Vincenzo Peruggia e il furto della Gioconda

Fu solo la sublime bellezza dell’opera a trasformare il dipinto della Monna Lisa in un mito assoluto?

Il mito di Monna Lisa del Giocondo, moglie di un ricco mercante di seta fiorentina, o di chi per lei, nasceva la notte tra il 20 ed il 21 agosto del 1911 quanto un italiano decise di rubare il dipinto e restituirlo al proprio paese. 

Proviamo a ricostruire i fatti.

La Gioconda, nota anche come Monna Lisa, è un dipinto ad olio su tavolo di pioppo di 77 centimetri per 53. 
E’ il ritratto più famoso della storia: fu dipinta da Leonardo da Vinci in un periodo databile tra il 1503 ed il 1506.
Dal 1500 al 1911 il salto è molto lungo, forse troppo per riassumerlo in poche righe.
Addentriamoci negli eventi relativi al furto dell’opera.
La sottrazione del dipinto avvenne la notte tra il 20 e il 21 agosto del 1911, prima di un giorno di chiusura del museo. Del furto si accorse il lunedì un copista, Louis Béroud, che aveva il permesso di riprodurre l’opera a porte chiuse.
La notizia fu resa pubblica solo il martedì successivo, poiché era frequente che le opere fossero rimosse per essere fotografate.
Le indagini inizialmente brancolarono nel buio.
Diversi personaggi furono interrogati e alcuni imprigionati.
Fu sospettato il poeta Guillaume Apollinaire. I sospetti condussero le forze dell’ordine ad arrestarlo il 7 di settembre. Apollinaire aveva dichiarato di voler distruggere i capolavori contenuti nei musei per fare posto alla nuova arte. Le accuse, infondate, si basavano sulle calunnie dell’amante Honoré Géri Pieret, che accusò Apollinaire di ricettazione di statue antiche. Il poeta fu liberato nei giorni seguenti.
Fu ascoltato anche Pablo Picasso, ma subito rilasciato.
I sospetti caddero allora sull’Impero Tedesco, nemico della Francia.
Data l’incapacità delle forze dell’ordine di risalire all’autore del furto, si ritenne il capolavoro perduto per sempre. Il posto della Gioconda sulla parte fu preso dal ritratto di Baldassarre di Castiglione, opera di Raffaello.
Le forze dell’ordine francesi, con molta probabilità, ancora oggi cercherebbero il dipinto se l’autore del crimine non fosse stato un ingenuo sognatore.
Vincenzo Peruggia, questo il nome dell’uomo che volle restituire il quadro al proprio paese.
Era un ex-dipendente del museo del Louvre, originario di Dumenza nei pressi di Luino, in provincia di Varese.
Quali furono le modalità del furto?
Peruggia, dopo aver prelevato la Gioconda, si rinchiuse nottetempo in uno sgabuzzino dove rimase tutta la notte. Il luinese sapeva esattamente come sottrarre il dipinto poiché lui stesso aveva montato la teca di vetro che lo custodiva. Il mattino seguente uscì a piedi dal Louvre con il quadro sotto il cappotto: prima di uscire all’esterno, chiese aiuto ad un idraulico perché gli aprisse il portone. Velocemente si portò in Rue de Rivoli e prese un taxi. Erano le 8,30 del mattino di lunedì 21 agosto: la Gioconda stava per tornare a casa. Ridicole le misure di sicurezza del tempo: i dirigenti del museo avevano addestrato alcune guardie allo Judo.
Peruggia mise l’opera in una valigia e la nascose sotto il letto di una pensione di Parigi. Il furfante custodì per 28 mesi l’opera. Successivamente fece ritorno a Luino con la ferma intenzione di restituire l’opera all’Italia, legittimo possessore del dipinto secondo l’autore del furto: era convinto che l’opera fosse stata rubata durante le spoliazioni napoleoniche. La storia è leggermente diversa. Fu Leonardo stesso a portare con sé l’opera in Francia nel 1516. La Gioconda potrebbe essere stata acquistata da Francesco I insieme ad altre opere. Nel 1542 sembra che si trovasse in una sala del castello di Fontainebleau. Nel 1625 un ritratto chiamato la Gioconda fu descritto da Cassiano dal Pozzo tra le opere delle collezioni dei reali francesi. Luigi XIV fece trasferire il dipinto a Versailles. Dopo la rivoluzione francese fu spostato al Louvre. Sappiamo che Napoleone Bonaparte entrò nella vicenda, ma non come autore dell’italico furto ma come estimatore del dipinto: lo fece mettere nella sua camera da letto. Nel 1804 tornò al Louvre. Il Peruggia tutto questo non lo ricordava, o forse non lo sapeva.
Abbiamo lasciato la Gioconda nelle vicinanze di Luino sul Lago Maggiore.
Nel 1913 l’autore del furto si recò a Firenze per rivendere l’opera: probabilmente non comprendeva come fosse possibile regalare il dipinto al paese d’origine senza essere arrestato. Inviò una lettera ad un antiquario fiorentino dove scriveva: “Il quadro è nelle mie mani, appartiene all’Italia perché Leonardo è italiano”. La lettera si concludeva con una richiesta di riscatto di 500,000 lire per le spese. L’antiquario, accompagnato dal direttore di allora della Galleria degli Uffizi, Giovanni Poggi, incontrò il Peruggia in una stanza dell’Hotel Tripoli – che mutò il nome in Hotel Gioconda in seguito ai fatti avvenuti all’interno dell’edificio.
L’antiquario e il direttore si accorsero che il dipinto non era una copia e chiesero la consegna per poterne verificare l’autenticità. Il Peruggia decise di effettuare un giro per Firenze quando fu rintracciato e arrestato.
Il ladro fu processato. Durante il dibattimento fu definito mentalmente minorato e condannato ad una pena di un anno e 15 giorni reclusione, ridotti successivamente a 7 mesi e 15 giorni.
L’avvocato del Peruggia basò la difesa sul patriottismo, cosa che gli valse molte simpatie.
Lo stesso ladro dichiarò di aver trascorso due anni romantici con la Gioconda appesa sopra al tavolo della cucina.
La Francia concesse all’Italia di esporre il dipinto in diverse città: prima agli Uffizi di Firenze, poi all’ambasciata di Francia a Roma ed infine alla Galleria Borghese sempre a Roma.
La Gioconda tornò sul suolo francese grazie ad un treno speciale delle ferrovie italiane.
Il Peruggia ha contribuito alla trasformazione di un dipinto in mito.

Fabio Casalini

Bibliografia

Stefano Bucci, Furto della Gioconda, cent’anni di mito, articolo del Corriere della Sera, 7 agosto 2011

Milena Magnano, Leonardo, in I Geni dell’arte, Milano, Mondadori Arte, 2007
Stefano Montefiori, Il Louvre nega la Gioconda, Corriere della Sera, 25 giugno 2011


FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità, sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

BIBLIOGRAFIA

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