Sull’orlo della foiba

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Le foibe restano un argomento complesso da narrare, ad oltre settant'anni dallo svolgimento degli eventi. Nelle foibe furono gettati i corpi di migliaia di cittadini italiani, eliminati per motivi politici dall'esercito di liberazione jugoslavo di Tito....

Foiba è il termine con cui s’indicano grandi inghiottitoi tipici della regione carsica e dell’Istria. Le foibe non sono particolari tipologie di caverne, come spesso troviamo indicato, ma voragini rocciose a forma d’imbuto rovesciato creato dall’erosione dei corsi d’acqua.

Alcune di loro possono raggiungere i 200 metri di profondità. La voce foiba deriva dal termine dialettale dell’area giuliana, che a sua volta deriva dal latino fovea (fossa).

Il più antico documento dove compare tale termine è una relazione ufficiale del 1770, scritta dal naturalista Alberto Fortis.
Le foibe sono entrate nella memoria collettiva, a fatica e con oltre mezzo secolo di ritardo, per gli eccidi ai danni della popolazione italiana del confine orientale, avvenuti nel periodo compreso tra la seconda guerra mondiale e l’immediato dopoguerra.
Le foibe restano un argomento complesso da narrare, ad oltre settant’anni dallo svolgimento degli eventi.
Nelle foibe furono gettati i corpi di migliaia di cittadini italiani, eliminati per motivi politici dall’esercito di liberazione jugoslavo di Tito.
Quali le possibili motivazioni alla base di questi massacri?
Esistono delle spiegazioni possibili per i massacri, anche perpetrati in tempo di guerra?
Vi possono essere almeno due cause scatenanti, proviamo a leggerle: da una parte l’italianizzazione perseguita durante il periodo fascista nelle aree mistilingue del confine orientale e dall’altra la politica espansionistica di Tito, compresa l’ambizione di annettere alla nuova Jugoslavia comunista Trieste e il goriziano. [1]
Le prime esecuzioni avvennero nel 1943, nelle ore che seguirono la firma dell’armistizio.
Il primo risultato dell’armistizio del giorno 8 di settembre fu l’immediato collasso del Regio Esercito. Dal 9 settembre i tedeschi occuparono Trieste, Pola e Fiume lasciando sguarnito il resto della regione. I partigiani riuscirono ad impadronirsi delle zone non occupate dall’esercito tedesco.
Il 13 settembre fu proclamata, a Pisino, l’annessione dell’Istria alla Croazia da parte del consiglio di Liberazione Popolare per l’Istria. Nel breve volgere di poche ore furono istituiti improvvisati tribunali che rispondevano ai comitati di Liberazione. Questi tribunali emisero centinaia di condanne a morte. I condannati non si trovavano esclusivamente nelle file dei fascisti, ma anche in quelle d’italiani che potevano essere considerati nemici del futuro stato comunista jugoslavo. [2]
Il numero dei morti relativi all’autunno del 1943 potrebbe aggirarsi tra i 400 e i 600.
L’armistizio, con relativa fuga del Re e del maresciallo Badoglio, è lontana nel maggio del 1945 quando in buona parte dell’Italia settentrionale la guerra è finita. Quasi tutte le regioni del settentrione guardano al futuro dopo la resa dei conti avvenuta nel mese di aprile.
Una parte del nostro paese è ancora avvolta dalle nebbie: a Trieste, Gorizia, Monfalcone e in altri centri dell’est Italia si vivono giornate oscure e dense di morte.
«Folate di paura che corrono per le strade. Le città e i paesi sono serpeggiati da una epidemia mortale che può insinuarsi in ogni casa[3]
In quei frangenti le popolazioni del Venezia Giulia maledicono la lentezza delle operazioni alleate poiché debbono confrontarsi con l’occupazione delle forze partigiane di Tito.
Una nuova tragedia è alle porte, alimentata dal ricordo degli infoibati del 1943.
Trieste occupata scivola nella paura: «Divieto assoluto di circolazione in città per i civili dalle 8 di sera alle 10 del mattino». Il giorno seguente un nuovo avviso: «Domani 4 maggio all’una del mattino tutti gli orologi vengono spostati indietro di un’ora, in modo da uniformare il tempo con quello del resto della Jugoslavia[4]
Gli avvisi sono l’anticamera di perquisizioni, fermi, incarceramenti e sequestri di beni. Per gli esseri umani non possiamo parlare di sequestri ma di scomparse: «Molti triestini scomparivano. Uscivano a comprare il pane e le sigarette, e non tornavano più. »[5]
Scomparvero fascisti di basso profilo – che a differenza dei gerarchi non erano riusciti a fuggire – carabinieri, finanzieri, funzionari di banca, insegnanti, avvocati e commercianti.
Una parola correva per le vie delle città: OZNA.
Questo termine alimentava paura e terrore.
L’OZNA era la polizia politica jugoslava: «Non era più l’arroganza burocratica del fascismo, ma qualcosa di molto diverso, ossia un arbitro misterioso, che somigliava a quello del caso o del destino. Tutti comunque si rendevano conto che le cose erano profondamente cambiate, mutate un’altra volta[6]
Si susseguono arresti e scomparse.
Le scomparse come si concludono?
Spesso con uccisioni efferate: tra i tanti da ricordare i casi dei democristiani Carlo Dell’Antonio e Romano Meneghello o, ancora, del prete Don Francesco Bonifacio, torturato e assassinato.
Il corpo di Don Francesco mai sarà ritrovato.
Dagli scritti dell’ex sindaco di Trieste, Gianni Bartoli, e dai documenti inglesi si rileva che «molte migliaia di persone sono state gettate nelle foibe locali». Queste fonti si riferiscono esclusivamente alla città di Trieste, escludendo il resto della Giulia e dell’Istria.
Le informazioni giunsero al governo presieduto da Alcide De Gasperi, che nello stesso maggio chiese ragione a Tito di 2500 morti e 7500 scomparsi nella regione della Venezia Giulia.
Tito confermò l’esistenza delle foibe come luogo d’occultamento dei cadaveri.
L’atteggiamento del governo italiano?
In data 26 luglio 1945 De Gasperi dava alle ambasciate a Washington e a Londra la seguente direttiva: «Di fronte alle continue notizie di vessazioni, violenze, arbitri compiuti dai partigiani di Tito non c’è possibile assistere più oltre passivamente alla tragedia di decine di migliaia di italiani, che supera in crudeltà, metodi e sistemi quanto gli stessi tedeschi hanno compiuto in questi ultimi anni in Europa».[7] 
La conclusione era la richiesta di una Commissione internazionale di indagine sulla Venezia Giulia. Con lettera 28 agosto 1945 era inviata una prima relazione sulle atrocità commesse dagli jugoslavi nella Venezia Giulia. Il giorno successivo un’altra relazione segnalava i nominativi degli agenti della Croce Rossa Italiana arrestati a Trieste e a Pola dalle autorità jugoslave. Il 15 settembre era inoltrata una protesta presso la Commissione alleata per danni alle banche, il 27 settembre 1945 un secondo rapporto documentava le atrocità commesse dagli slavi. [8]
Quale fu la sorte dei triestini e degli abitanti della Giulia?
La voce ad un sopravvissuto, Giovanni Radetticchio: «Trascorsi giorni di dura prigionia, durante i quali fummo selvaggiamente percossi e patimmo la fame. Una mattina sentì uno dei nostri aguzzini dire agli altri – facciamo presto perché si parte subito – infatti fummo condotti in sei, legati insieme con un unico filo di ferro, oltre al quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia.»[9]Il sopravvissuto continua: «ci fermammo ai piedi di una collina dove ci fu appeso alle mani legate un sasso di almeno venti chili. Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba. Uno di noi si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi con mitra puntato su una roccia, ci impose di seguirne l’esempio. Poiché non mi muovevo mi sparò contro. Il proiettile spezzò il filo di ferro che teneva legata la pietra, cosicché quando mi gettai nella foiba il sasso era rotolato lontano da me. La cavità aveva una larghezza di 10 metri e una profondità di 15 fino alla superficie dell’acqua. Cadendo non toccai il fondo e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia[10]
L’esecuzione sommaria e l’infoibamento sono il destino di una parte degli arrestati.
Basovizza, Opicina, Prosecco, Cruscevizza e molte altre località, sono i nomi ove tutto ciò si consumò.
Quali i numeri di questo massacro?
Gli infoibati sono difficili da conteggiare poiché in moltissimi casi non è stato possibile recuperare il corpo. Agli infoibati sono da aggiungere i prigionieri deceduti nei campi di prigionia della Slovenia e della Croazia.
La cifra più diffusa oscilla tra 10.000-12.000 deceduti.
Una domanda che si dovrebbe porre è la seguente: perché le foibe non sono entrate nel patrimonio collettivo della nazione?
«Le spiegazioni rinviano ad una sorta di silenzio di stato che è caduto sulle stragi già nell’immediato dopoguerra. Sono state infatti le ragioni della politica internazionale e di quella nazionale a limitare la conoscenza..»[11]
il 30 marzo del 2004 con la legge numero 92 fu istituita la solennità civile nazionale denominata “Il giorno del Ricordo”. Lo scopo è quello di conservare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalla loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. La data prescelta è il giorno in cui, nel 1947, fu firmato il trattato di Pace che assegnava alla Jugoslavia l’Istria e la maggior parte della Venezia-Giulia.
Il Giorno del ricordo è celebrato – dal 2006 – dalle massime autorità politiche italiane con una cerimonia solenne nel palazzo del Quirinale al cospetto del presidente della Repubblica, che conferisce le onorificenze alla memoria ai parenti delle vittime. Il testo della legge numero 92 del 30 marzo 2004 riporta, oltre alla motivazione dell’istituzione della giornata: «Nella giornata sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte d’istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende
 
Fabio Casalini

[1] Josip Broz, conosciuto con il nome di battaglia di Tito, comandò l’esercito popolare per la liberazione della Jugoslavia dal 4 luglio del 1941.
[2]Un esempio di questi massacri: nella città di Rovigno, il comitato di Liberazione compilò una lista contenente fascisti ma anche persone estranee al partito. Furono condotti a Pisino. La maggioranza di loro fu gettata ancora viva nelle foibe.
[3] Carlo Sgorlon – La foiba grande – Mondadori, 1992
[4] Galliano Fogar – Trieste in guerra 1940/1945 – Trieste 1999
[5] Carlo Sgorlon – La foiba grande – Mondadori, 1992
[6] Carlo Sgorlon – La foiba grande – Mondadori, 1992
[7] Diego De Castro – Il Problema Trieste – Editore Cappelli – 1953
[8] Il Piccolo di Trieste – De Gasperi e le foibe – 2005
[9] Gianni Oliva – Foibe – Mondadori, 2002
[10] Gianni Oliva – Foibe – Mondadori, 2002
[11] Gianni Oliva – Foibe – Mondadori, 2002

BIBLIOGRAFIA

Gianni Oliva – Foibe – Mondadori, 2002
Diego De Castro – Il Problema Trieste – Editore Cappelli – 1953
Carlo Sgorlon – La foiba grande – Mondadori, 1992
Galliano Fogar – Trieste in guerra 1940/1945 – Trieste 1999
Fotografie 
1- Recupero di resti umani da una foiba
2- Schema di una foiba tratto da una pubblicazione del 1946 del CNL istriano.
3- Territori controllati dagli Alleati(rosa/rosso) e dai tedeschi (bianco) al 1/5/1945.
4- Recupero dei resti umani dalle foibe.

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