Ettore Majorana, la scomparsa misteriosa di un genio

Tempo di lettura: 9 minuti

Il 26 marzo del 1938, alle 19 di sera, il piroscafo postale che collega la Sicilia al continente, parte da Palermo ed arriva a Napoli alle 5,45 del mattino seguente. Ettore Majorana è tornato nella sua stanza d'albero a Napoli? Il professore di Fisica è tornato all'Università?...

«Sono nato a Catania il 5 agosto del 1906. Ho seguito gli studi classici conseguendo la licenza liceale nel 1923; ho poi atteso regolarmente agli studi di ingegneria in Roma fino alla soglia dell’ultimo anno. Nel 1928 ho chiesto ed ottenuto il passaggio alla Facoltà di Fisica e nel 1929 mi sono laureato in Fisica Teorica sotto la direzione di Enrico Fermi. Negli anni successivi ho frequentato l’istituto di Fisica di Roma seguendo il movimento scientifico e attendendo a ricerche teoriche di varia indole. Ininterrottamente mi sono giovato della guida sapiente e animatrice del professore Enrico Fermi.» 

Queste notizie sulla carriera didattica furono scritte nel 1932, in seguito alla richiesta di una sovvenzione al consiglio Nazionale delle Ricerche per un viaggio in Germania e Danimarca che un giovane professore voleva intraprendere dietro suggerimento di Fermi.
La storia inizia in un giorno di primavera.
25 marzo 1938, ore 23,30.
Un piroscafo della società Tirrenia è fermo nel porto di Napoli, a breve partirà con destinazione Palermo.
A bordo di quella nave vi è un uomo, un giovane professore di Fisica, magro e molto elegante.
Il suo nome è Ettore Majorana.
L’uomo ha da poco imbucato una lettera all’indirizzo di Antonio Carelli, professore di Fisica Sperimentale presso l’Università di Napoli.
E’ una lettera che incute timore: «Caro Carrelli, ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti. Anche per questo ti prego di perdonarmi, ma soprattutto per aver deluso tutta la fiducia, la sincera amicizia e la simpatia che mi hai dimostrato in questi mesi. Ti prego anche di ricordarmi a coloro che ho imparato a conoscere e ad apprezzare nel tuo Istituto, particolarmente a Sciuti; dei quali tutti conserverò un caro ricordo almeno fino alle undici di questa sera, e possibilmente anche dopo.»
Poco prima di partire Majorana aveva lasciato una seconda lettera, nella stanza d’albergo nella quale viveva, all’indirizzo dei propri familiari. «Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi.»
Entrambe le lettere ci rimandano al suicidio.
Il giovane professore di Fisica vuole morire.
Majorana si getterà in mare dal piroscafo che sbuffava verso Palermo.
Il giorno dopo, 26 marzo 1938, al professor Carelli, che non ha ancora ricevuto la lettera, giunge un telegramma da Palermo con il seguente testo: «Non allarmarti. Segue lettera. Majorana.»
Il giorno stesso scrive ed invia una lettera a Carelli con il seguente testo: «Caro Carrelli,
Spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e la lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all’albergo Bologna, viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però intenzione di rinunziare all’insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli.»
Il 26 marzo del 1938, alle 19 di sera, il piroscafo postale che collega la Sicilia al continente, parte da Palermo ed arriva a Napoli alle 5,45 del mattino seguente.
Ettore Majorana è tornato nella sua stanza d’albero a Napoli?
Il professore di Fisica è tornato all’Università?
No.
Ettore Majorana non è a Napoli, non è a Catania dai genitori, non è a Roma da amici.
E’ scomparso.
Dov’è finito?
Dobbiamo retrocedere per avanzare.
Agli inizi degli anni trenta la fisica italiana sta conoscendo un periodo particolarmente fortunato: sono i magnifici anni dei ragazzi di via Panisperna, dal nome della via dove si trovava il Regio Istituto di Fisica dell’Università di Roma. I ragazzi di Via Panisperna era un gruppo di geniali studiosi coordinati da Enrico Fermi.
Nel silenzio di quell’istituto saranno effettuate le prime importanti ricerche per arrivare al primo reattore nucleare.
Passaggio fondamentale nella narrazione.
Per il suo carattere distaccato, critico e scontroso gli fu affibbiato il soprannome di Grande inquisitore. In verità tutti i giovani fisici dell’Istituto di via Panisperna avevano un soprannome mediato in gran parte dalla gerarchia ecclesiastica, così Fermi era il Papa, Rasetti, che spesso sostituiva Fermi in alcune mansioni importanti, il Cardinale Vicario, Corbino era il Padreterno,Segrè era Basilisco, mentre Amaldi, per le sue delicate fattezze fisiche, era chiamato Gote rosse, o Adone, un titolo di cui non era affatto entusiasta.
Ettore Majorana è uno di quei ragazzi, il più dotato, il genio del gruppo.

Di lui Enrico Fermi dirà: «Al mondo ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e terzo rango, che fanno del loro meglio ma non vanno lontano. C’è anche gente di primo rango, che arriva a scoperte di grande importanza, fondamentale per lo sviluppo della scienza. Ma poi ci sono i geni come Galileo e Newton. Ebbene Ettore era uno di quelli. Majorana aveva quel che nessun altro al mondo ha. Sfortunatamente gli mancava quel che è invece comune trovare negli altri uomini: il semplice buon senso.»
Majorana si lasciò convincere ad andare a Lipsia, grazie ad una sovvenzione del Consiglio Nazionale delle Ricerche. La trasferta durò circa sei mesi. L’incontro con Werner Heisenberg fu proficuo, tanto che questi riuscì dove Fermi e molti altri avevano fallito: far pubblicare a Majorana sulla Teoria Nucleare all’interno del Giornale di Fisica.
Trascorso il periodo di permanenza a Lipsia torna in Italia.
Sembra non volersi più occupare di Fisica.
Non frequenta il gruppo di Via Panisperna.
Si chiude in casa e non parla con nessuno, salvo qualche parola con sporadici amici.
Lavora, anche dodici ore al giorno.
Lavora a cosa?
Non lo dice a nessuno.
Si occupa di Fisica, certamente.
Scrive tutto il giorno ma la sera, distrugge il lavoro della giornata.
Di questo periodo restano due brevi saggi.
Quindi, a cosa lavora?
Sembra che effettui ricerche sull’antimateria: esiste una particella chiamata, in onore dello scienziato che l’ha teorizzato, fermione Majorana. Nella fisica delle particelle questo fermione è una particella che che è anche la propria antiparticella.
A tutt’oggi non esiste nessuna evidenza sperimentale di osservazione di fermioni da parte di Majorana.
Nel luglio del 1938 iniziò la campagna antisemita in Italia con la pubblicazione del manifesto della razza e le successive leggi razziali, per cui Enrico Fermi dovette rinunciare alla collaborazione di alcuni suoi assistenti. La stessa moglie di Fermi, Laura Capon, essendo ebrea era soggetta alle persecuzioni razziali, insieme ai loro figli. La moglie ricorderà in un libro che la coppia decise di lasciare l’Italia in seguito all’attuazione delle leggi sulla razza.
Occorre ricordare che lo stesso eminente scienziato era soggetto a controlli di ogni sorta da parte del regime.
Ettore vive questa situazione per quattro lunghi anni, poi viene a conoscenza dell’esistenza di un concorso per l’insegnamento di Fisica presso l’Università di Roma.
L’università blocca l’iscrizione, probabilmente perché i posti erano assegnati e Majorana avrebbe scardinato il sistema, e lo nomina, senza concorso, professore di Fisica all’Università di Napoli.
Direttore della facoltà Antonio Carelli, persona cui Majorana scrisse la lettera, il telegramma e la nuova lettera prima di scomparire.
Iniziano le indagini da parte della Polizia.
Il capo della Polizia, Arturo Bocchini, riceve una lettera a firma del senatore Giovanni Gentile dove è richiesto di ascoltare il dottor Salvatore Majorana sul disgraziato caso del fratello scomparso.
La madre di Ettore ed Enrico Fermi scrivono a Benito Mussolini, che richiede il fascicolo al capo della Polizia. Chiudendo la lettura degli atti, Mussolini sciabola sulla copertina la seguente frase: Voglio che si trovi.
Il fascicolo torna ad Arturo Bocchini. Dopo aver letto la frase del capo del Governo scrive, in tono dimesso e con grandezza inferiore al capo: I morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire.
Le indagini, sviluppatesi in varie direzioni, non porteranno a nulla.
Indiscrezioni e segnalazioni che non portano, e non porteranno a nulla.
Di concreto c’è solo il fatto che Ettore Majorana è scomparso.
Per sempre.
In una manciata di polvere ti mostrerò lo spavento, dice il poeta.
Questo spavento ha visto Majorana in una manciata di atomi?
Ha precisamente visto la bomba atomica?
In quella manciata di atomi ha visto la fine del mondo?
Chi lo frequentava allora lo vedeva spaventato, diceva: «Siamo sulla strada sbagliata. Gli scienziati sono sulla strada sbagliata.»
Ore 8,16 del 6 agosto 1945.
Una bomba all’uranio è sganciata su Hiroshima.
I morti sono 60.175, saliti ad oltre 100.000 negli anni seguenti a causa delle radiazioni.
«Siamo sulla strada sbagliata. Gli scienziati sono sulla strada sbagliata.»
Fabio Casalini

BIBLIOGRAFIA

Salvo Bella – Rivelazioni sulla scomparsa di uno scienziato: Ettore Majorana – Edizioni Italia Letteraria, Milano, 1975
 
Leandro Castellani – Dossier Majorana – Milano, Fratelli Fabbri Editori, 1974
 
Alessandro Maurizi – Il destino di Majorana – Macerata, Simple edizioni, 2009
 
Leonardo Sciascia – La scomparsa di Majorana – Einaudi, 1975

CONDIVIDI

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su pinterest
Condividi su whatsapp
Condividi su email

COMMENTI

ARTICOLI CORRELATI

Le nostres storie direttamente nella tua mailbox