Infibulazione

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L’infibulazione è una pratica, che  prende anche le forme del rituale, che prevede la modifica degli organi genitali di una persona.
L’infibulazione femminile è considerata una mutilazione di tipo III.
Consiste nell’asportazione  del clitoride  delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra vaginali con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale.
Non è una pratica medica, ma nonostante ciò è ancora diffusa tradizionalmente in almeno 30 Paesi.
Uno degli scopi di questa pratica è quello di impedire alla giovane infibulata di avere rapporti sessuali, con lo scopo di preservarne la verginità. La mutilazione è irreversibile, mentre la capacità di consumare atti sessuali può essere ripristinata attraverso la defibulazione, praticata ingegnere dopo le nozze dallo stesso sposo.
Oggi vi vorrei raccontare la storia di una donna che si è  opposta a questa usanza.
Lei di chiama Hido, ha 50 anni ed è  somala.
Hido è  una ex praticante dell’infibulazione.
Un giorno si è resa conto quanto fosse sbagliato ciò  che stava facendo: “Tutto ciò che ho fatto è orribilmente sbagliato. Ogni notte prego per essere perdonata per tutto ciò. Non ricordo quante ragazze e donne ho operato, ma almeno una cinquantina sì.”
Oggi Hido ha lasciato del tutto la sua professione ed è diventata una portavoce contro le mutilazioni genitali femminili  É una volontaria che va casa per casa  in Somalia, per sensibilizzare le donne, per spiegare loro i rischi di questa pratica,  fatta senza nessuna garanzia igienica.
Nel mondo, negli ultimi 30 anni, c’è stato un sensibile calo delle mutilazioni genitali, ma ancora in molti paesi viene praticata contro la volontà di chi vi è sottoposto.
Le infezioni derivanti da l’infibulazione, oltre ad essere molto pericolose nell’immediato futuro, possono provocare anche complicanze durante il parto. L’infibulazione è una violazione dei diritti umani, una violazione del diritto alla salute, alla sicurezza e all’integrità fisica. È in contrapposizione anche con il diritto ad essere liberi da ogni forma di tortura o crudeltà.
In Somalia si sta cercando anche di migliorare la condizione femminile, tramite progetti che aiutino ogni donna ad accrescere la consapevolezza di sé, l’autostima, ad imparare un lavoro che la renda indipendente.
Purtroppo non è facile da sradicare completamente una traduzione millenaria.
Chi la subisce porta con sé una condizione dolorosa che nei casi peggiori costituisce una vera e propria impossibilità a compiere determinati movimenti o a fare  “cose” che nella vita quotidiana potrebbero essere considerate banali.
Abbiamo ancora una lunga strada da percorrere prima che ogni bambina prima e ogni donna poi abbia la possibilità di sentirsi libera e rispettata.

BIBLIOGRAFIA

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  • Fusaschi M., I segni sul corpo – Per un’antropologia delle modificazioni dei genitali femminili, Torino, Bollati Boringheri, 2003.

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