La morte di Luigi Tenco

E’ il dicembre 1965. In Italia in vetta alle classifiche dei singoli più venduti c’è “Il silenzio” con la tromba di Nini Rosso e la voce di Dalida. Sta iniziando l’inverno, si chiude il Concilio Vaticano II, Moro è da due anni alla guida del primo governo di centrosinistra e Saragat è presidente della Repubblica. 
In Argentina tutti ascoltano la sigla di chiusura della telenovela El amor tiene cara de mujer. Sta iniziando l’estate, e un medico dai genitori lombardi, Arturo Illia, è presidente da due anni (e lo sarà ancora per pochi mesi prima che un generale bussi alla Casa Rosada).
All’aeroporto di Buenos Aires un 27enne dalla barba di un paio di giorni, moro e dallo sguardo tenebroso, che si atteggia a James Dean, scende dall’aereo in arrivo da Roma. Ad accoglierlo centinaia di persone assiepate alle transenne. Anzi, una folla che non si può trattenere, che sfonda e porta in trionfo l’uomo venuto dall’Italia. Quell’uomo è Luigi Tenco, ed è l’autore e l’interprete di “Ho capito che ti amo”, la sigla della telenovela più in voga sotto il cielo di Baires. Con Tenco c’è l’amico compositore Gian Franco Reverberi (“Luigi era il mio miglior amico”, ha dichiarato anche recentemente a Famiglia Cristiana nel 50esimo della scomparsa del cantautore). E’ lui che più volte ha ricostruito l’emozione di quella tournée sudamericana, con le radio che facevano la cronaca del viaggio dall’aeroporto in città, l’arrivo sul set dove si gira l’ultima puntata della telenovela, le ovazioni, l’esibizione al Casino Philips. Tenco conosce una gloria che in Italia non ha.
Ma… ma quando si scrive di Tenco c’è sempre un ma. Ma come faceva un militare di leva, qual era l’esponente della scuola genovese, a volare dall’altra parte del mondo? E’ chiaro che nessuna folla tripudiante l’avrebbe salvato dal tribunale militare se non avesse avuto un permesso speciale. Ma la Difesa, la Patria, erano così sensibili alle esigenze artistiche dei propri militari?
E’ sulla risposta a questa domanda che diversi criminologi, dietrologi, complottisti, giornalisti d’inchiesta, blogger, e chi più ne ha ne metta, hanno costruito la “pista argentina”.
Perché sul fatto che Luigi Tenco non si sia suicidato ci sono ormai numerose perizie. Ma se omicidio fu, qual era il movente?
Torniamo però alla morte. A quella stanza 219 dell’hotel Savoy, in quella notte del 27 gennaio 1967, quando Tenco è da poco stato eliminato dal festival con la canzone “Ciao amore ciao” presentata in coppia con Dalida (sì, ironia della sorte la stessa interprete che veleggiava in classifica un anno prima con una canzone su un militare quando Tenco doveva essere in divisa mentre invece era a Buenos Aires).
Perché non può essersi suicidato? I pareri medico-legali (l’ultimo in ordine di tempo quello del professor Alberto Bellocco per il giornalista Aldo Colonna, autore di una nuova biografia di Tenco) evidenziano che la direzione di entrata e uscita del proiettile proverebbe che il colpo fu esploso impugnando la pistola da dietro la tempia, posizione per lo meno inconsueta per un aspirante suicida. E poi c’è l’assenza sulla mano destra delle particelle metalliche normalmente presenti dopo aver sparato, la stessa mano che nelle foto d’epoca appare peraltro priva di schizzi di sangue, quelle che invece ci sono quando ci si suicida con un colpo alla testa. Vi è poi chi ha chiesto perizie balistiche poiché ritiene che il proiettile che uccise Tenco sarebbe stato esploso da una Beretta e non da una Walther Pkk, l’arma che il cantautore teneva con sé dopo che due auto avevano tentato di speronarlo poco tempo prima. Vi è l’approssimazione delle indagini dell’epoca, con il cadavere prima fatto portare via dalla stanza e poi rimesso lì per le foto della stampa, con Tenco ritratto con le gambe sotto il comò, e la pistola sotto la gamba. Nessuna autopsia nel 1967, si dirà per motivi di mancanza di fondi (sarà poi eseguita nel 2006). Con il commissario che conduce le indagini Arrigo Molinari che si scoprirà poi essere iscritto alla lista P2. Però c’è il biglietto autografo, Tenco ha firmato la sua morte, che bisogno c’era di analisi e controanalisi. Anche su questo periti grafologici hanno avanzato dubbi sulla veridicità di quel biglietto.
Ma allora, parafrasando De Gregori, a chi poteva interessare uccidere il giovane angelo? Perché voleva annunciare che il festival era truccato? Beh, allora ogni anno ci sarebbe una strage sulla Riviera, perché da che mi ricordi ogni eliminato grida alla combine e al complotto. E perciò torniamo alla pista argentina. Tenco fu lasciato andare nonostante fosse sotto la leva a patto di fare qualche favore a qualcuno una volta giunto in Sudamerica?
Un sottobosco musicale di impresari, servizi segreti deviati, eversione nera, magari una spruzzata di marsigliesi ed ecco che il cocktail è servito. Le prove non ci sono ma si può ipotizzare che Tenco si sia trovato a far da tramite in qualche affare particolarmente confidenziale e che a un certo punto, conoscendone il temperamento e le idee sia stato giudicato inaffidabile. Uno pronto a raccontare tutto in conferenza stampa. Uno da eliminare. Tenco, che politicamente era da schierare sulla fascia sinistra, potrebbe essersi avvicinato inconsapevolmente alla sottile linea nera? Quella linea eterea che sa di sacrestia, finanza, ex nazisti, servizi deviati e che va costruita sulla rotta Genova-Buenos Aires. La Genova del periodo immediatamente successivo alla Seconda guerra mondiale fu una centrale di smistamento di gerarchi e Ss assortiti in cerca di un lasciapassare e di una nuova identità per salpare per il Sudamerica. Il tropico del Capricorno divenne il luogo dove tenere in sonno i principi neri sopravvissuti. Quelli che con Baffone oltre Cortina non si sa mai. La storia della sottile linea nera è ancora da scoprire, è un graffito da cui affiorano solo piccoli frammenti. Forse, se un giorno si riuscirà a portarla alla luce, s’illumineranno anche le ultime ore di Tenco.

Sante Bresci

BIBLIOGRAFIA

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