Rosie the Riveter: le donne americane durante la Seconda Guerra Mondiale

Tempo di lettura: 6 minuti

Il termine Rosie the Riveter apparve per la prima volta nel 1942 in una canzone omonima scritta da Redd Evans e J.J. Loeb. Il brano descrive Rosie come una lavoratrice instancabile in catena di montaggio, facendo la sua parte per assistere lo sforzo bellico americano.
Il termine Rosie the Riveter apparve per la prima volta nel 1942 in una canzone omonima scritta da Redd Evans e J.J. Loeb. Il brano descrive Rosie come una lavoratrice instancabile in catena di montaggio, facendo la sua parte per assistere lo sforzo bellico americano. Il nome Rosie derivava da Rosie Bonavitas, una donna – lavoratrice presso la Convair di San Diego in California. Rosie the Riveter significa letteralmente Rosie la rivettatrice. Il rivetto, o ribattino, è un elemento meccanico di fissaggio. Si adotta in tutti quei casi in cui non sia possibile realizzare saldature, per esempio tra due lamiere. Il rivetto non è smontabile, il che significa che l’accoppiamento è definitivo a meno di distruggere il rivetto stesso per disaccoppiarle. Nel 1943, prendendo spunto dalla canzone, il comitato per il coordinamento della produzione bellica della Westinghouse Eletric, compagnia da cui scaturì l’attuale CBS, incaricò un artista di realizzare un poster di propaganda per sostenere l’impegno bellico americano nella seconda guerra mondiale. Grazie alla propaganda commerciale privata e governativa, Rosie the Riveter divenne in breve tempo un’icona culturale americana della Seconda Guerra Mondiale, tanto che negli anni successivi fu utilizzata come simbolo del femminismo statunitense e del potere economico delle donne.
Quale fu l’impatto della forza lavoro femminile durante il secondo conflitto mondiale?
Poiché la Guerra Mondiale era un conflitto totale, che richiedeva al governo di utilizzare interi strati delle popolazioni maschili allo scopo di sconfiggere i nemici, milioni di donne furono incoraggiate a lavorare nell’industria pesante americana, assumendo posti di lavoro precedentemente occupati da uomini.
Durante entrambi i conflitti mondiali, le donne furono impiegate nella produzione di munizioni e rifornimenti per l’esercito. A loro spettava questo compito poiché la cospicua coscrizione di uomini in età lavorativa causò una gravissima carenza di operai a disposizione per la produzione di armamenti; questo svuotamento della manodopera maschile fu colmato, in larga parte, dall’impiego delle donne-lavoratrici. Quasi 19 milioni di donne lavorarono durante il secondo conflitto mondiale nelle fabbriche americane. Di questa grande quantità di operaie dell’industria bellica, la maggior parte era già impiegata in precedenza, spesso in lavori a basso salario, o stava cercando di rientrare nel mondo del lavoro dopo la Grande Depressione del decennio precedente. L’impiego di un considerevole numero di lavoratrici, nelle previsioni, doveva essere continuativo anche dopo la fine della guerra? La risposta è negativa poiché, sempre secondo le previsioni iniziali del governo americano, quando gli uomini fossero tornati alle proprie mansioni lavorative, la maggioranza delle donne-lavoratrici sarebbe tornata ad occuparsi delle faccende domestiche quotidiane. La previsione del governo americano coinvolgeva principalmente le donne che prima della guerra non lavorarono nelle industrie, ovvero circa 3 milioni di lavoratrici che in precedenza si occupavano delle faccende domestiche. Per questo motivo le campagne governative furono indirizzate verso le casalinghe, poiché le donne già occupate in precedenza si trasferivano volontariamente nelle fabbriche dove esisteva la possibilità di ottenere salari migliori, ovvero quelle che prevedevano la produzione di armamenti per l’esercito.
Una delle campagne governative di maggior successo si basava su un semplice concetto: “Sai usare una miscelatore elettrico? Allora saprai far funzionare un trapano”. Una seconda campagna pubblicitaria di grande successo fu un poster, il famoso We Can Do It!, che si basava su di una fotografia scattata ad una rivettatrice al lavoro. Nel tempo, a questa donna-lavoratrice, furono attribuite diverse identità: dapprima si pensò che fosse G. Hoff, operaia di 17 anni che lavorava in una fabbrica del Michigan. In seguito, la figura di Rosie the Riveter fu associata a R.W. Monroe, un’operaia della Willow Run Aircraft Factory del Michigan. Infine fu associata a N.P. Fraley, secondo una ricerca del Dr. James Kimble della Seton Hall University.
Un aspetto da analizzare del lavoro femminile durante il conflitto mondiale è quello relativo alla maternità. Molte delle donne-lavoratrici erano anche madri. Per questo motivo molte di loro si riunirono in gruppi per condividere la crescita dei figli e risparmiare tempo e denaro. Le donne-lavoratrici si accordavano per vivere in appartamenti condivisi, fatto che permetteva, insieme alla turnazione sul posto del lavoro, l’alternanza nell’occuparsi della casa e dell’educazione dei bambini: mentre una donna era in fabbrica a svolgere il lavoro, l’altra si occupava della casa e dei figli, sia dei propri che di quelli delle altre donne che dividevano con lei la casa.
Dal punto di vista psicologico l’impatto della guerra fu notevole: molte donne si chiesero se fosse corretto abbandonare la propria casa, condividendola con altre lavoratrici, e dividere la crescita dei figli per sostenere lo sforzo bellico del paese.
Per questo motivo le campagne governative ponevano l’accento sull’orgoglio che le donne dovevano provare nel lavorare nell’industria pesante al fine di produrre armamenti per i propri uomini, impegnati su i vari fronti del conflitto mondiale.
Kristine Vrooman, nel libro A mouthful of rivets, raccontò di come divenne una rivettatrice della catena di montaggio per la costruzione dei B-17. L’autrice ricorda che “il brivido più grande fu quando i B-17 uscirono dalla catena di montaggio. Non è possibile raccontare le nostre sensazioni. L’avevamo fatto!”.
Nel 1944, quando la vittoria sembrava assicurata agli Stati Uniti, la propaganda governativa si modificò, invitando le donne-lavoratrici a tornare presso le proprie abitazioni per riprendere le attività domestiche oppure a tornare a svolgere la mansione precedente. La percentuale complessiva di donne-lavoratrici scese dal 36% al 28% del 1947.
Secondo alcuni commentatori, Rosie the Riveter fu la scintilla che permise l’introduzione in massa delle donne nel mondo del lavoro americano. Altri studiosi, che contestano questa visione, osservano che molte donne furono congedate dopo la guerra ed il loro lavoro fu affidato al personale maschile di ritorno dal conflitto mondiale.
Sicuramente la Seconda Guerra Mondiale rappresentò un momento di svolta anche per il lavoro femminile poiché le donne dimostrarono, a loro stesse prima di tutto, che potevano svolgere un lavoro maschile, e lo potevano fare bene.
L. J. Rupp, storica americana, in uno studio sulla seconda guerra mondiale scrisse: “Per la prima volta la donna-lavoratrice dominava l’immagine pubblica: non erano più solo madri, erano casalinghe che lavoravano in pantaloni”.
Una delle più famose donne-lavoratrici americane della seconda guerra mondiale, Elinor Otto, conosciuta come Last Rosie the Riveter, lavorò alla costruzione di aerei per altri 50 anni dopo la fine del conflitto, ritirandosi all’età di 95 anni.
 

BIBLIOGRAFIA

  • Bornstein, Anna ‘Dolly’ Gillan. Woman Welder/ Shipbuilder in World War II. Winnie the Welder History Project. Schlesinger Library, Radcliffe College. February 16, 2005
  • Campbell, D’Ann. Women at War with America: Private Lives in a Patriotic Era (Harvard University Press: 1984)
  • Herman, Arthur. Freedom’s Forge: How American Business Produced Victory in World War II, Random House, New York, 2012
  • Knaff, Donna B. Beyond Rosie the Riveter: Women of World War II in American Popular Graphic Art (University Press of Kansas; 2012

CONDIVIDI

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su pinterest
Condividi su whatsapp
Condividi su email

COMMENTI

ARTICOLI CORRELATI

Le nostres storie direttamente nella tua mailbox