Le veneri paleolitiche

E’ possibile che la bellezza, o quella che noi riteniamo tale, muti nel corso del tempo?

Ogni tempo ha un suo canone di bellezza?
Il canone di bellezza è un ideale estetico concernente il corpo che è riconosciuto dalla società in un determinato momento storico. Il canone si esprime attraverso varie forme ed è tramandato grazie alle espressioni artistiche.
La rappresentazione di un corpo nell’arte di un determinato momento permette a noi, uomini e donne del secolo tecnologico, di comprendere cos’era considerato bello in un tempo passato.
L’essere umano ha sempre manifestato la volontà di tramandare la bellezza?
Forse sin dagli albori della sua esistenza.
Forse.
La Dea Venere era principalmente associata all’amore, alla bellezza e alla fertilità. Venere era l’equivalente della Dea greca Afrodite. Bellezza e fertilità. La preistoria dell’uomo ha donato qualcosa che non siamo ancora in grado di comprendere. Molti aspetti della storia antica sono esterni alla nostra coscienza. Dovremmo rivedere completamente il nostro passato. Per utilizzare una frase di Marija Gimbutas “la memoria collettiva umana va rimessa a fuoco.[1]
Si è scoperto che la selce scolpita in sembianze femminili e animali risale ad un’epoca antichissima, forse – per molti – un tempo prima del tempo: potrebbero risalire a circa 500.000 anni fa. Da 100.000 anni fa si pongono deliberatamente pietre triangolari sulle sepolture e s’intagliano coppelle nella pietra.  Da 40.000 anni prima della nostra epoca scoppia l’arte rupestre: graffiti, pitture ed intagli nella roccia.
Il dono degli antichi, giunto sino a noi, in cosa consiste?
Statuette dove il volto della donna era, generalmente, abbozzato per lasciare spazio all’evidenza del seno e del ventre. Ventre rigonfio a testimonianza della funzione materna della donna.  La Dea del Paleolitico e del Neolitico è partenogenetica, crea la vita da se stessa. E’ la primigenia Dea Vergine, sopravvissuta in numerose forme culturali sino ad oggi.  Utilizzando ancora Marija Gimbutas possiamo comprendere che “la Vergine Maria cristiana è una versione retrocessa della divinità originale”. [2]
Dalle testimonianze giunte sino a noi appare chiaro che la capacità della donna di generare la vita e nutrire i bambini, per mezzo del corpo, fosse ritenuta sacra e venerata come metafora della creazione divina.  Le statuette raffiguranti le prime veneri hanno dimensioni disparate, e contenute: dai quattro centimetri ai 20.  I materiali più usati sono la steatite e la calcite.
“La pietra è.”[3]
In queste povere parole di Mircea Eliade tutta la sostanza della materia. La pietra rimane sempre se stessa e perdura nel tempo. Vi era prima di noi, ci accompagna lungo il cammino e ci sarà dopo di noi. Nella coscienza religiosa degli antichi abitanti questo concetto era contemplato. La pietra rimane se stessa e colpisce. L’uomo primitivo prima di utilizzarla la colpiva, poiché lo sguardo anticipava il corpo. La pietra non è umana: l’uomo nell’incontro con la roccia si avvicina ad una realtà diversa, un mondo distaccato dal proprio. La pietra rappresenta il divino. L’uomo non adorava la pietra perché tale, ma come riconoscimento della manifestazione divina.
Molte rappresentazioni di veneri sono state rinvenute e portate alla luce del mondo.

La più antica dovrebbe, serve il condizionale perché molte polemiche sono aperte sul riconoscimento di quest’ipotetico manufatto, essere la Venere di Tan-Tan, dal luogo in Marocco dove è stata portata alla luce. La statuetta è alta circa 6 centimetri e datata in un intervallo che va dai 500.000 ai 300.000 anni prima di Cristo. In origine era ricoperta d’ocra rossa. Le polemiche concernono la diversa visione tra lo scopritore, Lutz Fiedler, ed altri studiosi. L’archeologo che la trovò ritiene che abbia naturalmente posseduto una forma simile a quell’umana, accentuata da una lavorazione con un cuneo di pietra.  Il professor Ambrose ritiene trattarsi di pietra la cui forma deriverebbe da fenomeni naturali come l’erosione di vento o acqua.

Dovrebbe essere, quasi, contemporanea della Venere di Berekhat Ram, rinvenuta sulle alture del Golan, Israele, nel 1981.  La rappresentazione della donna, in tufo rosso, è lunga 35 centimetri e presenta tre incisioni sulla superficie a voler marcare il collo e le braccia. La datazione dovrebbe attestarla a circa 230.000 anni fa. Questa realizzazione apparterrebbe all’homo erectus e non alla nostra specie. Insieme alla venere di Tan-Tan rappresenta il più antico esempio d’arte preistorica.
Ora ci attende un balzo di 200.000 anni.
Pensate a quanto deve ancora ridare la terra, provate a pensarci.

Con l’apparizione della Venere di Hohle Fels, dal luogo in Germania dove è stata rinvenuta, i dubbi svaniscono completamente. Trattasi di statuina paleolitica datata, al radiocarbonio, in un periodo tra i 31.000 e i 40.000 anni prima di noi. E’ associata alle prime presenze dell’homosapiens, cultura di Cro-Magnon, in Europa. La statuetta, di una grandezza di soli sei centimetri, è ricavata da una zanna di mammuth. L’evidenza dei fianchi, dei seni e del ventre rigonfio assumono caratteristiche marcate e distinguibili dalle precedenti.
Non potendo per questioni di spazio e per non asfissiare con un elenco noioso il lettore, parlo delle più famose e non di tutte quelle esistenti.

Avvicinandosi a tempi, relativamente, moderni abbiamo la Venere di Willendorf, forse la più o una tra le più conosciute. E’ una statuetta di 11 centimetri d’altezza raffigurante una donna e dipinta d’ocra rossa. La statua si colloca all’interno del culto della Madre Terra. La vulva e i seni gonfi rappresentano la prosperità, la speranza che la madre sia in grado di generare figli e di poterli mantenere in vita. A Willendorf, come in molti altri casi, fu utilizzata l’ocra rossa per ricoprire la statuetta. L’ocra rossa richiama la passione ma soprattutto il sangue mestruale, che annunciava la rinnovata capacità della donna di poter dare discendenza al genere umano. La rappresentazione di Willendorf è oggi visibile presso il Naturhistorisches Museum di Vienna. La datazione di questo prezioso manufatto è compresa tra i 26.000 e i 24.000 anni fa.

Da quest’elenco non poteva mancare la bellissima Venere di Brassempouy, dal nome della zona francese nella quale fu rinvenuta nel 1892. Risalendo a circa 25.000 anni fa è la più antica rappresentazione con tratti realistici di un volto umano. Purtroppo la statuetta è incompleta e a noi è giunta solo la testa, scolpita in avorio di mammut dall’altezza di circa 3,5 centimetri. Preziose risultano le informazioni circa il ritrovamento, per comprendere e porre la statua in un contesto. Nei pressi di Brassempouy vi sono due grotte, distanti poche decine di metri l’una dall’altra, che rappresentano i primi siti paleolitici esplorati in Francia. In una delle due grotte furono rinvenute nove figure umane, tra cui la nostra venere, ignorate a lungo poiché erano incomplete. L’archeologia muoveva i primi passi ed ancora non prestavano attenzione alle stratificazioni, in altre parole all’ambiente nel quale i manufatti erano rinvenuti. Uno dei primi archeologici, Edouard Piette, che indagò le grotte, ritenendo che le rappresentazioni umane fossero simili agli animali del periodo Magdaleniano – da 17.000 a 11.000 anni fa – le datò a quell’epoca. Oggi sappiamo che appartengono al periodo Gravettiano – da 29.000 a 20.000 anni fa. Interessante a riguardo il pensiero di Randall White, il quale sostiene che le figure emersero in un contesto socio-politico ed intellettuale coloniale ed ossessionato dalla razza. Inoltre lo studioso afferma che le proporzioni non corrispondono a nessuna popolazione umana attuale o passata, nonostante lo sforzo realistico dei suoi esecutori. [4]

Venendo al nostro paese, dobbiamo ricordare la Venere di Savignano sul Panaro, centro della provincia di Modena. La statua fu rinvenuta nel 1925 ad una profondità di circa 2 metri dal suolo. L’immagine misura oltre 20 centimetri ed è scolpita in serpentino tenero. Come nel caso della venere di Brassempouy il suo fortuito ritrovamento non ha permesso l’analisi della stratificazione e dell’ambiente nel quale è stata rinvenuta. Una datazione la pone a circa 35.000 anni fa, quindi tra le più antiche mai rinvenute. Oggi è possibile ammirarla al Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini di Roma.
Abbiamo compreso il significato?
Molti tentativi di spiegare la rappresentazione di vulva, seni, natiche e ventre rigonfio hanno dato origine ad ipotesi fantastiche. La fantasia è scaturita dal tentativo di spiegare l’antica simbologia attraverso la lente dei pregiudizi del secolo scorso. Tra queste una che trovo assurda e maschilista consiste nella spiegazione che tutti questi manufatti siano legati al gioco dell’amore manuale, ossia il toccamento di vulva, seni e natiche. [5]
Dal mio punto di vista questa spiegazione escluderebbe completamente l’ambiente religioso e sociale, oltre che ridurre la donna a semplice oggetto del piacere.
Lascio la conclusione ad un pensiero di Marija Gimbutas, nel quale propone il concetto che la divinità primordiale dei nostri antenati paleolitici o neolitici era femminile, riflettendo il primato della madre. Infatti non abbiamo trovato immagini di un Dio padre in nessun documento preistorico. I simboli e le immagini paleolitiche, o neolitiche, si raggruppano intorno ad una Dea che genera se stessa ed alle sue funzioni di datrice di vita e morte.[6]
Fabio Casalini

Bibliografia

Desmond Collins – On the origins of art. Pubblicato in Art History Journal of the association of art historians. 1971 
Nicholas Conard – A female figurine from the basal Aurignacian of Hohle Fels Cave in southwestern Germany. Nature 14 May 2009 
Riane Eisler – La Dea della natura e della spiritualità. Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore – Roma, 1992 
Mircea Eliade – Trattato di storia delle religioni. Bollati – Boringhieri. 2008 
Marija Gimbutas – La civiltà della Dea. Il mondo dell’Antica Europa. 1991 – 2013 nella traduzione italiana 

Randall White – Journal of archeological method and theory. 2006



[1] Marija Gimbutas. La civiltà della Dea. Il mondo dell’Antica Europa. 1991 – 2013 nella traduzione italiana.

[2] Marija Gimbutas. La civiltà della Dea. Il mondo dell’Antica Europa. 1991 – 2013 nella traduzione italiana. 

[3] Mircea Eliade. Trattato di storia delle religioni. Bollati – Boringhieri. 2008

[4] Randall White, Journal of archeological method and theory. 2006
[5] Desmond Collins. On the origins of art. Pubblicato in Art History Journal of the association of art historians. 1971
[6] Marija Gimbutas. La civiltà della Dea. Il mondo dell’Antica Europa. 1991 – 2013 nella traduzione italiana


FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità… sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

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