Sbatti il mostro in prima pagina

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Giro Girolimoni
 
 

Sbatti il mostro in prima pagina è un film del 1972 diretto da Marco Bellocchio ed interpretato da Gian Maria Volonté. Il film rende evidente gli stretti legami fra stampa, politica e forze dell’ordine.

Racconta come un importante giornale possa manipolare l’informazione pubblica, e lo svolgersi delle stesse vicende, per cercare di indurre una precisa reazione nell’elettorato.
Giorno 31 marzo del 1924.
Roma, giardini pubblici.
Una bimba di quattro anni, Emma Giacomini, è rapita.
Il giorno trascorre nell’angoscia dei parenti.
La sera, in zona Monte Mario, è ritrovata viva.
Sul piccolo corpo i segni della violenza.
La donna che udì le urla della piccola, scorse un uomo, dell’ipotetica età di 45 anni, che si ricomponeva gli abiti. L’attenzione si rivolse alla bambina. L’uomo sparì nella sera.
Giornali ed opinione pubblica, con il trascorrere dei giorni, dimenticarono l’accaduto.
 
Forse la terra è l’inferno di un altro pianeta
Aldous Huxley
 
Il giorno 4 di giugno Roma si affaccia sull’inferno.
La piccola Armanda Leonardi, di due anni, è aggredita da un passante in Via Paola. La reazione della bambina non era prevista. Calci, urla e pugni costrinsero il cacciatore ad abbandonare la preda. Alcuni passanti non riuscirono a bloccare l’uomo.
La tensione sale.
Tutto è inutile.
Sera del 4 giugno.
Una bambina di 4 anni, Bianca Carlieri, scompare in Via Gonfalone. Il giorno seguente, presso la chiesa di San Paolo fuori le Mura, il suo piccolo corpo è ritrovato. La bimba era stata strozzata e sul corpo, nudo, erano evidenti i segni della violenza sessuale subita.
In breve tempo gli inquirenti, i giornali e l’opinione pubblica collegarono gli eventi.
A Roma esiste un mostro, un cacciatore di bambine.
Ai funerali di Bianca Carlieri partecipò una folla immensa. Nei giorni seguenti la stampa riportò l’evento con titoli ad effetto, con l’unico risultato di alimentare un’ondata d’odio, di ritorsione e d’ordine pubblico. Le autorità di Polizia, presiedute da Emilio De Bono, quadrumviro della Marcia su Roma, svolsero febbrili indagini ma i risultati non arrivarono. Il questore di Roma fu molto criticato per essersi rivolto ad una veggente che si esibiva, in quel periodo, presso il teatro Salone Margherita.
Un fatto distolse l’attenzione pubblica dal mostro: il delitto Matteotti. Il 10 giugno del 1924 Matteotti uscì di casa per dirigersi verso Montecitorio. Poche centinaia di metri ed ecco scendere da un’automobile diversi individui: la colluttazione fu aspra ma dopo alcuni colpi Matteotti fu caricato sul veicolo. Nonostante le ricerche Matteotti fu ritrovato cadavere il 16 di agosto nella macchia di Quartarella, nel comune di Riano.
 
Siamo tutti in fondo ad un inferno
Emil Cioran
 
L’eco del caso Matteotti portò nebbia sul mostro di Roma sino all’autunno inoltrato.
Il 25 novembre fu rapita, in Piazza San Pietro, la piccola Rosina Pelli di quattro anni. Il suo corpo, con evidenti segni di violenza sessuale, fu rinvenuto nei pressi di una fornace a Monte Mario. Gli inquirenti ascoltarono molti testimoni e giunsero alla presentazione di un identikit del mostro: un uomo elegante, con piccoli baffi bianchi, magro ed anziano. Inoltre le forze dell’ordine istituirono una taglia di 10.000 lire.
 
Il mostro decise di arrestare la propria caccia sino alla primavera dell’anno successivo. Il 30 maggio fu rapita, in Via Porta Castello, la piccola Elisa Berni d’anni sei. Il suo cadavere fu rinvenuto il giorno seguente sulle sponde del Tevere. Elisa fu strangolata e stuprata. Ripartì la grande caccia all’uomo nelle strade di Roma: tra i fermati anche un sacrestano che non sopportando di essere accostato ai delitti, decise di togliersi la vita. Il governo centrale non poteva attendere nuovi cadaveri e decise di istituire una taglia di 50.000 lire per chi avesse fornito informazioni sui delitti. Il ministero degli Interni offrì la promozione immediata al militare o appartenente alle forze dell’ordine che avesse catturato l’assassino di bambine.
Il 1925 fu scosso dalla morte di Celeste Tagliaferri, di un anno d’età. La bimba fu prelevata dalla sua abitazione per esser ritrovata qualche ora dopo in Via Tuscolana. Al momento del ritrovamento era ancora in vita ma con una profonda ferita al basso ventre. La ferità costò un’altra vittima innocente.
Il governo nel frattempo decise di porre un freno ai titoli a nove colonne sui giornali.
Il mostro cercava nuove vittime.
Il 26 febbraio del 1926 fu rapita Elvira Coletti, di sei anni. La bimba fu violentata, in zona Lungo Tevere, ma riuscì a scappare e dare l’allarme. Le informazioni fornite non furono sufficienti a ricostruire nei dettagli il volto dell’aggressore.
Si arriva al 1927.
Il 12 marzo è rapita Armanda Leonardi, sfuggita nel giugno del 1924 all’aggressore. La madre si accorse degli eventi, ma non riuscì a fermare l’orrore. La bimba fu ritrovata il giorno seguente, strangolata e con evidenti segni di violenza sessuale. La stampa non poteva tacere, e neppure il governo. Intervenne Mussolini che, secondo i giornali dell’epoca, rabbrividì nelle più profonde fibre del suo tenerissimo cuore di padre.
La pressione dei giornali ma soprattutto quella dei superiori indusse gli inquirenti a trovare un mostro, non il mostro.
Il maniaco andava fermato.
Non è importante che l’arrestato non sia il reale autore degli omicidi seriali.
In quei giorni il proprietario di una trattoria, Giovanni Massacesi, dichiarò di aver intravisto nel suo locale una bimba che somigliava ad Armanda e che si trovava in compagnia di un uomo che presentava un’abbondante ferita sul collo.
I dati raccolti portarono all’arresto di Gino Girolimoni, nato nel 1889, che si guadagnava da vivere facendo il mediatore di cause: trovava avocati per gli operai vittime d’infortuni sul lavoro.
 
Chi di voi vorrà fare il giornalista, si ricordi di scegliere il proprio padrone: il lettore
Indro Montanelli
 
Girolimoni disponeva di una Peugeot a due posti, fatto insolito per gli anni venti. La notizia dell’arresto fu pubblicata su tutti i giornali. L’agenzia Stefani, prima agenzia di stampa italiana fondata nel lontano 1853, scrisse che dopo laboriose indagini erano state raccolte prove irrefutabili contro Gino Girolimoni. Un secondo colpo fu assestato dal criminalista Samuele Ottolenghi che, seguace delle teorie lombrosiane, ravvisò in Girolimoni i tratti caratteristici del criminale. Cesare, ma di nascita Marco Ezechia, Lombroso fu un medico ed antropologo italiano, padre della criminologia. Le sue teorie si basavano sul concetto di criminale per nascita. L’origine del comportamento criminale era innata nelle caratteristiche anatomiche del soggetto, persona differente dall’uomo normale poiché dotata di molteplici anomalie.
Il mostro era catturato.
 
Girolimoni fu visto mentre offriva caramelle ad una ragazzina di dodici anni. Peccato che la stessa era figlia di una serva che prestava servizio presso un ingegnere di Roma. Una seconda testimonianza, redatta da un ex commilitone, affermava che Girolimoni era stato visto violentare una bambina a Casarsa delle Delizie.
Testimonianze e relazioni d’esperti: Gino Girolimoni era il mostro.
I giornali riportarono che l’accusato negava ogni addebito con ributtante ostinazione.
Il presunto omicida, e pedofilo, fu difeso da Ottavio Libotte, avvocato.
Il pubblico ministero pochi mesi dopo l’arresto chiese l’assoluzione per non aver commesso il fatto. Il giudice istruttore, Rosario Marciano, decise per il proscioglimento.
Undici mesi di carcere resteranno una macchia indelebile sulla pelle dell’uomo.
I giornali non diedero gran risalto alla scarcerazione di Girolimoni: la Tribuna comunicò la notizia in quarta pagina dispensando un piccolo trafiletto. Della sua scarcerazione molti giornali furono obbligati a non farne parola.
La sua vita fu sconvolta, per sempre, da questi eventi.
Non gli fu riconosciuto nessun indennizzo.
Una persona si distinse in quegli anni tristi: il commissario di Polizia Giuseppe Dosi, che riuscì a far riaprire il caso. Per questo suo impegno fu arrestato ed internato per 17 mesi in un manicomio criminale. Dosi verrà liberato nel 1940 e reintegrato nel corpo di polizia.
Girolimoni?
Non riuscendo a vivere con il patrimonio accumulato in precedenza, fu costretto a cambiare città e sopravvivere riparando biciclette.
Morì nel 1961, povero.
Ai funerali, celebrati in San Lorenzo fuori le Mura, parteciparono pochi amici, tra i quali Giuseppe Dosi.
Entrò all’improvviso nella memoria collettiva grazie al giornalismo, che non seppe, non volle o non poté riabilitare il personaggio.
Il mostro entrò nell’immaginario collettivo, tanto che per moltissimi decenni ai pedofili fu affibbiato il soprannome di Girolimoni.
Una domanda resta aperta. Chi fu il mostro di Roma?
 
 I giornalisti ti battono continuamente la mano sulla spalla: sempre alla ricerca del punto dove conficcare il pugnale più facilmente
Robert Lembke
Il vero colpevole rimase impunito.
Il commissario Giuseppe Dosi individuò come probabile indiziato il prete Ralph Lyonel Brydges, soggetto con alle spalle precedenti per molestie sessuali su minori. Nell’aprile del 1928 Dosi ottenne un mandato per perquisire la cabina della nave dove alloggiava il pastore protestante. In quella perquisizione rinvenne in quaderno con degli appunti su uno dei luoghi degli omicidi, fazzoletti identici a quelli utilizzati dall’assassino per strangolare le piccole vittime e dei ritagli di giornali che riportavano notizie riguardanti i delitti.
Le prove si moltiplicano.
In prossimità del corpo di una bimba fu rinvenuto un asciugamano con le iniziali del pastore ed alcune pagine di un catalogo di prodotti religiosi, nelle vicinanze del cadavere di una seconda piccola vittima.
Il pastore non fu arrestato ma internato nel manicomio di Roma, Santa Maria della Pietà.
Fu rilasciato e lasciò il nostro paese.
Le prove non erano sufficienti?
A suo favore il fatto che non disponesse di un’autovettura e che le testimonianze erano confuse.
Solo questo?
Non dovremmo ricordare i buoni rapporti che intercorrevano all’epoca tra Italia e Gran Bretagna?
Non vi furono pressioni diplomatiche per il rilascio di Brydges?
Il governo italiano, molto probabilmente, non volle entrare in contrasto con la chiesa anglicana e con il Vaticano, che si resero attivi nel porre una gran pressione per la liberazione o la non incarcerazione del pastore inglese.
Brydges aveva la stima e dell’amicizia d’importanti diplomatici inglesi.
Giuseppe Dosi aveva ragione?
Brydges negli anni precedenti al suo soggiorno romano aveva già ucciso. Il commissario scoprì che nei luoghi nei quali aveva soggiornato in precedenza vi erano stati altri delitti, uno in Svizzera, uno in Germania e due in Sudafrica, in corrispondenza delle date nelle quali il pastore anglicano risiedeva in quei luoghi. I delitti si erano consumati con caratteristiche similari a quelli delle bimbe di Roma.
Il mostro era stato individuato?
La politica e le relazioni stato – chiesa permisero che la giustizia non facesse il suo giusto corso?
 
 

BIBLIOGRAFIA

  • Cristiano Armati, Yari Selvetella. Roma criminale, pp 62-76. Roma, Newton Compton, 2006.
  • Fausto Bassini, Il mostro e il commissario che lo braccò fino a Genova, Il Giornale, 9 maggio 2012.
  • Damiano Damiani; Gaetano Strazzulla. Girolimoni: il mostro e il fascismo. Bologna, Cappelli, 1972.
  • Giuseppe Dosi, Il mio testamento autobiografico, Vasto (Chieti), 1938.
  • Giuseppe Dosi, Il mostro e il detective. Firenze, Vallecchi, 1973.

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