Non è peccato uccidere un bambino che abbia compiuto sette anni

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LA STORIA DELLA PARTECIPAZIONE DEI PRETI CATTOLICI AI MASSACRI PERPETRATI DAGLI USTASCIA

Gli ùstascia (che significa alzarsi in piedi, insorgere, ribellarsi) erano originariamente coloro che lottavano contro i turchi. In seguito, sul finire degli anni venti del secolo scorso, il termine fu adottato dal croato di Bosnia Ante Pavelić per designare gli appartenenti al movimento nazionalista e fascista croato di estrema destra, alleato dei nazisti tedeschi e fascisti italiani nella seconda guerra mondiale, che si opponeva al Regno di Jugoslavia dominato dall’etnia serba. Negli anni 1930 gli ùstascia si avvicinarono alla Germania di Hitler, nella quale individuarono un protettore più forte e affidabile, sia economicamente che politicamente. Nel 1941 Hitler invase la Jugoslavia su cui regnava Pietro II, figlio di Alessandro. Il regno di Jugoslavia ben presto cadde e i nazisti poterono creare lo Stato Indipendente di Croazia retto dagli Ustascia. Costituito il Partito unico dello Stato Indipendente di Croazia (1941), con l’aiuto dei nazionalisti, dell’Italia fascista e la benevolenza della Germania nazionalsocialista, gli ustascia iniziarono una politica di ricostruzione nazionale per rendere il paese partecipe dello sforzo bellico dell’Asse. Il regime di Pavelić, che basava il proprio fondamento ideologico sulla difesa dell’elemento etnico croato e sul cattolicesimo integralista, attuò una dura politica di repressione nei confronti degli elementi allogeni. Iniziò così una pulizia etnica contro ortodossi, ebrei, zingari e comunisti. Fu anche creata una rete di campi di concentramento.

Purtroppo chi partecipò attivamente alla repressione delle minoranze fu il clero cattolico; a tal riguardo esistono diverse evidenze storiche, collegate soprattutto al più esteso fenomeno delle Ratlines con cui il Vaticano, nell’immediato dopoguerra, favorì la fuga degli ùstascia: lo stesso Pavelić si rifugiò in un monastero in Austria spacciandosi per un monsignore, quindi ottenne asilo politico in Argentina dopo aver fatto tappa a Roma. Entriamo ora nel dettaglio della partecipazione diretta di preti e frati francescani ai massacri perpetrati dagli ustascia tramite, ma non solo, i lager, come ampiamente dimostrato da documenti e testimonianze. Il più tremendo dei campi di sterminio, quello di Jasenovac (definito dal vescovo Stepinac “una vergognosa macchia per lo Stato Indipendente di Croazia”), fu diretto per quattro mesi, nell’autunno-inverno 1942-1943, dal francescano Miroslav Filipović Majstorović che, in precedenza, assieme ad altri monaci e a un prete, aveva organizzato massacri della popolazione ortodossa in alcuni villaggi serbi. Ricostruiamo gli eventi che coinvolsero il frate sanguinario. Miroslav Filipović Majstorović fu assegnato al battaglione del corpo di guardia di Poglavnik II dove iniziò la sua attività.

Secondo le dichiarazioni di due testimoni e di un generale tedesco il 7 febbraio 1942, Majstorović accompagnò i membri del suo battaglione in un’operazione volta a cancellare i serbi nell’insediamento di Drakulić, nella periferia settentrionale di Banja Luka e in due villaggi vicini, Motike e Šargovac. In questa operazione più di 2.300 civili serbi furono uccisi. Secondo i rapporti inviati a Eugen Dido Kvaternik, capo del servizio di sicurezza interna dello Stato, dal suo ufficio di Banja Luka e datati 9 e 11 febbraio 1942, risultò che le vittime a Šargovac comprendevano 52 bambini uccisi nella scuola elementare del villaggio. Due insegnanti che sopravvissero alla strage della scuola: Dobrila Martinović e Mara Šunjić, testimoniarono contro Majstorović al suo processo postbellico a Belgrado. Nella loro deposizione dichiararono che Majstorović non solo partecipò attivamente ai crimini, ma invitò i suoi colleghi Ustacia ad agire con estrema crudeltà. In particolare Majstorović, soprannominato dalle sue truppe “il glorioso”, fu accusato di aver ordinato che i ragazzi serbi della scuola venissero portati davanti a lui e, con un altro sacerdote collaborazionista, padre Zvonimir Brekalo, uccise, sgozzandoli uno alla volta, tutti i minori. È storicamente dimostrato che questo frate francescano diresse l’uccisione di oltre 40.000 persone. Venuto a conoscenza dei suoi crimini, il legato papale di Zagabria, in accordo col Cardinale Stepinac, decise di sospenderlo dalle sue funzioni religiose il 4 aprile del 1942 e il 22 ottobre del 1942 venne espulso dall’ordine dei francescani. Per fortuna Majstorović fu sottoposto a processo e condannato a morte per impiccagione. Il giorno dell’esecuzione il frate sanguinario indossò le vesti dell’ordine francescano. Majstorović non fu l’unico prete, o frate, cattolico a macchiarsi di orrendi crimini. Molti sacerdoti e persino alcuni vescovi scelsero di collaborare con Pavelić. Vi erano addirittura preti che prestavano servizio come guardie del corpo del dittatore; ta questi occorre ricordare Dyonisy Juricev, sacerdote antisemita, che ebbe l’ardire di scrivere, sulle pagine del giornale Novi List, che non era più peccato uccidere un bambino che avesse compiuto sette anni. In questo elenco di odio religioso dobbiamo infine analizzare la controversa figura di Stepinac, vescovo e poi cardinale della chiesa cattolica, Inizialmente Stepinac accolse benevolmente la creazione dello Stato indipendente di Croazia e il regime ustascia al governo. Dopo l’arrivo di Ante Pavelić a Zagabria il 13 aprile 1941 si recò da lui per un brindisi in suo onore. Il 15 aprile Stepinac comunicò nella cattedrale di Zagabria l’indipendenza della Croazia, formulando i migliori auguri per il suo avvenire. Egli si prodigò affinché il nuovo Stato, a lungo desiderato da molti croati, venisse riconosciuto dal Vaticano e, il 28 aprile 1941, rinnovò in una predica l’invito ai fedeli a sostenere la nuova Nazione. A partire dal 1942 iniziò a pronunciare energiche omelie in contrasto con le ideologie dominanti nel paese. Nei sermoni attaccava senza mezzi termini il razzismo, giungendo ad affermare: “Il moderno razzismo nutre rancore contro la Chiesa poiché essa non vuole cadere in ginocchio dinanzi al suo idolo, la nazione, e adorarlo”. Stepinac prese pubblicamente posizione contro le leggi razziali e chiese al governo croato di modificare le sue politiche. In particolare, sermoni anti-razzisti di Stepinac vennero letti nel 1943 da sacerdoti in tutta la Croazia e vennero diffusi anche tramite radio partigiane. Finita la guerra e salito Tito al potere, il vescovo Stepinac fu arrestato e processato. L’11 ottobre 1946 l’arcivescovo Stepinac fu condannato a 16 anni di privazione della libertà e 5 anni di privazione dei diritti politici e civili. Il 3 ottobre 1998, a Marija Bistrica presso Zagabria, durante il governo di Franjo Tuđman nella Croazia da poco indipendente , papa Giovanni Paolo II beatificò il cardinale Alojzije Stepinac malgrado ancora oggi non siano state risolte le pesanti controversie circa il suo appoggio a favore degli ustascia. Fabio Casalini Bibliografia

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