Re Artù, una leggenda scolpita nella pietra

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Per quale motivo Re Artù si trova scolpito nella pietra del Duomo di Modena?

La cattedrale di Modena è dedicata a Santa Maria Assunta in Cielo e San Geminiano. L’edificio rappresenta un assoluto capolavoro dello stile romanico. La costruzione religiosa fu realizzata dall’architetto Lanfranco nel sito del sepolcro di San Geminiano. All’interno della cripta del Duomo si trovano le reliquie del santo conservate dentro un’urna, che dovrebbe risalire al IV secolo, ricoperta da una lastra di pietra e sorretta da colonne di spoglio. A fianco della cattedrale sorge la celebre torre campanaria, denominata al Ghirlandina. Per lo svolgimento dell’articolo sono importanti le date: una lapide all’esterno dell’abside maggiore riporta come data di fondazione della nuova cattedrale il 9 giugno del 1099. L’iscrizione riporta anche il nome del costruttore, Lanfranco. La pietra fu posta nell’ultimo anno del primo secolo del nuovo millennio. Un salto temporale e spaziale ci attende, non sarà l’ultimo.

Nel 1135 nacque, grazie al chierico gallese Goffredo di Monmouth, la materia di Bretagna nota come ciclo arturiano. La leggenda di Artù prese il via nella Francia Settentrionale con Historia regum Britanniae di Goffredo, romanzo d’amore, di magia e d’avventura. Intorno alla metà del 1100 un poeta normanno, Maistre Wace, la tradusse in versi, rendendola accessibile al grande pubblico e decretandone il definitivo successo. La domanda sorge spontanea: Goffredo di Monmouth dove trovò le informazioni essenziali per costruire il romanzo? Dobbiamo tornare indietro nel tempo e risalire la linea della storia sino al VI secolo. Artù appare per la prima volta nella letteratura gallese, in un poema di Gododdin nel 594. Negli stessi anni un poeta gallese, Aneirin, scriveva: «..nutriva con i corvi neri sui baluardi, pur non essendo Artù». Questo passo sta a significare che il poeta era a conoscenza dell’esistenza di un certo Artù, e che qualcuno non era in grado di emularlo. Un’ulteriore conferma a riguardo della tradizione gallese per la nascita del mito d’Artù si trova in alcuni scritti di Taliesin, contemporaneo dei precedenti autori, che ricorda «un Artù ferito» in un poema. Negli stessi scritti il poeta gallese riporta la seguente frase: «…noi partimmo con Artù nei suoi splendidi labours.. ». All’interno dello stesso poema possiamo imbatterci nell’affermazione «..come alla battaglia di Badon con Artù, il capo che organizza banchetti, con le sue grandi lame rosse della battaglia che tutti gli uomini possono ricordare».
A questo punto cosa possiamo comprendere?
Il ciclo-bretone d’Artù prende vigore agli inizi del XII secolo, cogliendo spunti dal ciclo-gallese di seicento anni precedente.
L’introduzione dell’articolo attiene alla cattedrale di Modena, vi sareste chiesti il perché.
Nel cuore della pianura padana vi è un luogo ove la leggenda d’Artù è scritta su pietra, a perenne memoria di chi avesse cercato nelle sculture esterne del luogo sacro storie e misteri.
Sul lato sinistro della cattedrale vi è una porta, chiamata della Pescheria perché nei pressi della stessa vi era un banco per la vendita del pesce, che attira il nostro sguardo ed attenzione.
Sulla volta della porta è narrato l’assalto d’alcuni cavalieri armati ad un castello. Al centro del castello s’intravede una prigioniera in versione supplicante con lo sguardo rivolto ai cavalieri, assaltatori, mentre il guardiano solleva il ponte levatoio.
Entriamo nella scena.
Partendo da sinistra si legge il nome di Isdernus: il cavaliere è rappresentato armato di lancia, scudo e armatura. Il suo prodigarsi in direzione del castello è evidente.
Il secondo personaggio è l’unico, di tutta la rappresentazione, senza nome. Poniamo attenzione su questa scena: è sicuramente un cavaliere poiché è dotato di lancia e scudo, ma è senza armatura. La scritta Artus de Bretania si trova tra il secondo ed il terzo cavaliere, dotato d’armatura, scudo e lancia. Inoltre l’arma è dotata di stendardo, segno di nobiltà. Non è detto che sia il terzo cavaliere quello identificabile con l’iscrizione Artus de Bretania, potrebbe essere il secondo senza armatura.
E’ un segno di riconoscimento?
Potrebbero aver pensato di lasciare in primo piano l’uomo rispetto al cavaliere?
Proseguiamo nella lettura dell’assalto al castello.
Il terzo cavaliere, quello identificato dalla scritta Artus de Bretania in alto, è affrontato da un uomo armato di piccone. Il contadino è nominato Burmaltus. All’interno del castello vi è una donna prigioniera, il cui nome è Winlogee. Il carceriere che solleva il ponte levatoio per difendersi dall’assalto dei cavalieri è nominato Mardoc. Alla destra del castello vi è un cavaliere difensore, il cui nome è Carrado. Questo cavaliere si difende dall’arrivo di tre combattenti che rispondono al nome di Galvagin, Galvariun e Che.
Ora dobbiamo porre nell’ambiente della leggenda del ciclo arturiano questi personaggi.
Isdernus potrebbe essere Sir Ivano. Artus de Bretania non è indicato come Re, rimanendo nel dubbio su quale dei due cavalieri, sotto l’indicazione del nome, sia rappresentato dai costruttori della cattedrale. Guardando a fondo la scena ho avuto l’impressione che i due uomini scolpiti nella pietra possano essere la stessa persona, una nei panni del condottiero e l’altra in quelle di guerriero. Il comandante che incita le truppe all’assalto è lo stesso che si pone al comando dei cavalieri per espugnare il castello. La donna tenuta prigioniera altro non è che Ginevra: Winlogee in gallese risulta Gweenhwyfar con significato di anima bianca. Gli assedianti dalla parte opposta rispetto ad Artù sono Galvagin o Sir Galvano, Galvariun o Sir Galleron di Galway e Che o Sir Kay, uno dei primi cavalieri della tavola rotonda. Il difensore Carrado è Carados.
Una particolarità risiede nel fatto che la scena narrata nella pietra della cattedrale è un episodio tratto dal Durmat le Galoise, di quasi un secolo posteriore.
Si nota che in tutto questo non esiste mistero.
Tutto è perfettamente rintracciabile nella storia o nella letteratura.
Gli antichi costruttori che lavorarono all’edificazione del Duomo di Modena erano a conoscenza delle narrazioni su Artù, poiché circolavano per le terre d’Europa da sei secoli.
Il piccolo mistero dell’uomo senza nome potrebbe avere diverse spiegazioni: hanno voluto rappresentare un anonimo cavaliere oppure hanno cercato di rappresentare Artù nella doppia veste di condottiero e guerriero.
Se qualcosa di particolare vogliamo trovarlo, dobbiamo cercarlo nel legame che unisce le città di Modena e Bari.
Però questa è un’altra storia…

BIBLIOGRAFIA

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