Spagna, probabilmente nel 1484 (anche se per alcune fonti la sua nascita risale a dieci anni prima) in una ricca famiglia di mercanti, forse ebrei costretti a convertirsi al cristianesimo. Non sappiamo se il 15 marzo del 1493, all’età di 9 anni, Bartolomeo sia presente sul molo di Palos per vedere il padre Pedro de Las Casas sbarcare, al seguito dell’ammiraglio Cristoforo Colombo, da una delle due caravelle, Ninà e Pinta, di ritorno dal nuovo mondo (la Santa Maria era naufragata mesi prima al largo delle indie occidentali). Le fonti però assicurano che il bambino si trova sicuramente tra la folla festante che, il 20 aprile successivo, accoglie alle porte di Siviglia il navigatore genovese mentre questi presenta ai reali di Spagna il poco oro, qualche pappagallo e dieci indios Taino, da mostrare in catene come primo regalo dalla nuova terra d’oltreoceano. È questo il primo contatto di Bartolomeo con gli esseri umani cui dedicherà tutta la vita.
Negli anni successivi Colombo torna altre volte nel nuovo mondo, vivendo però alterne vicende, derivanti dai disordini e dalle ribellioni poste in essere a più riprese dai suoi uomini nelle colonie appena fondate, che lo conducono temporaneamente ad essere anche arrestato, inviso ai reali di Spagna. Nel 1502 l’ammiraglio genovese riceve comunque l’autorizzazione di Ferdinando II d’Aragona e Castiglia a compiere il suo quarto viaggio verso le indie anche se, nonostante l’amicizia familiare con il navigatore, il padre di Bartolomeo preferisce imbarcare il figlio su una delle trentadue navi al seguito dell’esploratore Nicolas de Ovando, militare molto apprezzato dalla regina Isabella. La regnante intende infatti nominare il suo uomo di fiducia quale governatore di Hispaniola, l’isola delle odierne Antille fondata da Colombo, che all’epoca rappresenta il fulcro della conquista del mare occidentale. Secondo il volere di Pedro de Las Casas, il 18enne Bartolomeo dovrà prendere visione delle terre coloniali di cui è formalmente titolare, costituendo un’encomienda, comprensiva di possedimenti reali e schiavi indiani.

Secondo il sistema dell’encomienda, infatti, gli abitanti di un villaggio e/o un gruppo di villaggi indigeni, entrano nei possedimenti di un colono (encomendero) al quale la corona affida ufficialmente il compito di protezione, cristianizzazione e arruolamento per le esigenze militari del nuovo mondo. Tale sistema, al di là dell’ipocrita parvenza di cristiano interesse per lo sviluppo delle condizioni di vita dei nativi, rappresenta di fatto una vera e propria legalizzazione della schiavitù sui popoli conquistati, che subiscono dai nuovi venuti maltrattamenti e torture di ogni genere.
Il giovane Bartolomeo capisce in breve tempo come davvero funziona la fazenda del padre, ma nei primi anni, facendo la spola tra la Spagna ed i Caraibi, si adopera per far parte degnamente di quella ricca aristocrazia coloniale che regge i commerci tra la madre patria e le colonie, prodigandosi per evangelizzare gli indios che appartengono all’encomienda di famiglia, servendo anche come doctrinero (insegnante laico di catechismo). Di lì a poco il giovane encomendero deciderà di diventare sacerdote.
Già nel maggio del 1493, per la verità, appena dopo il ritorno di Colombo dal primo viaggio nelle indie, Papa Alessandro VI – al secolo Rodrigo Borgia – emana la bolla Inter caetera divinae che affida formalmente ai re di Castiglia il mandato esclusivo per la predicazione del cristianesimo ad occidente di Capo Verde, attribuendo ai sovrani spagnoli il diritto di sottomettere le popolazioni, con l’obbligo di inviare missionari sapienti e capaci per la conversione dei nativi. Ecco quindi che ai conquistadores si affiancano spesso gruppi di missionari francescani, domenicani, agostiniani, gesuiti, mercedari ed altri. Croce e spada spesso camminano insieme e, mentre una buona parte del clero sposa fedelmente la ragion di stato, appoggiando in tutto e per tutto le azioni violente e coercitive volte a soggiogare e cristianizzare con ogni metodo le popolazioni indigene, nascono invece tra alcuni religiosi forti problemi di coscienza, che si insinuano tra le menti più critiche ed indipendenti, sia nel nuovo mondo come anche nella madre patria.

Per il giovane Bartolomeo, ancora inconsapevole di essere tra queste menti illuminate, la prima svolta arriva nel 1510, allorquando sbarca ad Hispaniola un gruppo di frati domenicani guidati da Antonio de Montesinos. Il religioso, fedele agli insegnamenti del maestro Savonarola impiccato e arso a Firenze alcuni anni prima, comincia con veemenza a denunciare la corruzione ed il degrado morale dei coloni spagnoli nel nuovo mondo, scagliandosi pubblicamente durante una predica contro gli encomenderos, minacciandoli di non assolverne più i peccati qualora insistano nell’infliggere sofferenze ai tanti nativi assoggettati
“con che diritto e che giustizia tenete questi indiani in servitù tanto crudele e orribile? Non sono forse uomini?” (Antonio de Montesinos, 21 dicembre 1511)
Anche se i frati vengono subito denunciati dai nobili e stigmatizzati come ribelli e sovversivi, tanto da costringerli a tornare in Spagna per difendersi dalle accuse, Bartolomeo rimane molto colpito dalle parole dei religiosi e comincia a maturare dentro di sé un cambiamento, che lo allontanerà per sempre dagli insegnamenti fin allora ricevuti. Le denunce dei domenicani circa le crudeli torture subite dagli indios e le inchieste che ne seguono, spingono i reali spagnoli ad emanare apposite leggi per una maggiore tutela delle popolazioni native (Leggi di Burgos 1512 e di Valladolid 1513). La condizione delle popolazioni indigene tuttavia migliora solamente sulla carta, anche perché nessun encomendero è veramente disposto a rinunciare ad alcuno dei privilegi derivanti dal possesso di schiavi. Anche nella consapevolezza che la schiavitù rappresenta, all’epoca, uno status ben riconosciuto in tutto il vecchio mondo, una naturale conseguenza che si abbatte sui prigionieri di guerra: gli europei possiedono schiavi musulmani ed i musulmani schiavizzano i prigionieri europei catturati nelle incursioni nel mediterraneo. I portoghesi, tra l’altro, hanno da poco intrapreso il commercio di carne umana dall’Africa, per cui i nobili coloni spagnoli non possono certo accettare che questo mercato redditizio debba essere negato proprio a loro, nel nuovo territorio conquistato.

Bartolomeo de Las Casas, benché turbato e dubbioso, viene chiamato a partecipare nel 1513 alla conquista di Cuba agli ordini del capitano Panfilo de Narvaez ed è questa l’avventura che per lui diventerà la vera goccia che farà traboccare il vaso. La guarnigione giunge una mattina nella località Caonao, dove un migliaio di indios la accolgono nella piazzetta del villaggio per il rifornimento di cibo. Le truppe cominciano a distribuire le derrate: pesce, galline e altre offerte ricevute dagli indiani quando un soldato, non è chiaro per quale motivo, sfoderando la pesante spada cala un fendente su un nativo accovacciato ad osservare, uccidendolo d’un sol colpo:
“Non passa un istante che i suoi compagni – saranno un centinaio – colti da furia selvaggia, si precipitano a imitarlo: ed è la strage. Una volta massacrati tutti i nativi che trovano sulla piazza, gli spagnoli irrompono nelle case e fanno scempio delle cinquecento creature che vi sono rinchiuse, uomini, donne, vecchi, bambini. Il sangue scorre ruscellando fra i ciottoli della piazza. Mentre gli invasati, le spade in mano, danno la caccia ai superstiti che sono fuggiti a rifugiarsi fra le sterpaglie …”
“ …. Uno spagnolo si avventa sull’indiano, sfodera in un baleno la scimitarra e gli squarcia un fianco. Il disgraziato, tenendosi i visceri con le mani, fugge all’aperto e, correndo attraverso la piazzuola, cade tra le braccia del cappellano. Mentre grida e geme per l’atroce dolore, come se fosse sui carboni ardenti, il religioso gli parla della fede di Cristo e, un istante prima che spiri, lo battezza. …” (Brevissima relazione sulla distruzione delle indie – Bartolomè de Las Casas 1552)
L’orrore per tanta crudeltà travolge il trentenne sacerdote generando in lui forti dubbi sull’opportunità di prendere possesso di una nuova encomienda Cubana, ricevuta dalle autorità coloniali. Bartolomeo, in un famoso sermone del 1514, annuncia pubblicamente che restituirà al governatore i suoi servi indiani e, rendendosi conto che ben poco potrà fare per la libertà di quella gente se rimarrà nei Caraibi, decide di tornare in Spagna. Nel 1515 entra nell’ordine dei domenicani e prende contatti col potente arcivescovo di Toledo, futuro co-reggente di Spagna, Francisco Jimenez de Cisneros, convincendolo a sostenere la sua causa.
Con il suggerimento dell’alto prelato la corona concepisce così il “Plan para la reformación de las Indias” e Bartolomeo de Las Casas, nominato procuratore e protettore delle Indie, prende parte ad una neo istituita commissione per indagare sulle reali condizioni degli indiani. Salpa quindi in questa nuova veste per Hispaniola nel novembre 1516. Le sue idee si scontrano però immediatamente con tutto l’apparato coloniale, non solo quello laico composto dagli encomenderos, ma anche con gruppi di missionari, in particolare i gerominiti, da lui giudicati tanto “prudenti” nel denunciare abusi e maltrattamenti quanto “solerti” nell’appoggiare ogni nefandezza venga posta in essere dai conquistadores. Las Casas denuncia apertamente alcuni ufficiali giudiziari per aver favorito il rapimento delle donne indios della Lucayas allo scopo di ripopolare l’isola di Hispaniola, che a sua volta era stata svuotata della popolazione autoctona, deportata in altre località. Accusa molti encomenderos di aver distrutto intere famiglie a Cuba, uccidendo numerosi bambini, rapendo e violentando le donne nonché affamando gli uomini. Il tutto per fiaccare qualsiasi resistenza e costringere i nativi lavorare come animali nelle miniere del nuovo continente.
Bartolomeo sa benissimo che l’unica arma che possiede sui coloni è il ricatto religioso, per cui costituisce una rete di frati domenicani, ai quali affida il compito di trascrivere e segnalargli i nomi dei preti che continuano a concedere l’assoluzione dai peccati per quegli spagnoli che si macchiano di crimini efferati contro gli indiani. Convince anche il Re Carlo V a sperimentare un nuovo tipo di encomienda da chiamare “la città degli indiani liberi”, caratterizzata dalla reciproca collaborazione tra coloni spagnoli e indigeni. Questi ultimi saranno autorizzati in autonomia dal proprio capo villaggio a lavorare per i bianchi, a decidere quali attività svolgere con i nuovi venuti nonché ad accettare o meno il cristianesimo in alternativa agli dei pagani. Nessuna imposizione deve essere codificata nel territorio creato ad hoc per l’esperimento, sotto il controllo di religiosi nominati da Las Casas. Molti coloni, spaventati dal dover rinunciare ai sacramenti cattolici, si dichiarano pronti a rendere liberi i propri indiani, in cambio dell’autorizzazione ad importare almeno una dozzina di schiavi africani per ciascun proprietario terriero, al fine di poter garantire una minima continuità nelle attività commerciali. In quel momento è ferma intenzione di Bartolomeo de Las Casas sottrarre gli indios dalle grinfie degli encomenderos, per cui accetta inizialmente tale opzione, decisione di cui successivamente si pente e che sconfessa pubblicamente anni dopo, poiché ritenuta anch’essa immorale.
Nel 1521, Las Casas viene a conoscenza che alcuni frati di Chiribichi, nella provincia di Cumanà, sono stati massacrati da un gruppo di indios “liberi”, i quali, così facendo, si sono vendicati del rapimento di alcune donne da parte degli spagnoli con la complicità dei religiosi. La notizia varca l’oceano e gli avversari politici dei domenicani in Spagna prendono la palla al balzo facendo fallire l’esperimento che garantiva una minima autonomia agli indigeni. In particolare un acerrimo avversario di Bartolomeo, tale Gonzalo Fernandez de Oviedo y Valdès, nobile storico delle Asturie già notaio apostolico dell’Inquisizione e ispettore delle miniere del nuovo mondo, propugna l’invasione militare delle indie, raccogliendo attorno a sé tutta quella classe nobiliare estremamente nemica dell’intransigenza del frate domenicano. In un suo trattato sulle indie, De Oviedo dipinge gli indiani come esseri inferiori, li accusa di essere pigri, viziosi contro natura, incostanti, arrivando ad affermare che la durezza del loro cranio dimostra, senza dubbio alcuno, come essi siano del tutto incapaci di capire le parole dei missionari.
D’altra parte Bartolomeo prosegue per la sua strada e non si ferma davanti a nulla: denuncia la crudeltà del suo ex amico Ferdinando Cortès nella conquista – tanto decantata in Spagna – dell’Impero Azteco. Raccoglie prove testimoniali sugli eccidi e sulle atrocità perpetrate da Pedro de Alvarado durante la sua penetrazione in Guatemala e nello Yucatan. Nel 1535 Bartolomeo lascia Hispaniola e parte con alcuni frati deciso a recarsi in Perù, da dove giungono notizie che il condottiero Francisco Pizarro, conquistato l’Impero Inca e giustiziato l’imperatore Atahualpa, sta ora compiendo crudeli eccidi a Cajamarca e a Cuzco. Le voci parlano di migliaia di morti e di una vera e propria insurrezione tra gli incas.

Giunto però a metà strada, il frate rimane severamente colpito dalle condotte negative dei governi coloniali del Guatemala e del Nicaragua. Quest’ultimo in particolare è retto dal capitano generale Rodrigo de Contreras (amico di Fernandez de Oviedo) responsabile di indicibili abusi e corruzione ai danni degli indigeni, schiavizzati per l’estrazione dell’oro nelle miniere. Bartolomeo denuncia Contreras di aver aggirato le leggi della corona spagnola – che vieta alle cariche istituzionali di possedere schiavi – trasferendo in modo fraudolento l’incarico di governatore alla moglie ed ai figli, in modo da continuare i suoi turpi guadagni insieme agli altri encomenderi. I rapporti tra il governatore ed il frate domenicano si fanno talmente tesi che, come risulta da alcuni resoconti dell’epoca, durante una predica accusatoria di Las Casas, la moglie di Contreras in preda all’ira sale sul pulpito, trascina giù il frate facendolo stramazzare sul pavimento della Chiesa.
Attorno al 1540 Bartolomè de Las Casas è ormai famoso non solo nel nuovo mondo ma anche in tutta Europa. Nel 1542 l’imperatore Carlo V lo incarica di redigere una sintesi dei suoi memoriali sulla situazione degli indios nel nuovo mondo. L’opera, pubblicata nello stesso anno con il titolo di “Brevisima relacion de la destruction de las indias” riscuote subito un’enorme risonanza nel vecchio continente, amplificata dalle potenze europee protestanti, rivali della Spagna, pronte a sfruttare il sentimento anti spagnolo con l’impiego di vari scrittori, utilizzati specie nelle Fiandre per diffondere la storiografia propagandistica della “leggenda nera spagnola”, un racconto spaventoso sulle nefandezze spagnole in America. Per queste strumentalizzazioni politiche Bartolomeo deve difendersi anche dall’accusa di eresia e di aver complottato a favore dell’Inghilterra. In realtà la Spagna rimane l’unica potenza europea che – grazie anche a Bartolomeo de Las Casas – cerca di regolamentare (Leyes Nuevas), seppur con mille difficoltà, il comportamento dei propri coloni nel nuovo mondo. Cosa che non fanno invece, per esempio, Portogallo e Inghilterra.

Ormai avanti negli anni, Bartolomeo de Las Casas insiste nella sua battaglia personale in favore degli indios americani, soprattutto attraverso concili teologici (Valladolid 1550) in cui si scontra con veemenza contro la teoria che, paragonando gli indios alle scimmie, ne giustifica lo sterminio (J.G. de Sepulveda). Bartolomeo continua anche a scrivere diversi libri (Historia de Las Indias) volantini, petizioni fino a quando le forze non lo abbandonano. Il 18 luglio 1566, all’età di 82 anni muore nel convento domenicano di Nuestra Señora de Atocha de Madrid.
Las Casas è conosciuto oggi come “l’Apostolo degli Indiani” ed è venerato in America Latina, il suo nome resta per sempre legato all’appassionata difesa degli Indios, senza dimenticare l’altro grande suo merito: l’aver rappresentato la fonte principale e più dettagliata dell’impresa di Colombo nel nuovo mondo (del quale il frate riconosce la grandezza, ma che biasima per il comportamento verso gli indios). Anche se la Spagna, alcuni decenni dopo il 1492, avvierà un censimento dei sopravvissuti, non esistono dati incontrovertibili e universalmente riconosciuti sulle reali proporzioni della distruzione dei nativi nel continente americano. Sulla base delle stime della popolazione al momento del contatto, è ragionevole pensare che la conquista abbia provocato da meno di 10 a quasi 100 milioni di morti, in un’epoca in cui probabilmente la terra era popolata da circa 500 milioni di esseri umani.
“… i conquistadores sono rei di tradimento, terrore, schiavitù, furto, menzogna e massacri. Inoltre utilizzano l’assurdo e ingiustissimo «requerimiento» (dichiarazione di sovranità) per poter raggiungere il loro scopo. Per cui questi cattivi cristiani compromettono Dio e il Re con le loro opere.” (Bartolomeo de Las Casas)

BIBLIOGRAFIA

  • Marianne Mahn-Lot, Bartolomeo de Las Casas e i diritti degli indiani, Jaca Book;
  • Gustavo Gutierrez, Dio o l’oro, il cammino di liberazione di Bartolomè DE Las Casas., Queriniana;
  • Reinhold Schneider, Bartolomeo de Las Casas, Europos;
  • Luca Baccelli, Bartolomé de Las Casas. La conquista senza fondamento, Feltrinelli;
  • https://www.britannica.com/biography/Bartolome-de-Las-Casas
  • http://www.domenicani.net/page.php?id_cat=3&id_sottocat1=95&id_sottocat2=102&id_sottocat3=0&titolo=Bartolom%C3%A9%20de%20las%20Casas

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