Carlos Caszely, il calciatore che ebbe il coraggio di ribellarsi a Pinochet

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Carlos Caszely, il calciatore che ebbe il coraggio di ribellarsi a Pinochet

Carlos fu un “hombre vertical”, ossia un uomo fermo nelle proprie convinzioni, tutto d’un pezzo per utilizzare una terminologia quotidiana. Per comprendere a fondo l’importanza della figura di Carlos Caszely nel mondo del calcio, e non solo, dobbiamo ripercorrere la storia del Cile nel momento in cui le nubi dittatoriali, rappresentate da Pinochet, si appropriarono del paese e produssero morti e desaparecidos in un numero tuttora imprecisato. Il termine desaparecidos – scomparsi – si riferisce alle persone che furono arrestate per motivi politici, o per aver compiuto attività anti-governativa, dalla polizia dei regimi militari cileno, argentino e di altri paesi del Sud America. Di queste persone si persero, in seguito all’arresto, le tracce. Il tipico fenomeno dei desaparecidos fu la segretezza con cui operavano le forse di polizia; gli arresti avvenivano di notte in totale assenza di testimoni. Come per l’arresto, anche i momenti successivi erano coperti dalla totale segretezza. I governi non fornivano ai familiari notizie inerenti l’arresto e le imputazioni che erano alla base di quella disposizione; quando venivano forniti i motivi, gli stessi risultano vaghi. Spesso molto vaghi. Della maggioranza dei desaparecidos non si seppe mai nulla.

Solo dopo la caduta dei vari regimi dittatoriali, e il conseguente ritorno alla democrazia, fu possibile conoscere la sorte di alcuni di loro. In Cile, durante la dittatura di Pinochet, il fenomeno dei desaparecidos coinvolse circa 40.000 persone; di queste 2000 sono le vittime accertate e 38.000 gli scomparsi. Ripercorriamo le tappe principali del regime del terrore instaurato da Augusto Pinochet. La presa di potere da parte dei dittatori – inizialmente erano quattro i capi della rivolta che avrebbero dovuto alternarsi a rotazione ai vertici dello stato – avvenne l’11 settembre del 1973, quando fu rovesciato Allende, presidente eletto che in seguito si suicidò nel palazzo presidenziale. Da quel giorno di settembre il regime dittatoriale iniziò una durissima repressione che peggiorò dallo stesso mese dell’anno successivo, momento in cui Pinochet e le forze armate sequestrarono anche il potere legislativo. Pinochet assunse il titolo di Capo Supremo della Nazione, divenuto in seguito Presidente del Cile. Le persone non allineate al regime venivano comunemente arrestate di notte e condotte in luoghi segreti dove venivano torturate. Il fine delle torture era doppio; da una parte le autorità cercavano informazioni e dell’altra di reprimere il dissenso.

A differenza di quanto avveniva in Argentina, molti dissidenti furono rilasciati ma costretti all’esilio, come ci ricordano i casi di Isabel Allende e Luis Sepulveda. Tra quelli che, purtroppo, non poterono avere la libertà vi furono anche il cantante Victor Jara, assassinato nell’Estadio Nacional de Chile, insieme a molti altri, quando fu utilizzato come campo di concentramento. All’interno dello stadio transitarono non meno di 40.000 prigionieri, tra il settembre e il novembre del 1973. Il campo da gioco e la galleria furono utilizzati come prigione maschile, mentre le donne furono relegate nella piscina e negli spogliatoi che divennero camere della tortura e delle esecuzioni. Non è possibile quantificare il numero delle persone realmente assassinate, i veri e propri desaparecidos. All’interno di quest’intreccio di storie e di morte apparve la figura di Carlos Caszely, classe 1950, figlio di René, ferroviere di chiare origini ungheresi. Nel 1967 esordì in prima squadra, nel Colo Colo una delle principali formazioni cilene. Immediatamente s’impose all’attenzione generale grazie al fiuto del gol. I tifosi iniziarono a soprannominarlo El Rey del metro cuadrado (il re del metro quadrato). In quello stesso periodo iniziò ad occuparsi di politica sostenendo l’Unione Popolare, un’alleanza di centrosinistra. Le sue doti nell’area di rigore lo condussero ad indossare la maglia della nazionale cilena.

Quando Pinochet ribaltò il governo democraticamente eletto Caszely si trovava all’estero poiché nell’estate del 1973 aveva accettato le lusinghe del Levante, club spagnolo. Il primo impatto con il nuovo corso dittatoriale Caszely lo ebbe circa 2 mesi dopo il golpe: all’Estadio Nacional de Chile era in programma il ritorno dello spareggio per accedere ai mondiali; il Cile avrebbe dovuto affrontare l’Unione Sovietica che, però, decise di non giocare in quell’impianto teatro di sanguinose torture. La partita si trasformò in una farsa poiché, di fronte alle gradinate gremite in ogni ordine di posto, il Cile (la Roja dal colore delle magliette) scese in campo senza avversari. Il Cile segnò il gol dell’1-0 con il capitano Valdes, anch’egli simpatizzante socialista. Caszely e Valdes, per paura delle ritorsioni del regime, non ebbero il coraggio di sospendere quella sceneggiata. Alla vigilia del mondiale del 1974, Pinochet volle far visita alla nazionale cilena e salutare personalmente i giocatori. Durante l’incontro il dittatore strinse le mani di tutti i nazionali, tutti tranne uno poiché quando Pinochet si presentò di fronte a Caszely il centravanti tenne le mani intrecciate dietro la schiena. Il gesto, ripetuto in altre circostanze, costò l’arresto della madre per opera della polizia politica del regime. Per molto tempo fu una desaparecida; quando fu liberata raccontò di aver subito torture e vessazioni d’ogni sorta. Nel frattempo iniziarono i mondiali di calcio del 1974. Per Caszely durarono poco più di un’ora poiché nella partita d’esordio fu espulso, il primo giocatore della storia dei mondiali. Immediatamente partì la “macchina del fango” di Pinochet. La stampa, assoldata dal dittatore, scrisse che «Caszely è stato espulso per violazione dei diritti umani». Altri quotidiani insinuarono il sospetto che Carlos il Rosso (Rojo) si fece espellere per non giocare contro la DDR, la nazionale dell’allora Germania Est. Il regime non attendeva altro per trasformare Caszely da eroe nazionale a giocatore e uomo qualunque. Per cinque lunghi anni non fu convocato dalla nazionale ma, nel 1979, abbandonò la Spagna e fece ritorno al Colo Colo, sua squadra d’origine. Poco tempo dopo fu richiamato in nazionale. Grazie ai suoi gol la Roja giunge in finale di Copa America e riuscì a qualificarsi per i mondiali del 1982. Ma in Spagna accadde un’altra disgrazia sportiva: contro l’Austria, Carlos sbagliò il rigore che comportò l’eliminazione dal mondiale. La stampa di regime non attendeva che un errore di Caszely. Piovvero nefandezze di ogni sorta nei confronti del calciatore; le critiche furono tali che gli costarono, nuovamente, il posto in nazionale. Nel 1985 incontrò nuovamente Pinochet senza stringerli la mano: il dittatore si avvicinò a Caszely, che indossava una vistosa cravatta rossa, dicendo: «Ma lei porta sempre la cravatta?». Il Rojo per nulla intimorito rispose: «Si. Non me la tolgo mai. La porto dalla parte del cuore». Subito Pinochet fece il gesto delle forbici per far capire che quella cravatta lui l’avrebbe tagliata in mille pezzi. Pochi anni dopo, nell’autunno del 1988, finalmente Caszely poté prendersi la rivincita che attendeva da anni: il Cile poté decidere del proprio futuro tramite un referendum nazionale che avrebbe dovuto decidere se Pinochet doveva rimanere al potere o meno. Tra i tanti spot a favore del NO, uno ebbe un ruolo decisivo: una signora sulla settantina si presentò davanti alle telecamere e raccontò degli abusi, delle vessazioni e delle torture che il regime dittatoriale gli aveva inflitto alcuni anni prima. Poco prima che si spegnessero le telecamere apparve lui, l’hombre vertical, Carlos Caszely. Non si limitò ad apparire, doveva prendersi la rivincita per non aver trovato il coraggio d’interrompere la partita della vergogna. Caszely disse: “Per questo il mio voto è No. Perché la sua allegria è la mia allegria. Perché i suoi sentimenti sono i miei sentimenti. Perché il giorno di domani potremo vivere in una democrazia libera, sana, solidale, che tutti possiamo condividere. Perché questa bella signora è mia madre». Il no vincerà con il 55% dei voti ma Carlos Caszely rifiuterà di entrare in politica, scegliendo di raccontare il calcio come giornalista. Il lavoro che svolge ancora oggi.

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