Enriqueta Martì Ripollès, la vampira di Barcellona

Tempo di lettura: 10 minuti

Quanti furono i bambini che vendette e uccise di preciso nessuno lo sa, Eriqueta Marti Ripollès resta fra le peggiori assassine della Spagna....
ENRIQUETA MARTÌ RIPOLLÈS LA VAMPIRA DI BARCELLONA

Questa è la storia macabra e cruenta di una donna senza morale che riuscì per molto tempo a rapire e sfruttare bambini indifesi, costretti prima a prostituire il loro corpo con uomini ricchi e facoltosi, per poi essere fatti a pezzi allo scopo di utilizzarne i resti per confezionare pomate, unguenti e medicine miracolose, in grado di curare qualsiasi malanno e di assicurare l’eterna giovinezza. La protagonista di questa vicenda è Enriqueta Martì Ripollès, ricordata dalla storia come la vampira di Barcellona o la strega di Calle Poniente.
Enriqueta era nata da una famiglia molto povera di un quartiere di Barcellona, Saint Filin de Llobregat, nel 1868. Il padre era alcolizzato, mentre la madre provvedeva al sostentamento della famiglia facendo le pulizie nelle case di chi la chiamava. Quelle misere condizioni di vita costrinsero la giovane a fare i lavori più disparati, fra cui la domestica e la nutrice. Stanca di arrivare a stento a mettere insieme il necessario per pranzo e cena, a 16 anni si avviò alla prostituzione nel quartiere del porto di Santa Madrona.

A 20 anni sposò un suo cliente, Juan Pujalò, che la spinse a lasciare la strada, con il miraggio di una vita felice e confortevole. In realtà l’uomo era un pittore squattrinato e di poco talento, che faticava a guadagnare i soldi per mantenere il nucleo familiare. La donna, disperata, decise di tornare a prostituirsi, con grande disappunto del marito, che dopo circa 10 anni di convivenza decise di lasciarla. Enriqueta era ambiziosa e furba. Vide in questa situazione una opportunità di crescita. Riuscì a risparmiare abbastanza denaro per poter lasciare il bordello in cui lavorava e aprirne uno tutto suo nel 1909. L’esperienza accumulata la fece entrare in contatto con uomini facoltosi, anche dell’alta società di Barcellona, che a lei confidavano i loro desideri più lascivi, quelli che potevano prendere vita solo nei quartieri poveri della città, luogo ideale per realizzare le fantasie più inconfessabili. La giovane Martì si mise in attività. La sera vestiva i panni della signora, la mattina quella della mendicante, che con la sua aria innocente riusciva ad attirare, con una scusa, ignari bambini che rapiva per avviarli alla prostituzione.
Per alcuni anni, ma non si sa quanti con certezza, prelevò con l’inganno un numero imprecisato di bambini figli delle classi più povere, dei mendicanti oppure semplici trovatelli abbandonati per strada. Nessuno li reclamò mai e il suo commercio di invisibili poté continuare indisturbato per lungo tempo. La donna godeva inoltre della protezione di alcuni uomini facoltosi e ben in vista di Barcellona, che le garantivano impunita con le forze dell’ordine. Col passare del tempo allo sfruttamento della prostituzione minorile aggiunse un altro traffico: il commercio di pozioni magiche e di unguenti miracolosi in grado di guarire qualsiasi malanno o dolore. La sua attività divenne ben presto fiorente e remunerativa, grazie al diffondersi di malattie come la tubercolosi e alla faciloneria con cui molti si accostavano a lei credendola una vera guaritrice. Creme, tisane, estratti di vario genere, erano tutti i prodotti ricavati dallo smembramento dei corpi dei bambini che rapiva. Alcuni erano selezionati apposta.

Una volta uccisi sul tavolo della cucina della sua casa-bordello, li tagliava a pezzi e ne utilizzava alcune parti, tra cui i capelli, le ossa, gli occhi, il grasso di ventre e cosce, il sangue e il cervello. Una volta scoperti i suoi loschi traffici ci fu chi sostenne che la donna si nutrisse essa stessa del sangue dei piccoli uccisi, per mantenersi giovane e forte, e che compisse atti di cannibalismo. Non esistono prove a supporto di questa tesi.
1912. Il 10 febbraio fu rapita, sotto gli occhi della madre che si era distratta solo per un istante, Teresita Guitart Congost. La piccola, di 5 anni, fu una delle tante vittime di rapimento che si ebbe nel giro di poche settimane a Barcellona. La popolazione insorse contro le istituzioni, che furono accusate di inefficienza per come avevano trattato fino a quel momento le numerose segnalazioni di sequestro che erano giunte alla polizia. Pochi giorni dopo, il 17 febbraio, una donna di nome Claudia Elìas, vide una bambina affacciarsi alla finestra di una casa situata al numero 29 di Calle Poniente. In quella casa era risaputo che abitava una donna, Enriqueta Martì Ripollès. La Elìas credette di riconoscere Teresita, la bambina rapita una settimana prima. I suoi sospetti si rafforzarono quando ricordò che la proprietaria di quell’immobile, e di molti altri, non era sposata e non aveva figli. Tornata a casa da suo marito, la donna decise di informare la polizia del suo sospetto. Le forze dell’ordine questa volta non poterono ignorare la denuncia, tanto più che la piccola in questione non era una bimba invisibile ma era figlia di un uomo molto popolare e benvoluto in città.
Una squadra capeggiata dalla gente Ribot entrò nell’abitazione della ricca e misteriosa signora, con lo scopo di perquisire la casa e di accertare chi vivesse con lei. Certamente non immaginavano quello che avrebbero trovato. Al loro ingresso videro due bambine; secondo Enriqueta, una era sua figlia Angelita e l’altra, con la testa completamente rasata, una trovatella senza genitori che lei magnanimamente aveva salvato dalla strada. Gli agenti non credettero a quella storia, tanto più che le piccole avevano l’aria molto spaventata. Decisero così di fare loro alcune domande. La bimba senza capelli disse di chiamarsi Felicidad e che quel nome lo aveva scelto per lei quella signora. In realtà lei ricordava che il suo vero nome era Teresita.
L’avevano trovata. Da quel momento partirono indagini più approfondite. Le due bambine furono allontanate dalla donna e interrogate a lungo: raccontarono di essere state attirate dalla Martì in Calle Poniente con la scusa di far loro vedere un gatto e che dopo un primo momento in cui si era mostrata gentile, improvvisamente era diventata cattiva ed aggressiva, costringendole ad entrare in quella casa anche se non volevano. Nei primi giorni con loro c’era un altro bambino di nome Pepito. Il piccolo una mattina era stato rinchiuso in una stanza, per punizione. Là dentro loro due non ci potevano entrare. Ma si sa, fatto un divieto ai bambini, quelli subito cercano di aggirarlo. E così fecero le due bimbe, curiose e desiderose di rivedere il loro amico. Approfittando di un momento in cui la donna era fuori per “delle faccende”, decisero di andare nella stanza proibita, per salutare Pepito. Ma lui lì non c’era; trovarono solo tanto sangue sulle pareti, sul tavolo e sul pavimento. L’odore lì dentro era terribile, faceva venire voglia di vomitare. Le piccole scapparono impaurite dimenticando la porta aperta. Enriqueta al suo rientro aveva scoperto la loro curiosità e così quella sera decise di pulirle: servì loro una cena speciale, una zuppa nella quale galleggiavano due piedi di bambino.


Quel racconto paradossale era solo l’anticamera dell’inferno che celava quella grande abitazione. In una stanza, che trovarono chiusa a chiave, rinvennero ossa intere e in polvere, capelli, brandelli di pelle, grasso umano, sangue coagulato, pezzi di piccoli corpi, tutto meticolosamente conservato ed etichettato. Erano quelli gli ingredienti delle sue pozioni, quelle che gli chiedevano amici e amiche dell’alta società di Barcellona, che erano a conoscenza di cosa faceva la donna, ma non se ne preoccupavano perché erano convinti che avrebbero in quel modo sconfitto l’inesorabile trascorrere del tempo e mantenuto una ferrea salute.
Come trofeo personale la Martì era solita conservare, in modo minuzioso, ciocche di capelli delle sue vittime. Nella stessa scatola teneva l’elenco dei suoi clienti speciali, che acquistavano sia prestazioni sessuali che prodotti, annotato con precisione in un libro vecchio e consumato, che riportava strane formule incomprensibili ad un occhio inesperto. Solo la donna svelò il significato dei suoi scritti: ciascuna formula era un codice che celava il nome di uno dei suoi ricchi acquirenti.
Portandola alla stazione di polizia, gli investigatori scoprirono che in passato la donna era già stata denunciata per sfruttamento della prostituzione, ma le indagini non avevano avuto seguito perché era intervenuto un personaggio pubblico importante di Barcellona in suo favore. Tutto fu insabbiato fino al giorno della sparizione di Teresita, una bimba che non poteva passare inosservata. In vari nascondigli della casa furono ritrovati scheletri di bambini, tutti di età compresa fra i 3 e gli 8 anni. Queste macabre scoperte convinsero le forze dell’ordine a cercare altre prove nelle precedenti abitazioni della donna. In ciascuna rinvennero altri resti umani.
La popolazione si divise tra chi voleva giustizia ad ogni costo e soprattutto chiarezza su anni di insabbiamenti, e chi temeva di finire in uno scandalo di pedofilia e morte. Di preciso nessuno fu in grado di dire quanti bambini furono brutalmente uccisi da Enriqueta Martì. Molte ossa venivano ridotte in polvere per finire in misture portentose, mentre i corpi venivano smembrati e trasformati, addirittura a volte cucinati e consumati in macabri banchetti. Anche l’ex marito di lei, Juan Pujalò, fu coinvolto nelle indagini. Interrogato più volte dalla polizia, negò sempre ogni coinvolgimento. Non confermò mai di essere il padre della piccola Angelita, come invece sosteneva Enriqueta. Durante il periodo di detenzione anche la donna cambiò versione circa l’identità della piccola, affermando che Angelita in realtà fu sottratta alla nascita alla madre, una parente del suo ex marito, a cui lei stessa, che la assisteva durante il parto, avrebbe detto che la bimba era nata morta. Pujalò dimostrò la sua estraneità ai fatti e poi uscì di scena sparendo completamente.
Dopo 15 mesi di detenzione nel carcere di Reina Amalia, il 12 maggio 1913, Enriqueta fu trovata morta nella sua cella. Era stata condannata a morte ma il boia non ebbe mai il piacere di incontrarla. All’inizio si pensò a un decesso per malattia o suicidio, ma dopo una breve indagine, fu accertato che la donna venne uccisa dalle sue stesse compagne di detenzione. Qualcuno racconta che quel giorno le campane di Barcellona suonarono a festa, ma come si sa, il passo tra realtà e leggenda è molto breve. Nessuno conobbe mai il luogo della sua sepoltura. Fu mantenuto segreto, forse per evitare inutili rappresaglie o macabre celebrazioni, forse per gettarla definitivamente nell’oblio, quello stesso a cui Enriqueta aveva condannato i bambini invisibili dei quartieri poveri di Barcellona che ebbero la sfortuna di incontrarla.





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